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Art. 114 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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355 provvedimenti

Altri anni per Art. 114 Codice Penale

Aggravante del metodo mafioso: condannati anche i complici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per lesioni e minacce aggravate. Il Primo Imputato contestava l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso, ma i giudici hanno confermato che l'azione intimidatoria ha richiamato le regole tipiche dei clan camorristici per il controllo del territorio. Il Complice contestava invece il concorso di persone nel reato e il mancato riconoscimento della minima importanza della sua condotta. La Suprema Corte ha ribadito che il suo contributo è stato rilevante e ha confermato il diniego delle attenuanti generiche. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in concorso: la recidiva cancella ogni sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per furto in concorso. I ricorrenti contestavano l'applicazione della recidiva e il diniego delle attenuanti generiche e della minima partecipazione. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, ritenendo la recidiva giustificata dai numerosi precedenti penali e dalla pericolosità sociale. Il diniego delle attenuanti è stato giudicato legittimo in base alla particolare insidiosità della condotta e alla professionalità dimostrata nel reato. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Armi e mafia: negate le circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per cessione e detenzione continuata di armi in un contesto di criminalità organizzata. La difesa contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla gravità del reato e sulla concessione delle attenuanti spetta esclusivamente ai giudici di merito. Nel caso specifico, la decisione precedente era ampiamente motivata dal numero e dalla tipologia delle armi, dal legame con una cosca mafiosa e dai precedenti penali del condannato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria al ricorrente.
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Ruolo di palo nel furto: la Cassazione nega sconti di pena
Due soggetti, condannati per furto aggravato e porto di materiale esplodente, hanno fatto ricorso in Cassazione. Lamentavano il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione, sostenendo di aver svolto solo il ruolo di vedetta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il ruolo di palo nel furto non è affatto secondario, ma fondamentale per la riuscita del colpo. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione, oltre alla multa, obbligando i ricorrenti a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità e ingente droga: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per traffico di stupefacenti. Il Primo Ricorrente, trovato in possesso di oltre 460 grammi di cocaina e 46 grammi di hashish, lamentava il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto. Il Secondo Ricorrente, condannato per l'importazione di quasi un chilogrammo di cocaina, contestava la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza e chiedeva anch'egli l'attenuante della lieve entità. La Suprema Corte ha confermato che l'ingente quantitativo di droga esclude categoricamente la qualificazione del reato come di lieve entità. Inoltre, ha ribadito che il diritto di difesa è stato pienamente garantito. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: quando la mancata consegna diventa reato
Un uomo ha messo in vendita un bene su un sito internet, incassando il pagamento su una carta Postepay a lui intestata e conducendo le trattative tramite la propria utenza telefonica, senza mai consegnare la merce. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale, respingendo la tesi della difesa che qualificava l'episodio come un semplice inadempimento civilistico. I giudici hanno evidenziato la preordinata volontà di raggirare l'acquirente al solo scopo di incassare il denaro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuante della minima partecipazione: negata al ricettatore
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che lo aveva condannato per il reato di ricettazione. La difesa ha richiesto l'applicazione dell'attenuante della minima partecipazione (art. 114 c.p.) e ha cercato di rimettere in discussione la responsabilità penale basandosi su alcune intercettazioni telefoniche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la responsabilità dell'imputato era già stata accertata in modo irrevocabile in una precedente fase di giudizio. Inoltre, la Corte d'Appello ha motivato in modo logico e completo il rifiuto di concedere l'attenuante, rendendo impossibile una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: no a sconti dopo l’accordo
Il GIP del Tribunale di Bologna applicava a un imputato, su sua richiesta (patteggiamento), la pena di 3 anni, 6 mesi e 20 giorni di reclusione per detenzione di 317 grammi di cocaina. L'imputato proponeva ricorso contro patteggiamento lamentando il riconoscimento della recidiva e il mancato riconoscimento del ruolo subordinato di semplice trasportatore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, il ricorso per cassazione è limitato esclusivamente all'errata qualificazione giuridica del fatto, purché l'errore sia evidente e immediato. Le contestazioni sulla recidiva e sulle attenuanti costituiscono invece valutazioni di merito non deducibili in questa sede. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi ripetitivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per associazione di tipo mafioso. L'imputato lamentava vizi di motivazione riguardo alla sua identificazione, alla sussistenza del reato e al mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano meramente ripetitivi di questioni già ampiamente affrontate e respinte dalla Corte d'Appello. Inoltre, l'attenuante della minima partecipazione è applicabile solo in caso di contributo del tutto trascurabile, circostanza smentita dalle intercettazioni telefoniche. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso di persone nel reato: negata la minima importanza
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza d'appello lamentando la mancata applicazione dell'attenuante della minima importanza nel concorso di persone nel reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che i motivi proposti erano una mera ripetizione di quanto già discusso e miravano a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti. La condotta del Ricorrente ha concretamente rafforzato l'azione del complice, escludendo qualsiasi ruolo marginale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il Ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condannato il committente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti. All'interno della sua vettura erano stati rinvenuti 291 grammi di cocaina, 49 grammi di marijuana e 14.000 euro in contanti nascosti nella portiera. Il ricorrente sosteneva di non aver partecipato al reato o di aver avuto un ruolo marginale. Tuttavia, le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno dimostrato il suo ruolo attivo come committente del trasporto della droga in concorso con altre persone. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto una sanzione pecuniaria di 3.000 euro a favore della Cassa delle ammende.
