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Art. 110 Codice Penale — Anno 2026

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1329 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Palo in bicicletta e concorso nel tentato omicidio: resta in cella
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un indagato accusato di concorso nel tentato omicidio ai danni di una vittima brutalmente aggredita e accoltellata in strada. La difesa sosteneva che il soggetto si fosse limitato a una presenza passiva su una bicicletta elettrica. Al contrario, i giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere: l'uomo ha scovato la vittima nascosta dietro le auto, ha fatto da palo e ha bloccato le vie di fuga durante il pestaggio. I giudici hanno ritenuto pienamente sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari legate al pericolo di recidiva e di inquinamento delle prove, confermando l'inadeguatezza degli arresti domiciliari.
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Sequestro preventivo per ricettazione: contanti e sproporzione
I giudici hanno confermato la misura del sequestro preventivo per ricettazione su oltre 32.000 euro in contanti trovati nella disponibilità dell'indagata. La difesa contestava l'assenza di prove sul delitto originario e affermava che il denaro appartenesse a una parente. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. Per confermare il vincolo sui beni non serve individuare ogni dettaglio del reato a monte, ma basta identificare una plausibile attività illecita, come il traffico di stupefacenti, desunta da elementi concreti quali il possesso di bilancini, fogli con contatti e sproporzione reddituale.
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Concorso in bancarotta fraudolenta senza il dolo dell’amministratore
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna emessa contro un soggetto accusato di concorso in bancarotta fraudolenta. La Corte d'Appello aveva assolto l'amministratore di diritto per assenza di dolo, ritenendolo gestore effettivo e non prestanome, ma aveva condannato il terzo esterno considerandolo ideatore del piano di spoliazione patrimoniale. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile condannare il concorrente esterno senza dimostrare un'effettiva convergenza d'intenti e un legame causale con la condotta tipica dell'amministratore formale della società fallita.
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Emissione di fatture per operazioni inesistenti e regia occulta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imprenditore condannato per il concorso nel reato tributario. L'imputato gestiva diverse società collocate a monte e a valle di una società cartiera creata appositamente per realizzare una complessa frode carosello. L'imprenditore sosteneva di non aver redatto materialmente i documenti fiscali e di essere estraneo all'evasione dell'imposta. I giudici hanno confermato la sua penale responsabilità evidenziando la sua piena regia operativa e il controllo delle merci vendute sottocosto. Chi orchestra lo schema societario risponde del reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti anche senza la firma materiale dei documenti.
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Recupero crediti e concorso nel reato di usura
Un imprenditore in stato di bisogno riceveva liquidità a tassi usurari pari al 36% annuo. Successivamente, diversi soggetti intervenivano per riscuotere le rate e imporre la rinegoziazione del debito tramite cambiali, ricorrendo anche all'intimidazione del clan camorristico locale. I giudici di merito condannavano i responsabili per concorso nel reato di usura ed estorsione aggravata. Gli imputati impugnavano la decisione lamentando l'assenza di consapevolezza dell'accordo originario, la marginalità del ruolo svolto e la presunta illegittimità della pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. La Suprema Corte ha chiarito che chiunque intervenga per recuperare il credito o rimodulare il debito usurario risponde a titolo di concorso pieno, trattandosi di reato a condotta frazionata, rendendo definitive le condanne inflitte.
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Prestanome o colpevole: la responsabilità penale societaria
La vicenda nasce dall'emissione di fatture per operazioni inesistenti e dall'omessa dichiarazione fiscale tramite una società cartiera. I giudici di merito hanno condannato l'amministratore formale e l'amministratore di fatto. L'amministratore legale ha contestato la decisione, dichiarando di essere un semplice prestanome privo di effettivo potere gestionale. La Suprema Corte ha precisato la portata della responsabilità penale del prestanome: chi assume formalmente una carica societaria ha l'obbligo giuridico di vigilare sulla gestione e risponde penalmente delle omissioni fiscali e dei reati commessi con il gestore reale. I giudici hanno annullato senza rinvio una contestazione per intervenuta prescrizione dopo la cessazione della carica e disposto un nuovo giudizio sulla sospensione condizionale della pena. Hanno invece dichiarato inammissibile il ricorso dell'amministratore di fatto, confermando la sua condanna.
