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Art. 110 Codice Penale — Anno 2026

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1329 provvedimenti

Altri anni per Art. 110 Codice Penale

Indebita compensazione: il prestanome risponde del reato
Alcuni amministratori formali e collaboratori aziendali impugnano la condanna penale per associazione per delinquere e indebita compensazione di crediti d'imposta inesistenti tramite modelli F24. I ricorsi sostengono che gli imputati abbiano agito come meri prestanome privi di effettivo potere gestionale e inconsapevoli della frode. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili tutte le impugnazioni, confermando le condanne. I giudici evidenziano che elementi come l'uso di telefoni riservati con codici segreti, la titolarità di quote sociali, la permanenza nelle cariche e la firma dei moduli fiscali dimostrano la piena consapevolezza o l'accettazione del rischio delittuoso. Di conseguenza, i ricorsi vengono respinti con condanna alle spese, al versamento in favore della Cassa delle Ammende e al risarcimento dell'Agenzia delle Entrate.
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Corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio: ok arresti
Un ex dirigente pubblico, nominato presidente di una commissione esaminatrice, ha pilotato un concorso comunale fornendo in anticipo i quesiti d'esame a una candidata indicata dal sindaco. In cambio del favore, l'amministratore e i suoi intermediari gli avevano promesso incarichi pubblici e un'opportunità lavorativa per la figlia. La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari nei confronti dell'indagato. I giudici hanno chiarito che il reato di corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio si perfeziona con il semplice accordo illecito. Inoltre, la Suprema Corte ha riconosciuto un concreto pericolo di recidiva. Nonostante il pensionamento, l'indagato ricopriva ancora ruoli decisionali in diversi organi di valutazione degli enti locali, mantenendo inalterata la propria capacità di influenzare le selezioni pubbliche.
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Connivenza non punibile: assistere al reato non è concorso
L'Imputato si trovava presente sul luogo di un'aggressione e di una tentata rapina commesse dal proprio figlio maggiorenne e da altri complici ai danni della Vittima. Rimasto sostanzialmente inerte all'interno dell'autovettura, i giudici d'appello lo avevano comunque condannato per concorso nei reati. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna, chiarendo la netta differenza tra concorso e connivenza non punibile. Chi assiste passivamente a un illecito, in mancanza di un dovere giuridico di impedirlo o di un apporto causale o morale, non risponde dei reati commessi da terzi. Il caso tornerà ora in appello per un nuovo giudizio.
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Falsificazione della patente: chat e contanti incastrano il complice
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per concorso nella falsificazione della patente a favore di un conoscente. Durante i controlli, gli agenti hanno trovato l'uomo in possesso di certificati medici e di residenza falsi intestati al beneficiario del documento di guida. Dalle analisi telematiche sono emerse conversazioni su applicazione di messaggistica che attestavano dazioni di denaro pari a oltre mille euro senza alcuna giustificazione. La difesa ha sostenuto l'assenza di prove sulla compilazione materiale dei moduli. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: gli indizi raccolti, valutati nell'insieme, dimostrano in modo logico la partecipazione al reato. L'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso nel reato: tra semplice presenza e condanna penale
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per reati legati a stupefacenti, armi e ricettazione. La difesa ha sostenuto l'assenza di responsabilità, invocando la semplice connivenza passiva anziché il concorso nel reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che L'Imputata ha fornito dichiarazioni spontanee dettagliate e ha accettato di custodire armi e droga nell'appartamento in locazione. Inoltre, le testimonianze dei coimputati hanno confermato il suo ruolo attivo nelle cessioni di sostanze illecite. La Corte ha condannato L'Imputata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte: la condanna
Due imprenditori hanno ceduto due immobili di una propria società a una nuova impresa, sempre gestita da loro. La società venditrice accumulava debiti fiscali superiori a ottocentomila euro e aveva già ricevuto le relative cartelle esattoriali. La Cassazione ha confermato la condanna per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. I giudici hanno stabilito che il passaggio di proprietà tra aziende collegate, accompagnato dalla continuazione della stessa attività aziendale, rappresenta un atto fraudolento idoneo a ostacolare il recupero del credito da parte del Fisco. Il reato sussiste anche se il rogito notarile è pubblico e non nascosto alle autorità. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: quando la Cassazione le nega
