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Art. 110 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la condanna
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per reati in materia di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché il primo motivo di contestazione non era stato presentato nel precedente giudizio di appello, mentre il secondo motivo, relativo al diniego delle attenuanti generiche, si limitava a riproporre in modo vago argomenti già respinti dai giudici di secondo grado. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: il borsone chiuso inchioda
Tre fratelli sono stati condannati per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti in concorso, dopo il ritrovamento di cocaina in un contenitore chiuso con lucchetto, nascosto in un borsone nell'appartamento della sorella. I tre hanno proposto ricorso lamentando la mancanza di prove sulla loro consapevolezza del contenuto del borsone e, per uno di essi, sulla capacità di intendere e di volere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché generici e privi di un reale confronto con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione presentato da un uomo condannato per reati di droga e armi. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche e chiedeva l'estensione dell'assoluzione pronunciata per un coimputato in un separato giudizio. La Suprema Corte ha stabilito che la prima censura era una mera ripetizione di argomenti già logicamente respinti in appello, mentre la seconda questione non era stata sollevata nel precedente grado di giudizio. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: lo sconto di pena blocca il ricorso
Gli Imputati, condannati per spaccio di lieve entità in concorso, hanno proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata valutazione delle condizioni di proscioglimento immediato dopo aver concordato la pena in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, il ricorso in Cassazione è limitato solo a vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice. Non si possono contestare motivi già rinunciati o la mancata applicazione del proscioglimento immediato, a meno che la pena applicata non sia illegale. Di conseguenza, gli imputati hanno perso il ricorso e sono stati condannati a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Traffico di sostanze stupefacenti: la prova della disperazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per traffico di sostanze stupefacenti in concorso. L'imputato contestava la validità delle intercettazioni e degli indizi. I giudici hanno confermato la condanna basandosi sui contatti con i complici, sui viaggi a Milano e sul sequestro della cocaina a un corriere, evento che aveva causato la palese disperazione dell'imputato per la perdita della merce. Il ricorso è stato ritenuto generico e privo di confronto con la sentenza d'appello. Il ricorrente è stato condannato alle spese e a tremila euro per la Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo esclude il ricorso
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di appello che aveva applicato la pena concordata tra le parti per reati in materia di stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata valutazione da parte dei giudici di secondo grado delle condizioni per un proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, il ricorso per cassazione è limitato esclusivamente a questioni legate alla formazione della volontà delle parti, al consenso del pubblico ministero o alla difformità della decisione rispetto all'accordo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Passeggero ma complice: il concorso nel reato di ricettazione
Un uomo, che viaggiava come passeggero su un'auto rubata, è stato condannato per concorso nel reato di ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorrente sosteneva che il suo ruolo di semplice passeggero escludesse la sua responsabilità. La Corte di Cassazione ha invece confermato la sua colpevolezza, ritenendo provata la sua consapevole partecipazione sia nella ricezione del veicolo rubato sia nella successiva fuga per evitare il controllo delle forze dell'ordine. Tuttavia, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna per una violazione minore perché il reato si è estinto per prescrizione. Di conseguenza, la pena complessiva è stata rideterminata in sette mesi e dieci giorni di reclusione, oltre a una multa di 300 euro.
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Furto aggravato dalla destrezza: condannato anche chi non distrae
Una donna è stata condannata per furto aggravato dalla destrezza commesso all'interno di una gioielleria, in concorso con un complice. La difesa ha sostenuto l'insussistenza dell'aggravante, affermando che solo il complice avesse distratto la vittima e che la donna non avesse avuto un ruolo attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che i filmati delle telecamere dimostrano chiaramente il contributo causale della donna nel reato, applicando le regole sul concorso di persone. Di conseguenza, la condanna è definitiva e la ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: fare il palo costa caro anche con le telecamere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per furto aggravato. L'imputato aveva svolto il ruolo di "palo" durante il furto, mentre il complice era stato trovato in possesso della refurtiva. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e l'applicazione dell'aggravante della pubblica fede, sostenendo che la presenza di telecamere escludesse l'aggravante. I giudici hanno chiarito che l'aggravante sussiste se la videosorveglianza non garantisce un monitoraggio continuo. Poiché i motivi principali erano basati su questioni di fatto, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, impedendo anche l'esame del motivo aggiunto sul difetto di querela. L'imputato è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato del motorino: il valore d’uso nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per concorso nel reato di furto aggravato di un ciclomotore. L'imputato era stato sorpreso in stato di quasi flagranza a breve distanza di tempo e di spazio dal furto, in possesso del mezzo. La difesa contestava la sussistenza dell'elemento soggettivo e l'aggravante della violenza sulle cose, oltre a richiedere l'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: la violenza sulle cose è provata dai danni fisici sul ciclomotore, mentre l'attenuante è stata negata valutando il valore d'uso del mezzo e non solo quello economico. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: ricorso respinto
Il caso riguarda due soggetti condannati per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e falso. Gli imputati avevano fornito contratti di locazione falsi a tredici cittadini stranieri per far ottenere loro permessi di soggiorno e ricongiungimenti familiari, traendone profitto. Il ricorrente ha impugnato la sentenza sollevando anche una questione di legittimità costituzionale sulla sproporzione delle pene rispetto a quelle previste per i singoli migranti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la condotta di chi organizza il traffico di migranti ha un disvalore penale enormemente superiore rispetto a quella del singolo migrante che entra illegalmente nel territorio dello Stato per ragioni di bisogno.
