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Art. 12 Codice Civile

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492 provvedimenti

Rimborso indennità di esproprio: paga lo Stato o la Regione
Un consorzio costruttore ha anticipato una somma per indennizzare un privato a seguito della cessione di un terreno per opere stradali. Successivamente, il consorzio ha chiesto il rimborso indennità di esproprio alla Regione tramite decreto ingiuntivo, sostenendo che l'ente regionale fosse subentrato nella gestione della rete stradale statale. La Regione si è opposta, negando il proprio debito. La Corte di Cassazione ha confermato che l'obbligo di restituzione non spetta alla Regione ma all'ente statale delle strade. Le norme sul trasferimento della rete viaria stabiliscono infatti che i debiti e i contenziosi originati da fatti anteriori al trasferimento restano a carico della precedente gestione statale. Il ricorso del consorzio è stato respinto.
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Interpretazione del titolo esecutivo tra demolizione e arretramento
La proprietaria di una cappella funeraria ha intimato la demolizione totale di un'edicola funeraria costruita in aderenza dal vicino. Il titolo esecutivo condannava il vicino alla rimozione o all'arretramento dell'opera fino al limite della facciata. Il vicino ha ridotto l'edicola arretrandola, ma la proprietaria ha preteso la distruzione integrale. I giudici hanno accolto l'opposizione del costruttore. L'interpretazione del titolo esecutivo evidenziava un'obbligazione alternativa adempiuta correttamente con il semplice arretramento del manufatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della proprietaria per difetto di autosufficienza e infondatezza delle censure.
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Revoca dei contributi pubblici: nullo l’atto se l’ente è in ritardo
Un Ente Locale ha ordinato la revoca dei contributi pubblici concessi a un Imprenditore Agricolo per la ristrutturazione di un fabbricato rurale, pretendendo la restituzione di oltre 37.000 euro per il presunto mancato rispetto della destinazione agrituristica decennale. L'imprenditore ha contestato il provvedimento, evidenziando il ritardo dell'amministrazione nell'emettere l'atto sanzionatorio. La Corte d'Appello ha annullato la revoca perché l'ente ha superato il termine perentorio di trenta giorni previsto dal regolamento regionale dopo la ricezione delle memorie difensive, senza compiere ulteriori verifiche. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento della sanzione e ha respinto il ricorso dell'ente pubblico, condannandolo alle spese di lite.
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Opposizione a sanzioni Consob: conta la sede attuale della società
L'Autorità di Vigilanza ha sanzionato i membri del collegio sindacale di una società per violazioni normative. Gli esponenti aziendali hanno proposto opposizione a sanzioni Consob dinanzi alla Corte d'Appello della città in cui la società aveva trasferito la sede legale. L'ente regolatore ha eccepito l'incompetenza territoriale, sostenendo la competenza del tribunale corrispondente alla sede occupata all'epoca dei fatti contestati. La Corte territoriale ha accolto l'eccezione dell'Autorità, declinando la propria competenza. I sindaci hanno quindi presentato ricorso per regolamento di competenza in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso dei sanzionati. La Suprema Corte ha stabilito che la competenza territoriale spetta al giudice del luogo in cui la società ha la sede al momento del deposito del ricorso, e non al momento della presunta violazione.
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Revoca del contributo pubblico: perde 50mila euro per un errore
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della revoca del contributo pubblico di circa 50.000 euro concesso a una cittadina per realizzare un albergo diffuso. La Regione aveva disposto la revoca poiché la richiedente non era proprietaria dell'immobile al momento della scadenza del bando e aveva successivamente locato l'immobile direttamente, violando l'obbligo di gestione centralizzata tramite l'apposita società. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della beneficiaria, ribadendo che i requisiti per ottenere i finanziamenti devono sussistere alla scadenza della presentazione delle domande e che l'interpretazione dei bandi pubblici segue le regole letterali dei contratti. Di conseguenza, la ricorrente perde definitivamente il finanziamento e viene condannata a pagare le spese di giudizio.
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Assegno vitalizio vittime del terrorismo: sì anche se decedute
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto dei familiari di una vittima del terrorismo a ricevere lo speciale assegno vitalizio vittime del terrorismo, rigettando il ricorso del Ministero dell'Interno. Il Ministero sosteneva che il beneficio economico, introdotto a partire dal 2014, spettasse solo se la vittima fosse ancora in vita a tale data. I giudici hanno invece chiarito che la legge non impone questo requisito. L'assegno spetta direttamente al coniuge e ai figli della vittima che abbia riportato un'invalidità pari o superiore al 50%, indipendentemente dal fatto che la vittima sia deceduta prima dell'entrata in vigore della norma. La data del 1° gennaio 2014 rappresenta unicamente il momento a partire dal quale decorre il pagamento della prestazione economica, senza alcuna violazione del principio di irretroattività.
