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Art. 12 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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193 provvedimenti

Altri anni per Art. 12 Codice Civile

Contestazione generica: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda contro la sentenza che la condannava a integrare il TFR di alcuni dipendenti. La Corte ha stabilito che una contestazione generica dei calcoli presentati dai lavoratori, non supportata da specifiche indicazioni degli errori, equivale a una non contestazione, rendendo il motivo di ricorso inammissibile. Anche la mancata nomina di un consulente tecnico è stata ritenuta una scelta discrezionale del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità.
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Reddito di cittadinanza e patteggiamento: stop al sussidio
La Corte di Cassazione ha stabilito che una sentenza di patteggiamento, al pari di una condanna definitiva, impedisce l'accesso al reddito di cittadinanza. Sebbene la legge menzioni il patteggiamento solo come causa di revoca, la sua efficacia retroattiva lo configura come un requisito ostativo sin dalla richiesta iniziale, annullando di fatto la concessione.
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Trasferimento d’azienda: licenziamento e anzianità
Un lavoratore, licenziato da un'azienda e assunto il giorno seguente da un'altra in un cambio appalto, ha richiesto il mantenimento della propria anzianità di servizio, sostenendo l'esistenza di un trasferimento d'azienda. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il precedente licenziamento, confermato da una sentenza passata in giudicato, aveva interrotto definitivamente il rapporto di lavoro, rendendo inapplicabili le tutele previste dall'art. 2112 c.c. e configurando la nuova assunzione come un contratto ex novo.
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Reiterazione contratti a termine: la decadenza
Un lavoratore ha citato in giudizio un'amministrazione pubblica per l'abusiva reiterazione di contratti a termine per oltre vent'anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo un principio fondamentale: in caso di reiterazione di contratti a termine, il termine di decadenza per l'impugnazione decorre dalla cessazione dell'ultimo contratto. Tuttavia, nel caso specifico, il lavoratore non aveva rispettato nemmeno questo termine, portando all'inammissibilità della sua domanda.
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Violazione del giudicato: la Cassazione si pronuncia
Una docente universitaria, dopo aver ottenuto una sentenza definitiva che stabiliva il suo trattamento retributivo, si è vista applicare dall'ateneo una normativa successiva meno favorevole. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, ribadendo che un giudicato formatosi tra le parti non può essere messo in discussione. La Corte d'appello aveva commesso una violazione del giudicato nel rimettere in discussione l'applicabilità di una legge che la precedente sentenza definitiva aveva già escluso per quel rapporto di lavoro.
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Violazione del giudicato: la Cassazione fa chiarezza
Una lettrice universitaria, dopo aver ottenuto una sentenza definitiva che le riconosceva determinate differenze retributive e stabiliva l'inapplicabilità di una norma specifica, ha avviato un nuovo giudizio per il periodo successivo. La Corte d'Appello ha erroneamente ignorato la precedente decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice per violazione del giudicato, affermando che una sentenza passata in giudicato ha forza di legge tra le parti e non può essere disattesa in giudizi successivi che riguardano lo stesso rapporto di durata, a meno di sopravvenienze che ne mutino la natura.
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Violazione del giudicato: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha ribadito la forza vincolante del giudicato nei rapporti di durata. In un caso riguardante le differenze retributive di una lettrice universitaria, è stato stabilito che una precedente sentenza passata in giudicato, che aveva fissato il trattamento economico equiparandolo a quello di un ricercatore confermato, estende i suoi effetti anche ai periodi futuri. La Corte ha cassato la decisione d'appello che, erroneamente, aveva ritenuto applicabile una legge successiva (ius superveniens) già esclusa nel precedente giudizio, affermando la non ritrattabilità di questioni già decise in via definitiva.
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Decadenza contratti a termine: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 19256/2025, ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che contestava l'abusiva reiterazione di contratti a termine con la Pubblica Amministrazione per oltre vent'anni. La Corte ha stabilito che la decadenza contratti a termine, prevista dall'art. 32 della L. 183/2010, si applica anche alle azioni volte a far valere il superamento del limite massimo di 36 mesi. Per interrompere la decadenza, è sufficiente impugnare tempestivamente l'ultimo contratto della serie, poiché tale atto permette di considerare l'intera sequenza contrattuale come prova dell'abuso. Nel caso specifico, non essendo stato impugnato nemmeno l'ultimo contratto nei termini di legge, la domanda è stata dichiarata inammissibile.
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Equo premio inventore: si applica la norma più recente
Un ricercatore, inventore di un dispositivo medico durante il rapporto di lavoro, ha richiesto l'adeguamento del suo equo premio. Un regolamento del 2013 aveva aumentato il compenso dal 20% al 50%. L'ente di ricerca sosteneva l'applicazione della vecchia norma, in vigore all'epoca dell'invenzione. La Corte di Cassazione ha dato ragione al ricercatore, stabilendo che il nuovo regolamento si applica a tutte le "procedure in corso", includendo quindi anche i pagamenti futuri per invenzioni passate, senza che ciò costituisca un'applicazione retroattiva della legge.
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Progressione di carriera: vale come assunzione?
Una lavoratrice, trasferita e promossa, si è vista contestare la promozione dalla società. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione d'appello, stabilendo due principi chiave: la progressione di carriera non è una nuova assunzione e non è soggetta alle regole del reclutamento pubblico. Inoltre, una precedente sentenza che validava il contratto era vincolante (giudicato) e non poteva essere ignorata.
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Compenso doppio incarico: il limite del 25% è valido
La Corte di Cassazione ha stabilito che il limite al compenso per un doppio incarico pubblico, fissato al 25% del trattamento economico previsto, si applica anche alla carica di Presidente di un ente di ricerca. Secondo la Corte, questa posizione rientra nella nozione ampia di "funzioni direttive o equiparate", in linea con l'obiettivo della norma di contenere la spesa pubblica. La sentenza respinge il ricorso di un professore universitario che, nominato Presidente, si era visto decurtare il compenso e ne chiedeva il pagamento integrale.
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Giudicato esterno: vincolante per il futuro
Un docente, forte di una precedente sentenza definitiva che stabiliva il suo trattamento economico equiparato a quello di un ricercatore, ha citato in giudizio l'ateneo per ottenere lo stesso trattamento per gli anni successivi. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, stabilendo che il precedente giudicato esterno è vincolante anche per il futuro. La Corte ha chiarito che, avendo la sentenza precedente già valutato e disapplicato una normativa sopravvenuta, tale decisione si estende a tutto il rapporto di lavoro, impedendo di rimettere in discussione la questione.
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Inquadramento passaggio privato: la prova delle mansioni
Un ex dipendente di un ente statale ha citato in giudizio una società di telecomunicazioni per un presunto errato inquadramento contrattuale a seguito della privatizzazione del settore. Il lavoratore chiedeva il riconoscimento di un livello superiore, lamentando un demansionamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. Il motivo principale del rigetto è stata la mancata prova, da parte del dipendente, delle mansioni concrete svolte sia prima che dopo il trasferimento. La Corte ha sottolineato che, per ottenere un diverso inquadramento nel passaggio al privato, è fondamentale dimostrare in modo specifico le attività lavorative effettivamente eseguite.
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