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Concorso nel reato di rapina: la Cassazione nega sconti al complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di rapina. I giudici di merito avevano accertato la sua responsabilità a titolo di concorso nel reato di rapina, basandosi sulle dichiarazioni attendibili della vittima e sui riscontri dei carabinieri. L'imputato contestava la sussistenza del dolo e chiedeva l'applicazione dell'attenuante per la minima partecipazione. La Suprema Corte ha chiarito che tali contestazioni richiedono una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Estorsione pluriaggravata: no allo sconto di pena in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di estorsione pluriaggravata in concorso. I giudici di merito avevano stabilito l'equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e le aggravanti contestate, riducendo parzialmente la pena. I ricorrenti contestavano tale bilanciamento, chiedendo la prevalenza delle attenuanti. Uno di essi lamentava anche la mancata concessione dell'attenuante della minima partecipazione e la mancata esclusione della recidiva. La Suprema Corte ha confermato la correttezza della decisione precedente, evidenziando la gravità dei fatti e la pericolosità sociale dei soggetti, desumibile dai loro precedenti penali. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio di lieve entità: perché vendere droga al bar esclude lo sconto
I Ricorrenti hanno impugnato la condanna per spaccio di sostanze stupefacenti, chiedendo la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità ai sensi dell'art. 73, comma 5 d.P.R. 309/1990. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che le cessioni ripetute di droga e la scelta di un bar come base logistica per l'attività illecita impediscono di considerare il fatto di minore gravità. Inoltre, la determinazione della pena e la valutazione delle attenuanti rientrano nei poteri discrezionali del giudice di merito, purché adeguatamente motivati. I Ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Minima partecipazione nel reato: il ruolo attivo esclude lo sconto
Il Coautore del Reato è stato condannato per tentata estorsione in concorso con altri soggetti. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione nel reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere lo sconto di pena per la minima partecipazione nel reato, non basta aver svolto un ruolo minore rispetto ai complici. È invece necessario che il contributo fornito sia stato del tutto marginale e trascurabile nell'economia del piano criminoso. Nel caso specifico, il soggetto aveva pianificato i tempi dell'estorsione e gestito la condotta, svolgendo quindi un ruolo attivo e rilevante. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: complice ma condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. La ricorrente chiedeva l'applicazione dell'attenuante della minima importanza, negata poiché custodiva in casa gli strumenti per il confezionamento della droga. Il coimputato contestava il diniego delle attenuanti generiche e la recidiva. I giudici hanno confermato la decisione precedente, evidenziando che l'uomo si era sottratto all'interrogatorio e aveva spacciato mentre si trovava agli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato le condanne e ha sanzionato i ricorrenti con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Traffico di stupefacenti: la Cassazione condanna padre e figlio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti, padre e figlio, condannati per il reato di traffico di stupefacenti in concorso con un terzo complice. Gli imputati erano stati trovati in possesso di cinquanta chilogrammi di droga. La difesa sosteneva l'innocenza dei due, facendo leva sulla confessione esclusiva del complice e su un presunto viaggio di lavoro del figlio. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, rilevando che i tabulati telefonici smentivano la versione del padre e che il viaggio del figlio era privo di riscontri oggettivi. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso nel reato di rapina: condannato chi sfonda il cancello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di rapina. L'imputato aveva partecipato all'azione criminosa sfondando il cancello della ditta della vittima e rivolgendole gravi minacce. La difesa contestava la sua piena responsabilità, invocando una partecipazione minore o non voluta. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che la ricostruzione dei fatti spetta solo ai giudici di merito e che non si può richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Di conseguenza, è stato confermato il pieno concorso nel reato di rapina, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: ospitare amici costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti in concorso, nello specifico 74,49 grammi di cocaina. L'imputato sosteneva di non essere a conoscenza della droga portata in casa da due ospiti temporanei. Tuttavia, i giudici di merito hanno ritenuto provata la sua consapevolezza e partecipazione. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, è stata confermata la condanna penale e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina aggravata sul bus: condannati i genitori dei multati
Due passeggeri sono stati condannati per i reati di violenza a pubblico ufficiale e rapina aggravata. I soggetti avevano strappato con violenza il blocchetto dei verbali ai controllori di un autobus per impedire la contestazione di sanzioni ai propri figli e costringerli ad annullarle. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando la sussistenza della rapina aggravata. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del reato commesso a bordo di un mezzo pubblico tutela chiunque si trovi sul veicolo, inclusi i controllori, e non solo i passeggeri. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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