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Falsa denuncia di smarrimento assegni: da pagamento a calunnia
L'Imputato ha consegnato degli assegni bancari a un creditore per pagare un debito, ma successivamente ne ha denunciato falsamente lo smarrimento. La Corte di Cassazione ha confermato che la falsa denuncia di smarrimento assegni costituisce il reato di calunnia. Infatti, tale condotta è idonea a far avviare indagini per reati gravi come il furto o la ricettazione, che sono procedibili d'ufficio, e non per la semplice appropriazione di cose smarrite (oggi depenalizzata). I giudici hanno quindi dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: tra complicità e comodino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due conviventi condannati per detenzione di sostanze stupefacenti in concorso. La donna sosteneva la propria estraneità ai fatti, parlando di semplice connivenza. Tuttavia, le forze dell'ordine avevano rinvenuto parte della droga nel cassetto del suo comodino, in uno spazio a lei riservato. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale di entrambi, ritenendo logica la ricostruzione dei giudici di merito. Inoltre, i giudici hanno negato la concessione delle attenuanti generiche, spiegando che il giudice non deve analizzare ogni singolo elemento della difesa, ma basta che indichi i motivi decisivi che giustificano il diniego. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Trattamento sanzionatorio dei coimputati: pene diverse
L'Imputato, condannato per rapina aggravata a quattro anni e sei mesi di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una disparità nel trattamento sanzionatorio dei coimputati. La difesa sosteneva che la sua pena fosse eccessiva rispetto a quella inflitta al complice, giudicato separatamente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concorso di persone nel reato, il giudice non ha l'obbligo di comparare le singole posizioni né di giustificare la differenza di pena tra i diversi colpevoli, a meno che la decisione non sia palesemente irragionevole. Nel caso specifico, la pena più severa è stata giustificata dalla pianificazione del reato e dalla vicinanza temporale a una precedente condanna dell'Imputato.
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Truffa con carta ricaricabile: prestare la carta costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di truffa. Il caso riguardava una truffa con carta ricaricabile, in cui la carta prepagata intestata all'imputato era stata utilizzata come terminale per ricevere il denaro sottratto alla vittima. La difesa sosteneva l'assenza di dolo e contestava il concorso nel reato. Tuttavia, i giudici hanno confermato la responsabilità penale dell'intestatario della carta, evidenziando che l'uso della propria carta per incassare i proventi illeciti dimostra la partecipazione attiva al disegno criminoso. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a dieci mesi di reclusione e cinquecento euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ruolo di palo nel furto: condannato anche senza telefonate
Un uomo è stato condannato per tentato furto aggravato ai danni di una società. L'imputato si trovava a cavallo davanti al cancello d'ingresso mentre i complici tentavano il furto all'interno. La difesa ha sostenuto l'assenza di contatti telefonici registrati nei tabulati per escludere il suo coinvolgimento. Tuttavia, i carabinieri lo hanno sorpreso con il telefono in mano durante una chiamata in arrivo da un complice, interrotta solo dal loro intervento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a sei mesi di reclusione. La Corte ha chiarito che gli indizi raccolti dimostrano in modo logico il suo ruolo di palo nel furto, escludendo la possibilità di riesaminare i fatti in sede di legittimità.
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Furto in fondo privato: c’è esposizione alla pubblica fede
L'Imputato è stato condannato per il furto di venti quintali di legna da ardere lasciati incustoditi su un prato privato. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dell'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede, sostenendo che il fondo fosse privato e che non vi fosse alcuna necessità di lasciare lì la legna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esposizione alla pubblica fede sussiste anche in aree private se liberamente accessibili a terzi. Inoltre, la necessità di lasciare il bene incustodito va valutata in modo relativo: il peso e l'ingente quantità della legna giustificavano l'impossibilità di un trasporto immediato, configurando pienamente l'aggravante. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Furto aggravato: la fuga con la refurtiva costa caro
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto aggravato dopo essere stato sorpreso a fuggire mentre trasportava la refurtiva. La Corte d'Appello ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione, ritenendo le circostanze attenuanti equivalenti alle aggravanti a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'eccessività della pena e chiedendo la prevalenza delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi sul merito erano nuovi e che il bilanciamento delle circostanze era stato ampiamente giustificato dalla condotta passata del ricorrente. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione per il ladro recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un uomo condannato per tentato furto aggravato in concorso. L'imputato contestava la quantificazione della pena, ritenendola eccessiva. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che il ricorso era del tutto generico e non si confrontava con la motivazione della sentenza d'appello. La Corte d'appello aveva infatti calcolato la pena (quattro mesi di reclusione e cento euro di multa) basandosi correttamente sulla gravità dei danni al veicolo, sulla presenza di un complice e sui precedenti penali del reo. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Quantificazione della pena: quando la sanzione non va spiegata
Due passeggeri di un autobus di linea mettono a segno un furto con destrezza, rubando 820 euro dalla borsa di un passeggero. Condannati nei gradi precedenti, i colpevoli ricorrono in Cassazione contestando la quantificazione della pena, ritenuta eccessiva e priva di adeguata motivazione da parte del giudice di merito. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che la quantificazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice. Una motivazione dettagliata è necessaria solo se la sanzione supera la media edittale. Nel caso specifico, la pena applicata era inferiore alla media edittale, rendendo sufficiente una motivazione sintetica o implicita basata sulla gravità del fatto. I ricorrenti vengono condannati anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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