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Art. 114 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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355 provvedimenti

Altri anni per Art. 114 Codice Penale

Furto pluriaggravato: la Cassazione respinge il ricorso di fatto
L'Imputata è stata condannata per il reato di furto pluriaggravato in concorso. Ha proposto ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché basato su questioni di fatto già ampiamente risolte nei precedenti gradi di giudizio e su motivi generici non presentati in appello. Di conseguenza, l'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentato furto aggravato: ricorso inutile e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di tentato furto aggravato e continuato. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e privi di un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto l'eccezione sulla presunta mancata notifica degli atti a uno dei condannati, confermando la regolarità della notifica effettuata presso lo studio del difensore, dove l'imputato aveva espressamente eletto domicilio. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per furto aggravato. L'imputata aveva proposto personalmente il ricorso lamentando il mancato riconoscimento di una circostanza attenuante, dopo aver concordato la pena in appello. I giudici hanno chiarito che il ricorso personale in Cassazione non è più consentito dalla legge, essendo la firma riservata esclusivamente a un difensore abilitato. Inoltre, l'accordo sulla pena (concordato in appello) comporta la rinuncia ai motivi non concordati, impedendo di contestarli successivamente. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Trecento dosi di cocaina: esclusa la lieve entità dello spaccio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per detenzione e spaccio in concorso di cinquantadue grammi di cocaina, suddivisa in trecento dosi. I ricorrenti chiedevano la riqualificazione del reato nella fattispecie di lieve entità dello spaccio e, per uno di essi, il riconoscimento della minima partecipazione. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, sottolineando che l'ingente quantitativo di droga, il confezionamento pronto per lo smercio, la diversità della sostanza e l'accordo preventivo tra i soggetti escludono categoricamente la lieve entità dello spaccio. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Estorsione in concorso: nessun automatismo per gli sconti di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di estorsione in concorso. Il primo ricorrente lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che lo sconto di pena non spetta in automatico solo perché mancano elementi negativi, ma richiede elementi positivi meritevoli di nota. Il secondo ricorrente contestava la propria responsabilità e chiedeva l'attenuante per la minima partecipazione al reato. La Suprema Corte ha respinto la richiesta, confermando che il suo ruolo è stato decisivo per la consumazione del reato. Entrambi i condannati dovranno pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: sconti di pena ma addio al ricorso
L'Imputato, condannato in primo grado per reati di droga, ha concordato in appello una pena ridotta a tre anni e otto mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione su una circostanza attenuante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'imputato rinuncia ai motivi di gravame originari. Di conseguenza, il ricorso per cassazione è limitato esclusivamente ai vizi sulla formazione della volontà delle parti, al consenso del Procuratore generale o alla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Non è possibile contestare la motivazione sulla responsabilità o sulla misura della pena concordata. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falso grossolano e banconote: la Cassazione nega l’impunità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per detenzione e spendita di banconote contraffatte. L'imputato sosteneva l'esistenza di un falso grossolano, configurando l'ipotesi di reato impossibile, e invocava la desistenza dal reato per essersi autodenunciato. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che il falso grossolano si configura solo se la contraffazione è riconoscibile ictu oculi (a prima vista) da chiunque, senza particolari competenze o straordinaria diligenza. Inoltre, l'autodenuncia non cancella la rilevanza penale della detenzione di banconote false fino al momento del loro ritrovamento. La Suprema Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti: ricorso respinto e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello di Milano. L'imputato contestava il mancato riconoscimento di diverse circostanze attenuanti, tra cui la minima partecipazione al reato e la lieve entità del danno patrimoniale. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione sulla sussistenza di tali elementi spetta esclusivamente ai giudici di merito. Se la motivazione della sentenza di secondo grado è logica e priva di contraddizioni, la Cassazione non può procedere a una nuova valutazione dei fatti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: l’alt in borghese costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, aggravato dalla recidiva reiterata. L'imputato sosteneva di non aver riconosciuto l'agente, che era in abiti civili. Tuttavia, l'agente aveva mostrato il tesserino e intimato l'alt. Inoltre, l'imputato aveva incitato il complice a speronare l'auto della polizia gridando di colpirla. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale, escludendo sia l'attenuante della minima partecipazione, sia la sostituzione della pena detentiva, data la spiccata pericolosità sociale del soggetto, che ha commesso il fatto mentre era sottoposto alla sorveglianza speciale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Confisca denaro: condannati per spaccio, perdono 25.000€ nascosti
Due complici, condannati per la cessione di quasi 16 kg di hashish, hanno presentato ricorso in Cassazione contestando sia la colpevolezza sia il sequestro di oltre 25.000 euro. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. Il principio di diritto fondamentale riguarda la 'confisca denaro senza prova di provenienza'. I giudici hanno stabilito che, in assenza di una giustificazione plausibile e documentata sull'origine della somma, trovata peraltro occultata, il denaro deve essere considerato provento dell'attività illecita e quindi confiscato. Le spiegazioni fornite dagli imputati sono state ritenute palesemente illogiche e inverosimili.
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Passeggero con 5000€: è concorso in detenzione di stupefacenti
Un passeggero è stato condannato per concorso in detenzione di stupefacenti perché trovato in un'auto con oltre 300 grammi di cocaina e una busta contenente 5.000 euro. L'uomo ha sostenuto di essere estraneo ai fatti, invocando la 'connivenza non punibile'. La Corte di Cassazione ha respinto la sua tesi, stabilendo un principio chiaro: custodire il denaro proveniente dallo spaccio e tentare di nasconderlo non è un comportamento passivo, ma un contributo attivo e consapevole al reato. Questo gesto dimostra la piena partecipazione all'attività illecita. Di conseguenza, la condanna per concorso in detenzione di stupefacenti è stata confermata e il suo ricorso dichiarato inammissibile.