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Detenzione di stupefacenti tra connivenza e concorso
La polizia controlla un monolocale in cui sorprende due occupanti e un terzo soggetto dopo circa venti minuti di attesa, scanditi dal rumore continuo dello scarico del water. All'interno gli agenti rinvengono materiale per il confezionamento, una dose di cocaina, bilancini e ventimila euro in contanti. I due occupanti subiscono la condanna per concorso nella detenzione di stupefacenti, mentre il terzo soggetto ottiene l'assoluzione per la presenza solo occasionale. I condannati propongono ricorso lamentando una mera connivenza passiva. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile l'impugnazione confermando la condanna. I giudici evidenziano che i due imputati hanno rivendicato la restituzione del denaro e hanno agito materialmente per disfarsi della sostanza durante il controllo.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte e prescrizione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due amministratori condannati nei gradi di merito per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. L'accusa contestava la cessione di rami d'azienda da una cooperativa a un'altra per eludere debiti tributari superiori a due milioni di euro. I difensori hanno dimostrato l'assenza di dolo, evidenziando il versamento di quattrocentomila euro tramite ravvedimento operoso e la successiva retrocessione delle attività per mancato gradimento degli enti pubblici committenti. La Suprema Corte ha rilevato la totale carenza di motivazione dei giudici d'appello sull'effettiva idoneità fraudolenta dell'operazione. Rilevata la presenza di vizi motivazionali insanabili, la Cassazione ha dichiarato l'estinzione del reato per prescrizione, disponendo l'annullamento senza rinvio della sentenza.
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Trattamento sanzionatorio: ricorso rigettato e pena confermata
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la quantificazione della pena per fatti di lieve entità legati agli stupefacenti. La Corte di Appello aveva già ridotto la condanna a un anno, nove mesi e dieci giorni di reclusione oltre a 2.200 euro di multa. Il ricorrente ha lamentato un presunto difetto di motivazione riguardo al trattamento sanzionatorio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché generico e mirato a ottenere un riesame del merito, precluso ai giudici di legittimità. I Supremi Giudici hanno confermato la congruità e la razionalità del calcolo della pena, condannando l'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni commesso in concorso con altri soggetti. La difesa chiedeva di riqualificare la condotta nel reato meno grave di minaccia semplice e invocava la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto oltre alla concessione delle attenuanti generiche. I giudici supremi hanno confermato la piena correttezza della sentenza di merito. La condotta contestata evidenzia chiaramente la precisa volontà di farsi giustizia da sé con modalità intimidatorie per tutelare una presunta pretesa giuridica. Di conseguenza, la Corte ha respinto l'impugnazione e ha condannato l'imputato al pagamento delle spese del giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violenza privata sul terreno altrui: condanna definitiva
Tre persone hanno fatto irruzione su un fondo agricolo dove alcuni lavoratori stavano arando. Il gruppo ha aggredito verbalmente i presenti, colpito un lavoratore con un bastone e minacciato tutti estraendo un'arma da fuoco per costringerli a lasciare il terreno. I giudici di merito hanno condannato gli aggressori per il reato di violenza privata in concorso. Gli imputati hanno presentato ricorso sostenendo che due di loro fossero semplici spettatori privi di un ruolo attivo. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi e confermato la piena colpevolezza del gruppo: la presenza congiunta e l'inseguimento delle vittime costituiscono una chiara azione intimidatoria e non una semplice presenza passiva.
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Cessione balneare sottocosto: è bancarotta per distrazione
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di uno stabilimento balneare ceduto tramite passaggi societari a catena prima del fallimento della società originaria. L'operazione prevedeva inizialmente la cessione gratuita della concessione demaniale e dell'azienda a una seconda società, la quale ha poi rivenduto l'intero compendio a una terza impresa a un prezzo vile. Gli inquirenti hanno contestato il delitto di bancarotta per distrazione a tutti gli amministratori coinvolti nel disegno di spoliazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che il subingresso nella concessione demaniale non maschera la natura economica della cessione d'azienda e non esclude la bancarotta per distrazione se mancano corrispettivi congrui. Il ricorso della società acquirente è stato quindi integralmente rigettato con condanna alle spese.
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Reddito di cittadinanza: contanti nascosti e condanna
Due coniugi hanno presentato tre domande per ottenere il sussidio pubblico senza dichiarare ingenti somme di denaro contante, scoperte dalla dogana portuale tramite dichiarazioni valutarie per oltre trentaseimila euro complessivi. I giudici di merito hanno condannato entrambi i soggetti per indebita percezione del Reddito di Cittadinanza, escludendo la loro buona fede. Gli imputati hanno sostenuto davanti alla Corte di Cassazione che il denaro appartenesse a un parente e di essere stati rassicurati dal centro di assistenza fiscale. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso: l'ignoranza della legge non scusa e le verifiche documentali doganali smentiscono la tesi difensiva. La condanna penale resta quindi definitiva, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Riforma della sentenza assolutoria tra condanna e garanzie
Il responsabile di una ditta edile e il direttore dei lavori affrontano un processo per violenza privata per avere impedito l'accesso al garage di una condomina tramite l'installazione di un ponteggio per lavori al fabbricato. Il Tribunale assolve entrambi gli imputati, ma la Corte d'Appello ribalta l'esito ed emette una condanna senza riascoltare i testimoni e i periti tecnici. La Corte di Cassazione accoglie i ricorsi della difesa e dichiara illegittima la riforma della sentenza assolutoria avvenuta senza risentire le parti dichiaranti e senza una motivazione rafforzata sulle reali difficoltà tecniche del cantiere. I giudici supremi dichiarano prescritto il reato per il direttore dei lavori e rinviano a un nuovo giudizio d'appello la posizione dell'appaltatore per verificare la condotta.