L'Imputato, condannato per concorso in reati di bancarotta fraudolenta, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha contestato il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da parte della Corte d'Appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudice di merito non deve esaminare ogni singolo elemento difensivo. Risulta infatti sufficiente motivare il diniego basandosi sulle ragioni ritenute decisive. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e il versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato: impronta digitale e complici confermano la pena
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto aggravato a seguito del ritrovamento di una sua impronta digitale sulla custodia di un computer portatile rubato. Nel ricorso in Cassazione, la difesa ha contestato sia la validità della perizia sulle impronte, sia l'applicazione dell'aggravante della violenza sulle cose, sostenendo che l'eventuale manomissione fosse stata compiuta da un'altra persona. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'aggravante della violenza sulle cose ha natura oggettiva e si estende a tutti i partecipanti al reato, anche se l'effrazione è eseguita da un complice. Inoltre, la coincidenza di almeno sedici punti caratteristici nell'impronta digitale costituisce prova certa di colpevolezza. L'Imputato dovrà pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa aggravata e ricorso respinto: i limiti della Cassazione
L'Imputato è stato condannato per il reato di concorso in truffa aggravata ai danni di una vittima, mediante l'incasso irregolare di vaglia postali che hanno causato un ingente danno economico. Contro la sentenza della Corte di Appello, la difesa ha proposto ricorso per Cassazione allegando l'incompetenza del giudice, difetti motivazionali, il mancato riconoscimento della sospensione condizionale, il diniego delle attenuanti generiche e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso interamente inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'eccezione di competenza era tardiva, le rivalutazioni probatorie non sono consentite in sede di legittimità, i precedenti penali ostacolavano la sospensione e il cospicuo danno economico impediva la tenuità dell'offesa. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e verserà tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso nel tentato omicidio: la Cassazione sul dolo di gruppo
Un giovane è stato condannato per lesioni aggravate e per il concorso nel tentato omicidio a causa della sua partecipazione all'aggressione di gruppo avvenuta in un parco cittadino. Durante il pestaggio ai danni di un ragazzo, un altro membro del gruppo ha estratto un coltello ferendo gravemente un secondo giovane. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna definitiva per le lesioni aggravate, evidenziando come la presenza fisica e la fuga collettiva abbiano rafforzato la violenza del gruppo. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la sentenza con rinvio relativamente al concorso nel tentato omicidio. I giudici hanno stabilito che la Corte d'Appello non ha adeguatamente motivato l'elemento psicologico del ricorrente, ossia se fosse consapevole dell'arma o se avesse previsto e accettato il rischio dell'accoltellamento compiuto dall'altro imputato.
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Bancarotta fraudolenta per distrazione e intrecci familiari
La Corte di Cassazione affronta un caso di bancarotta fraudolenta per distrazione legato alla gestione parallela di due aziende familiari. L'amministratore di fatto della società poi fallita stipula un concordato in appello, rinunciando ai motivi di merito per ottenere uno sconto di pena. Successivamente presenta ricorso, che i giudici dichiarano inammissibile per la preclusione derivante dall'accordo sulla pena. La figlia, amministratrice della società beneficiaria, viene condannata per concorso esterno nel reato. L'imputata ha incassato 160.000 euro spettanti alla società fallita, mascherando l'operazione nei bilanci come anticipazione soci, e ha utilizzato un ramo d'azienda senza pagare i canoni previsti. La Suprema Corte rigetta il ricorso della donna, confermando la sua piena consapevolezza del depauperamento patrimoniale. Entrambi i ricorsi vengono respinti, con condanna al pagamento delle spese di giudizio e dei risarcimenti in favore delle parti civili.
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Associazione per delinquere: lecita la condanna anche senza ruoli
Tre soggetti hanno organizzato ed eseguito una serie continuativa di furti di materiali all'interno di diversi cantieri edili. Per compiere i colpi la banda utilizzava autocarri intestati a terzi, auto di supporto, dispositivi GPS per i sopralluoghi e un piazzale recintato per nascondere la refurtiva. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di associazione per delinquere, respingendo i ricorsi degli imputati. La Suprema Corte ha chiarito che l'associazione per delinquere sussiste anche in presenza di un'organizzazione minimale e con ruoli intercambiabili tra i sodali. È sufficiente la presenza di un vincolo stabile, la continuità dei contatti e la predisposizione comune di mezzi per realizzare un programma criminoso indeterminato. Di conseguenza i giudici hanno confermato le sanzioni stabilite e condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali.