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Ricettazione e Onere della Prova: Condannato Chi Non Giustifica
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di ricettazione. L'uomo era stato trovato in possesso di beni di provenienza illecita e non aveva fornito una spiegazione credibile sulla loro origine. La Corte ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, ribadendo un principio fondamentale in tema di ricettazione e onere della prova: spetta all'imputato giustificare in modo plausibile il possesso di oggetti rubati. In assenza di una spiegazione attendibile, la responsabilità penale viene confermata. La sentenza sottolinea che la Corte di Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge, che in questo caso è stata ritenuta ineccepibile.
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Amministratore prestanome? La responsabilità penale resta: la sentenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due amministratori per reati fiscali, respingendo la loro difesa basata sul ruolo di semplici 'prestanome'. I giudici hanno stabilito che la carica formale non esclude la colpa, poiché l'amministratore ha un preciso dovere di vigilanza e controllo sulla gestione societaria. L'omissione di tali doveri fonda la responsabilità penale dell'amministratore, anche a titolo di dolo eventuale. La sentenza ribadisce che non si può invocare la 'responsabilità da posizione' per sfuggire alle conseguenze penali derivanti dalla propria inerzia. La condanna è quindi diventata definitiva.
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Contributo Minima Importanza: Ruolo nel Reato Batte il Motivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per furto aggravato. L'imputato chiedeva il riconoscimento dell'attenuante per il contributo di minima importanza, basando la sua richiesta sulle ragioni personali che lo avevano spinto a delinquere. La Corte ha respinto la tesi, stabilendo un principio chiaro: questa attenuante si valuta esclusivamente sul ruolo oggettivo e sull'effettivo apporto materiale dato al reato, non sulle motivazioni soggettive del colpevole. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e l'imputato sanzionato per aver presentato un ricorso infondato.
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Ruolo non marginale nel reato: niente sconti per l’autista staffetta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due complici per spaccio di droga. Uno di loro aveva impugnato la sentenza, sostenendo di aver avuto un ruolo marginale e chiedendo uno sconto di pena. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo che guidare l'auto 'staffetta', procacciare i clienti e gestire gli incassi costituisce un contributo fondamentale. Si tratta quindi di un ruolo non marginale nel reato, che non dà diritto ad alcuna attenuante. La sentenza chiarisce che la Cassazione non può rivalutare i fatti, ma solo la corretta applicazione della legge, che in questo caso è stata ritenuta impeccabile. La condanna è diventata definitiva.
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Slot machine: si fa giustizia da sé, ma è concorso in rapina
La Corte di Cassazione conferma la condanna per concorso in rapina a carico di due uomini. Uno di loro aveva tentato di giustificarsi sostenendo di voler solo recuperare il denaro perso alle slot machine, invocando l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni. I giudici hanno respinto questa tesi, qualificando l'azione come rapina vera e propria, data la violenza usata e l'assenza di un diritto legalmente tutelabile sul denaro. Anche il ricorso del complice, che lamentava una partecipazione minima, è stato dichiarato inammissibile.
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Inammissibilità del ricorso: rapina e violenza confermate
Due complici, sorpresi a rubare da pubblici ufficiali, reagiscono con violenza. Condannati per rapina e violenza, presentano ricorso alla Corte di Cassazione. I giudici, però, lo respingono dichiarando l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I motivi dell'appello erano infatti generici e ripetitivi, non contestando validamente le argomentazioni della sentenza precedente. La condanna diventa così definitiva e i due vengono anche condannati a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Concorso in usura: contributo indispensabile, non marginale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un individuo accusato di concorso in usura. L'imputato aveva presentato ricorso sostenendo che il suo contributo al reato fosse stato marginale. I giudici, tuttavia, hanno respinto questa tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. La sentenza stabilisce un principio chiaro: la partecipazione dell'imputato è stata indispensabile per la realizzazione dei diversi episodi di usura. Di conseguenza, la sua responsabilità penale è piena. La condanna è quindi definitiva e il ricorrente deve pagare le spese processuali e una sanzione.
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Concorso in rapina: fare il ‘palo’ non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due complici per un reato predatorio. Uno di loro, che aveva svolto il ruolo di 'palo' o 'avvisatore', aveva presentato ricorso sostenendo che il suo contributo fosse marginale. La Corte ha respinto questa tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. È stato stabilito un principio fondamentale sul **concorso in rapina**: anche il ruolo di chi sorveglia dall'esterno è un contributo determinante per la riuscita del crimine e comporta piena responsabilità penale. La condanna è quindi diventata definitiva, con l'obbligo per i ricorrenti di pagare le spese e una sanzione.
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Rapina aggravata in concorso: condannato anche il complice passivo
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di tentata rapina aggravata in concorso. Un imputato, condannato per aver tentato una rapina insieme a un complice, ha contestato l'aggravante sostenendo che la sua partecipazione fosse minima. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiaro: per la rapina aggravata in concorso è sufficiente la presenza simultanea di due o più persone sul luogo del delitto. Questa compresenza, percepita dalla vittima, aumenta l'intimidazione e rafforza il piano criminale, configurando almeno un concorso morale. Pertanto, anche chi non compie materialmente la violenza contribuisce all'aggravamento del reato. La condanna è stata confermata.
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