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Contratto di formazione e lavoro: no al terzo elemento salariale
Due dipendenti di un'azienda di trasporti, assunti inizialmente con un contratto di formazione e lavoro poi trasformato a tempo indeterminato, hanno chiesto il pagamento del cosiddetto terzo elemento salariale. Questa voce retributiva era stata soppressa da un accordo collettivo del 1997, che la conservava solo per chi era già assunto stabilmente a quella data. I lavoratori ritenevano che il loro periodo di formazione dovesse essere equiparato al lavoro ordinario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che escludere chi era assunto con contratto di formazione e lavoro da un elemento retributivo mai percepito prima non è discriminatorio. La decisione conferma che l'anzianità di servizio resta intatta, ma non dà diritto a indennità mai entrate nel patrimonio del dipendente.
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Ricalcolo della pensione: la Cassa perde contro il pensionato
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una Cassa Previdenziale contro la sentenza della Corte d'appello che aveva rideterminato la quota retributiva della pensione di un iscritto. Nel precedente giudizio, la Cassazione aveva stabilito che il ricalcolo della pensione dovesse avvenire applicando esclusivamente l'aliquota del due per cento prevista dal regolamento interno, escludendo altri criteri riduttivi. La Cassa Previdenziale contestava questa scelta, ritenendola contraria alla legge. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice del rinvio è strettamente vincolato alle istruzioni ricevute dalla Cassazione nella precedente sentenza, anche qualora si ipotizzino errori di diritto. Di conseguenza, la decisione d'appello che ha applicato fedelmente le istruzioni è corretta. Il pensionato vince definitivamente la causa e la Cassa deve rimborsare le spese legali.
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Lavoro intermittente: l’età del dipendente salva l’azienda
Un'azienda ha stipulato un contratto di lavoro intermittente con un lavoratore. La Corte d'Appello ha ritenuto il contratto illegittimo, ritenendo che dovessero coesistere sia il requisito oggettivo della discontinuità dell'attività sia quello soggettivo dell'età. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che i due presupposti sono alternativi e disgiunti. Pertanto, il datore di lavoro può legittimamente stipulare un contratto di lavoro intermittente basandosi unicamente sull'età del lavoratore (under 24 o over 55), a prescindere dal tipo di attività svolta. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso dell'azienda, dichiarando valido il contratto.
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Esenzione COSAP: la Cassazione nega il rimborso all’azienda
Una società di pubblicità ha chiesto al Comune la restituzione delle somme versate a titolo di COSAP tra il 2002 e il 2006 per i cartelloni pubblicitari. L'azienda sosteneva di avere diritto all'esenzione COSAP per gli impianti inferiori a mezzo metro quadrato, prevista da un regolamento generale del 1998. I giudici di merito avevano accolto la domanda di rimborso. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del Comune. La Suprema Corte ha stabilito che l'esenzione non si applica automaticamente se la delibera specifica di settore non la richiama espressamente. Di conseguenza, la società pubblicitaria perde la causa e non riceverà alcun rimborso.
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Canone occupazione suolo pubblico: niente esenzioni automatiche
Una società pubblicitaria ha contestato ventotto avvisi di pagamento emessi dal Comune per differenze dovute a titolo di canone occupazione suolo pubblico relative ad alcuni cartelloni pubblicitari. La società sosteneva che gli impianti inferiori a mezzo metro quadrato fossero esenti dal pagamento, in base a un rinvio regolamentare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che il rinvio operato dal regolamento comunale sulle affissioni riguardava solo la determinazione e riscossione del canone, e non le esenzioni. Di conseguenza, la società non ha diritto all'agevolazione e deve pagare le somme richieste dal Comune.
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Esenzione canone COSAP: no ai piccoli impianti pubblicitari
Una società concessionaria di spazi pubblicitari ha impugnato ventuno avvisi di liquidazione emessi dal Comune per il pagamento del canone di occupazione del suolo pubblico. La società sosteneva di avere diritto all'esenzione canone COSAP per i propri impianti pubblicitari di dimensioni inferiori a mezzo metro quadrato, richiamando il regolamento generale comunale. Sia il Tribunale che la Corte d'appello hanno rigettato l'opposizione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, rigettando il ricorso della società. La Suprema Corte ha stabilito che il rinvio operato dalla delibera speciale sulle affissioni al regolamento generale riguardava solo i criteri di calcolo e riscossione, escludendo l'applicazione automatica delle agevolazioni. Di conseguenza, la società è stata condannata al pagamento della somma richiesta dal Comune.