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Fatture per operazioni inesistenti: condannato il capo occulto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale a due anni e quattro mesi di reclusione nei confronti di un imprenditore, riconosciuto quale gestore effettivo di una società commerciale. L'uomo ha utilizzato nelle dichiarazioni fiscali diverse fatture per operazioni inesistenti emesse da imprese fittizie, con il chiaro scopo di evadere le imposte e ottenere rimborsi non dovuti. La difesa ha sostenuto l'assenza di deleghe formali e contestato la responsabilità penale, cercando di equiparare la propria posizione a quella dei legali rappresentanti assolti. I giudici hanno respinto la tesi difensiva perché prove solide, inclusi accordi riservati e indagini della Guardia di Finanza, hanno dimostrato il ruolo di dominio esclusivo dell'imputato sull'azienda. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Sfruttamento del lavoro: c’è reato anche con assunzione regolare
La Procura ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva revocato gli arresti domiciliari a due amministratori di un distributore di carburanti, indagati per sfruttamento del lavoro. I giudici territoriali avevano escluso lo stato di bisogno dei dipendenti perché regolarmente assunti, possessori di auto e potenzialmente idonei a richiedere la disoccupazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la formale assunzione o il possesso di beni minimi non escludono la vulnerabilità economica dei lavoratori. La Suprema Corte ha annullato il provvedimento e disposto un nuovo esame per verificare la condizione individuale di ogni persona offesa.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: basta il reclutamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due imputati condannati dalla Corte di Appello in sede di rinvio. Il Primo Imputato contestava la condanna per il delitto associativo, sostenendo l'assenza di un contributo materiale concreto e la mancanza di reati specifici a suo carico. I giudici hanno chiarito che favorire l'ingresso di un nuovo membro nella cosca costituisce un apporto effettivo che consolida la compagine criminale e integra il reato di partecipazione ad associazione mafiosa. Il Secondo Imputato lamentava la mancata concessione delle attenuanti generiche durante la rideterminazione della pena. La Suprema Corte ha respinto la doglianza poiché il tema non rientrava nell'ambito del giudizio rescissorio. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese legali, di una sanzione pecuniaria e dei risarcimenti per gli enti locali costituiti parte civile.
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Concorso nel reato di truffa: conto aperto e dati usati
Un soggetto contesta la condanna per concorso nel reato di truffa sostenendo l'utilizzo inconsapevole dei propri dati personali. Sul suo conto corrente, aperto personalmente con documento d'identità, erano confluiti i proventi illeciti dell'operazione ingannevole. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: la tesi difensiva appare del tutto inverosimile in mancanza di prove contrarie e si risolve in una mera richiesta di rivalutazione del merito. Confermata la responsabilità penale e la sanzione, con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione e condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un imputato per i reati di concorso in ricettazione e violazione delle disposizioni sulle misure di prevenzione. La difesa ha impugnato la sentenza della Corte di Appello lamentando la mancata declaratoria di non punibilità immediata. I giudici supremi hanno rilevato la totale genericità dell'impugnazione, priva di argomentazioni critiche puntuali contro la decisione di secondo grado. Tale vizio ha determinato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione, con il definitivo consolidamento della condanna e l'obbligo per il ricorrente di versare le spese processuali e una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Perde l’alloggio e torna in carcere: no alla misura cautelare
Un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere aveva ottenuto gli arresti domiciliari presso l'abitazione di una terza persona. Successivamente, la proprietaria dell'immobile ha revocato la propria disponibilità a ospitarlo. In assenza di un domicilio alternativo idoneo, il giudice ha disposto il ripristino della misura detentiva in carcere. La difesa ha impugnato il provvedimento chiedendo la sostituzione della misura cautelare con l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, sostenendo che il tempo trascorso in cella avesse ridotto la pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che grava sull'indagato l'onere di fornire un domicilio idoneo e che il semplice decorso del tempo in carcere non costituisce un fatto nuovo idoneo ad affievolire le esigenze cautelari.
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