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Art. 1206 Codice Civile

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170 provvedimenti

Contratto di apprendistato finto: l’azienda deve riassumere
Una lavoratrice ha contestato la cessazione del proprio rapporto di lavoro, inizialmente qualificato come contratto di apprendistato. Un precedente giudizio definitivo aveva già accertato che il contratto era in realtà un rapporto a tempo indeterminato fin dall'inizio. Di conseguenza, la scadenza del termine apposta dall'azienda è risultata illegittima. La Corte d'Appello ha ordinato il ripristino del rapporto e il risarcimento dei danni basato sulla messa in mora del datore di lavoro. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione d'appello. La lavoratrice ottiene così il diritto definitivo alla riammissione in servizio e al risarcimento delle retribuzioni perse.
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Aliunde perceptum: l’azienda paga tutto senza sconti
Un lavoratore ha chiesto il pagamento delle retribuzioni dovute per il periodo di mancato ripristino del rapporto di lavoro, dopo che il trasferimento del suo ramo d'azienda era stato dichiarato illegittimo. L'Azienda si è opposta, pretendendo di sottrarre dalle somme dovute l'indennità di disoccupazione percepita dal dipendente, invocando l'istituto dell'aliunde perceptum. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che le somme erogate dal sistema di sicurezza sociale non possono essere detratte a titolo di aliunde perceptum dal risarcimento del danno. Tali indennità assistenziali non derivano da un'altra attività lavorativa ma dallo Stato, e l'eventuale restituzione riguarda solo l'ente previdenziale. Vince il lavoratore, che mantiene il diritto all'intero risarcimento.
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Qualificazione del rapporto di lavoro: risarcimento senza limiti
La Corte di Cassazione ha confermato la natura subordinata del rapporto di lavoro di un programmista regista, originariamente inquadrato con contratti autonomi. I giudici hanno stabilito che la corretta qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato a tempo indeterminato fin dall'inizio esclude l'applicazione del tetto risarcitorio previsto dal Collegato Lavoro. Al lavoratore spetta quindi il risarcimento integrale dei danni calcolato secondo le regole generali sulla mora del creditore, a partire dalla data di formale messa in mora. L'Azienda datrice di lavoro è stata condannata al ripristino del rapporto e al pagamento di tutte le retribuzioni maturate, oltre alle spese di giudizio.
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Varianti in corso d’opera: lo stallo pubblico costa il risarcimento
Una Stazione Appaltante ha risolto un contratto di appalto per la ristrutturazione di un ospedale, rifiutando di approvare le varianti in corso d'opera necessarie a superare imprevisti geologici e archeologici. L'Appaltatore e gli eredi del Progettista hanno contestato la legittimità della risoluzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Stazione Appaltante, confermando che il committente ha un preciso dovere di cooperazione e buona fede oggettiva. Le varianti necessarie dovute a fattori imprevisti non sono soggette ai limiti degli errori progettuali. La Corte ha inoltre accolto il ricorso degli eredi del Progettista, riconoscendo la validità del suo incarico e rinviando la causa per la valutazione della domanda risarcitoria.
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Cessione di ramo d’azienda illegittima: stipendi salvi senza tagli
Una società ha ceduto un ramo d'azienda trasferendo il rapporto di un dipendente. Il giudice ha dichiarato questa cessione di ramo d'azienda illegittima, ordinando il ripristino del rapporto con il datore di lavoro originario. Quest'ultimo ha rifiutato di riassumere il dipendente e ha negato il pagamento dello stipendio di febbraio 2014, sostenendo che l'uomo avesse lavorato e percepito somme dall'impresa acquirente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società originaria. I giudici hanno stabilito che le somme dovute dal datore di lavoro originario hanno natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, non è possibile sottrarre quanto il dipendente ha percepito dall'altra impresa, poiché si tratta di rapporti giuridici del tutto distinti e autonomi.
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Cessione ramo d’azienda: stipendio dovuto anche senza reintegra
Un lavoratore ha contestato la cessione ramo d'azienda che aveva comportato il trasferimento del suo contratto a una nuova società. I giudici hanno dichiarato illegittimo il trasferimento, ma l'azienda originaria non ha riassunto il dipendente, nonostante la sua disponibilità. Il lavoratore ha quindi continuato a lavorare per la società acquirente, chiedendo però lo stipendio anche all'azienda originaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'azienda originaria deve pagare le retribuzioni arretrate. Il pagamento ricevuto dalla società acquirente non cancella il debito dell'azienda originaria, poiché quest'ultima è in mora per aver rifiutato il dipendente. Il ricorso dell'azienda è stato respinto.
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Cessione di ramo d’azienda illegittima: no al doppio stipendio
Un lavoratore, a seguito della dichiarazione di illegittimità della cessione di ramo d'azienda, ha richiesto all'azienda cedente il pagamento delle retribuzioni già percepite dall'azienda cessionaria presso cui aveva lavorato. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha revocato il decreto ingiuntivo ritenendo i pagamenti del cessionario come adempimento del terzo. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione invocando un nuovo orientamento giurisprudenziale favorevole. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il giudice di rinvio è rigidamente vincolato al principio di diritto enunciato nella precedente sentenza rescindente, anche in presenza di successivi mutamenti della giurisprudenza. Vince l'azienda cedente.