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Clausola di contingentamento: calcolo annuo contro limiti mensili
Una lavoratrice ha impugnato il proprio contratto a termine nel settore del trasporto aereo, sostenendo il superamento del limite previsto dalla clausola di contingentamento. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, stabilendo che il calcolo della percentuale del quindici per cento deve basarsi sul numero complessivo dei contratti stipulati nell'anno di riferimento e non su quelli attivi mese per mese. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che il limite si calcola confrontando l'organico a tempo indeterminato al primo gennaio con i contratti a termine stipulati nell'anno, riferiti all'intero complesso aziendale dei servizi operativi. Di conseguenza, la lavoratrice ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Riduzione onorario consulente tecnico: nessun taglio automatico
Una creditrice ha impugnato la liquidazione del compenso di un ingegnere incaricato della stima di un immobile pignorato. La creditrice lamentava il deposito della perizia il lunedì successivo alla scadenza del termine, che cadeva di sabato, chiedendo la riduzione onorario consulente tecnico di un terzo ai sensi dell'art. 52 d.P.R. 115/2002. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, ritenendo il ritardo di due giorni irrilevante e non imputabile a colpa. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la sanzione della decurtazione non scatta in modo automatico per lievi ritardi di pochi giorni, ma richiede una valutazione concreta sulla negligenza del professionista. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Rimborso IVA: il ritardo di due anni cancella il diritto al credito
L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso IVA a una società fiduciaria, cessionaria del credito di un'altra azienda, a causa dell'omessa presentazione delle dichiarazioni fiscali per gli anni dal 2013 al 2015. I giudici di merito hanno confermato il diniego, rilevando che il diritto al rimborso era comunque decaduto per il decorso del termine di due anni dal presupposto d'imposta, risalente al 2012. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società fiduciaria poiché i motivi presentati non contestavano la reale motivazione della decisione precedente (la decadenza biennale), ma si concentravano erroneamente sulla sanabilità delle omesse dichiarazioni. Di conseguenza, la società ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Polizza fideiussoria a prima richiesta: il Comune vince sui vizi
Un Comune concede a un'impresa il diritto di superficie per realizzare un parcheggio sotterraneo. A garanzia dell'opera, l'impresa stipula una polizza fideiussoria a prima richiesta con una compagnia assicurativa. Successivamente, gli acquirenti dei box (un Condominio) riscontrano gravi vizi costruttivi e chiedono i danni al Comune. Il Comune chiama in causa l'assicurazione per riscuotere la garanzia. La Corte d'Appello nega l'interesse ad agire del Comune poiche la richiesta di risarcimento del Condominio era stata respinta. La Cassazione ribalta la decisione: il Comune ha un autonomo interesse a escutere la polizza fideiussoria a prima richiesta perche, alla scadenza della concessione di novant'anni, diventera proprietario del parcheggio. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Decadenza della fideiussione: banca perde contro gli acquirenti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un istituto bancario che chiedeva di dichiarare la decadenza della fideiussione prestata a favore di due società acquirenti di un immobile in costruzione. La banca sosteneva che i creditori avessero perso il diritto alla garanzia per non aver agito entro sei mesi dalla scadenza del termine di consegna dell'immobile, come previsto dall'art. 1957 c.c. I giudici hanno chiarito che la garanzia non copriva il semplice ritardo, ma lo stato di crisi del costruttore, ed era destinata a durare fino al trasferimento definitivo della proprietà. Di conseguenza, le parti hanno voluto escludere la decadenza della fideiussione prevista dalla legge, rendendo inapplicabile il termine semestrale. La banca è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Obbligo contributivo: anche le società pubbliche pagano l’INPS
Un'azienda pubblica di vendita gas si è opposta alla richiesta dell'INPS di pagare oltre 18.000 euro per il Fondo integrativo del Gas, sostenendo che la sua natura pubblica "in house" la esonerasse dalle regole delle aziende private. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'obbligo contributivo si applica anche alle società a partecipazione pubblica. Quando lo Stato sceglie lo strumento della società per azioni, questa deve rispettare le regole del diritto privato. Ciò serve a garantire la parità di trattamento e la concorrenza sul mercato. L'azienda è stata quindi condannata a pagare i contributi dovuti e le spese di giudizio.
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Efficacia del giudicato penale: Stato contro privati
Uno Stato Estero e le sue istituzioni hanno proposto una querela di falso contro un Imprenditore italiano e alcune societ finanziarie, contestando l'autenticit di un contratto del 1990 e delle relative copie conformi. La Corte d'Appello aveva ritenuto rilevante la precedente sentenza penale. Lo Stato Estero ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l'efficacia del giudicato penale nei confronti di soggetti che avevano revocato la costituzione di parte civile o che erano rimasti estranei al processo penale. Data la complessit della questione, la Cassazione ha rinviato la causa a nuovo ruolo per la trattazione in pubblica udienza.
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TOSAP sui cavalcavia: paga il concessionario, non lo Stato
Una società concessionaria autostradale ha impugnato gli avvisi di accertamento emessi da un Comune per il pagamento della TOSAP relativa ad alcuni cavalcavia sovrastanti le strade comunali. La società sosteneva di non dover pagare il tributo in quanto semplice gestore di un'opera di proprietà dello Stato e riteneva applicabile l'esenzione prevista per gli enti pubblici. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il concessionario autostradale è il soggetto passivo d'imposta. L'occupazione di spazi pubblici comunali con viadotti e cavalcavia comporta una sottrazione della superficie all'uso pubblico locale, rendendo dovuto il tributo. Inoltre, l'esenzione non spetta alle società concessionarie che gestiscono l'opera a fini economici, anche se la proprietà finale resta pubblica.
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