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Trasferimento di ramo d’azienda nullo: stipendi comunque dovuti
Una lavoratrice ha ottenuto la dichiarazione di invalidità del trasferimento di ramo d'azienda tra la sua azienda originaria e una nuova società. Nel frattempo, era stata licenziata dalla nuova società e aveva scelto di percepire l'indennità sostitutiva della reintegrazione. Successivamente, ha chiesto all'azienda originaria il pagamento delle retribuzioni arretrate. L'azienda originaria si è opposta, sostenendo che l'indennità ricevuta e la risoluzione del rapporto con la nuova società estinguessero il debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda originaria. I giudici hanno stabilito che, dichiarata la nullità del trasferimento, il rapporto di lavoro originario sopravvive di diritto. Le vicende risolutive con la nuova società, inclusa l'indennità sostitutiva, non incidono sull'obbligo dell'azienda originaria di pagare gli stipendi dovuti a causa del rifiuto di ricevere la prestazione lavorativa.
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Azione revocatoria: aeroporto costretto a restituire i pagamenti
Una società di gestione aeroportuale riceveva pagamenti da una compagnia aerea sull'orlo del fallimento. Dopo la dichiarazione di insolvenza, il commissario straordinario avviava un'azione revocatoria fallimentare per riavere indietro quelle somme. La società aeroportuale si difendeva sostenendo di essere stata obbligata ad accettare i pagamenti per legge (art. 802 Cod. Nav.), per poter autorizzare la partenza degli aerei. La Corte di Cassazione ha dato torto alla società aeroportuale, stabilendo che la conoscenza dello stato di insolvenza rende i pagamenti revocabili. La norma invocata tutela il gestore, ma non lo obbliga ad accettare un pagamento a rischio di revocatoria, né crea un'eccezione alle regole fallimentari. Di conseguenza, la società è stata condannata a restituire oltre 1,7 milioni di euro.
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Risoluzione contratto di mutuo: la banca sbaglia, ma le rate restano
Un mutuatario, dopo aver vinto una causa contro la richiesta illegittima di risoluzione contratto di mutuo da parte della banca, pretendeva che le scadenze delle rate venissero posticipate. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio chiaro: se la richiesta di risoluzione della banca è infondata, il contratto non si interrompe e il piano di ammortamento originale resta valido. Il mutuatario ha quindi l'obbligo di continuare a pagare le rate secondo le scadenze previste, poiché continua a godere della somma ricevuta in prestito. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso del mutuatario, confermando che i suoi obblighi di pagamento non erano mai stati sospesi.
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Responsabilità del sindacato: errore fatale e risarcimento dovuto
Una lavoratrice, sospesa dal lavoro dopo un giudizio di inidoneità, si affida a un sindacato per la tutela. Il sindacato commette un errore, omettendo di inviare la corretta comunicazione all'azienda e causando alla lavoratrice la perdita di alcune mensilità di stipendio. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità professionale del sindacato, stabilendo che, accettando l'incarico, questo era tenuto a un dovere di diligenza. L'omissione è stata identificata come la causa diretta del danno economico subito dalla lavoratrice. Di conseguenza, il sindacato è stato condannato a risarcire la sua assistita per le retribuzioni perse a causa del suo errore.
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Sospensione illegittima dei lavori: committente paga i danni
La Corte di Cassazione ha stabilito che la sospensione illegittima dei lavori in un appalto pubblico, causata dalla mancata messa a disposizione dei terreni da parte dell'Ente Committente, costituisce un grave inadempimento contrattuale. Questa mancanza non può essere considerata una difficoltà ordinaria o una causa di forza maggiore. Di conseguenza, l'impresa appaltatrice ha pieno diritto non solo alla risoluzione del contratto, ma anche al risarcimento di tutti i danni subiti, inclusi i maggiori oneri e le spese generali. La Corte ha quindi respinto il ricorso dell'Ente Committente, confermando la sua responsabilità e l'obbligo di risarcire l'impresa per il fermo del cantiere.
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Retribuzione senza prestazione: l’azienda vince se manca la mora
La Cassazione affronta il caso di alcune lavoratrici, il cui rapporto di lavoro diretto con un'azienda committente era stato accertato da un giudice a seguito di un appalto illecito. Nonostante l'ordine di reintegro, l'azienda non le riammetteva in servizio. La Corte ha stabilito che il diritto alla retribuzione senza prestazione lavorativa non è automatico. Esso sorge solo dal momento in cui le lavoratrici mettono formalmente in mora il datore di lavoro, offrendo la propria prestazione. Poiché un gruppo di lavoratrici non ha provato questo atto formale successivo alla sentenza, la Corte ha annullato la loro vittoria, rinviando il caso per una nuova valutazione. L'azienda vince quindi su un punto procedurale decisivo.
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Progetto esecutivo cantierabile: Comune negligente, paga i danni
Un'impresa edile chiede la risoluzione di un appalto pubblico e il risarcimento danni a un Comune. L'ente aveva sospeso i lavori per la costruzione di un carcere a causa della mancanza della documentazione tecnica necessaria. La Cassazione ha confermato la colpa del Comune, stabilendo un principio fondamentale: l'obbligo di fornire un progetto esecutivo cantierabile spetta sempre alla stazione appaltante. Questo dovere, previsto da norme imperative a tutela dell'interesse pubblico, non può essere trasferito all'impresa. La sospensione dei lavori, causata dalla negligenza del Comune stesso, è stata quindi giudicata illegittima, condannando l'ente a risarcire l'impresa.
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Appalto: il dovere di cooperazione del committente vince sul recesso
Una società appaltatrice segnala a un Comune la pericolosità dell'impianto di illuminazione pubblica che doveva manutenere. Il Comune, invece di intervenire per metterlo in sicurezza, non fa nulla e poi risolve il contratto accusando la società di inadempimento. La Cassazione dà ragione all'impresa, affermando che il cliente non può accusare l'appaltatore se prima non ha rispettato il proprio dovere di cooperazione del committente. L'inerzia del Comune ha reso impossibile il lavoro, quindi la risoluzione del contratto era illegittima. La mancata collaborazione del cliente blocca il suo diritto di lamentare l'inadempimento altrui.
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Cessione d’azienda illegittima: danno negato senza offerta di lavoro
Un lavoratore, trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto al suo datore di lavoro originario un indennizzo per il periodo tra la cessione e la sentenza. La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: per ottenere il risarcimento danno cessione ramo d'azienda relativo a quel periodo, non basta la successiva dichiarazione di illegittimità. Il lavoratore deve aver formalmente messo a disposizione le proprie energie lavorative al datore di lavoro originario (costituzione in mora). In assenza di tale offerta, l'azienda non è considerata inadempiente e non è tenuta a risarcire il danno. La Corte ha quindi accolto il ricorso dell'azienda, chiarendo che il risarcimento non è una conseguenza automatica.
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Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda al pagamento delle retribuzioni a un gruppo di lavoratori. Il loro trasferimento a un'altra società era stato dichiarato illegittimo da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda originaria non li aveva riammessi in servizio. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche senza una prestazione lavorativa effettiva, se il lavoratore ha offerto i propri servizi e il datore li ha ingiustificatamente rifiutati. Il rifiuto di riammettere il lavoratore fa ricadere sull'azienda il peso economico degli stipendi, che mantengono la loro natura retributiva e non diventano un semplice risarcimento del danno.
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Cessione Illegittima: Azienda Paga Stipendio Senza Lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'azienda a pagare gli stipendi a un gruppo di lavoratori. Il caso nasce da una cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima da un giudice. Nonostante la sentenza, l'azienda si era rifiutata di riammettere i dipendenti. La Corte ha stabilito che l'obbligo retributivo post cessione illegittima sorge comunque. Il datore di lavoro deve pagare le retribuzioni dal momento in cui i lavoratori mettono a disposizione le loro energie, anche se di fatto non lavorano a causa del rifiuto ingiustificato dell'azienda stessa. L'azienda ha quindi perso la causa e deve pagare gli stipendi arretrati.
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Cessione illegittima: obbligo retributivo anche senza lavoro
La Corte di Cassazione affronta il caso di alcuni lavoratori trasferiti a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima. I dipendenti avevano offerto le loro prestazioni lavorative all'azienda originaria, che però le aveva rifiutate. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: l'obbligo retributivo del datore di lavoro sussiste anche se il dipendente non ha effettivamente lavorato, qualora il mancato svolgimento dell'attività sia dovuto al rifiuto ingiustificato dell'azienda. L'azienda, trovandosi in 'mora del creditore', è tenuta a pagare gli stipendi come se la prestazione fosse stata regolarmente eseguita. La sentenza conferma che il diritto alla retribuzione non viene meno a causa del comportamento illegittimo del datore.
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Cessione Ramo d’Azienda: Risarcimento Negato Senza Offerta Lavoro
Un lavoratore, trasferito a un'altra società tramite una cessione di ramo d'azienda poi dichiarata illegittima, ha chiesto alla sua azienda originaria il risarcimento del danno. Il danno consisteva nella differenza tra lo stipendio inferiore percepito e quello che avrebbe dovuto ricevere. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. Il motivo è che il lavoratore non aveva mai formalmente offerto la propria prestazione lavorativa all'azienda originaria durante il periodo contestato. Senza questo atto, noto come 'messa in mora', non sorge il diritto al risarcimento danno cessione ramo d'azienda per il periodo precedente alla sentenza che accerta l'illegittimità. Vince quindi l'azienda.
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