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Concorso in estorsione: la condanna resta anche senza incasso
L'Imputato è stato condannato per il reato di concorso in estorsione continuata. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di prove sul passaggio effettivo del denaro estorto nelle sue mani, poiché la riscossione e i messaggi intimidatori erano gestiti da un altro intermediario. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare la valutazione delle prove fatta nei gradi precedenti. Inoltre, le intercettazioni telefoniche confermano il pieno coinvolgimento dell'Imputato. Anche se non avesse incassato direttamente la somma, l'Imputato risponde comunque di concorso in estorsione per aver contribuito a far ottenere l'illecito profitto ai complici. Di conseguenza, l'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria e furto con strappo: la condanna in Cassazione
L'Imputato ha strappato una collanina d'oro dal collo della Vittima, per poi schiaffeggiarla e minacciarla per garantirsi la fuga. La difesa ha sostenuto che la condotta costituisse furto con strappo e non rapina, chiedendo l'applicazione delle attenuanti e di pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarificando il confine tra Rapina impropria e furto con strappo: quando lo strappo coinvolge direttamente la persona con violenza o minacce contestuali per vincerne la resistenza o assicurarsi l'impunità, si configura la rapina. Inoltre, i giudici hanno escluso l'attenuante della lieve entità a causa delle modalità intimidatorie dell'azione e hanno confermato il diniego delle sanzioni sostitutive per via dei precedenti penali dell'autore. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la fuga condanna entrambi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due uomini condannati per i reati di spaccio e resistenza a pubblico ufficiale. Un agente di polizia in borghese aveva mostrato la paletta di ordinanza intimando l'alt all'autovettura. Il passeggero ha reagito con violenza tirando calci e strattoni, mentre il conducente si è dato a una pericolosa fuga in auto travolgendo l'agente. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di entrambi. Il passeggero risponde di concorso morale nella fuga poiché la sua condotta aggressiva ha rafforzato il proposito criminoso del guidatore. Inoltre, l'identificazione fotografica del guidatore per lo spaccio di droga è risultata ineccepibile. Entrambi gli imputati dovranno pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Caccia abusiva in concorso: condannato anche il passeggero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cacciatore condannato per il reato di caccia abusiva in concorso. L'uomo, fermato all'interno di un'automobile insieme a un coimputato, sosteneva l'assenza di prove sul suo effettivo coinvolgimento nell'abbattimento di specie protette, poiché le prede si trovavano in sacchetti sotto il sedile del conducente. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, ribadendo che gli indizi devono essere valutati complessivamente. Elementi quali l'abbigliamento da caccia, il possesso di cartucce e la presenza di due sacchetti distinti contenenti merli e tordi dimostrano la piena cooperazione nell'illecito. Il ricorso è stato quindi rigettato, con condanna alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concorso nel reato di spaccio: condanna e ricorso inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di non aver commesso il reato di spaccio in concorso con il fratello, bensì di essersi limitato a una semplice connivenza non punibile. Il ricorrente ha chiesto lo sconto di pena per il ruolo secondario e le attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non vi è stata semplice tolleranza, ma un vero concorso nel reato di spaccio, dato che l'apporto dell'uomo è risultato essenziale e determinante. Inoltre, i precedenti penali ostacolano la concessione delle attenuanti. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente deve pagare le spese del giudizio e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a nuove prove
L'Imputato è stato condannato per concorso in spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità e tentata estorsione. La difesa ha proposto impugnazione lamentando vizi di motivazione, contestando la credibilità della persona offesa e la valutazione delle prove eseguita nei giudizi precedenti. La Corte di Cassazione ha stabilito l'Inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici hanno chiarito che il controllo di legittimità non consente di riesaminare i fatti o di valutare diversamente l'attendibilità dei testimoni. Verificata la piena tenuta logica della sentenza d'appello, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Tentata importazione di stupefacenti: condanna senza sequestro
I giudici hanno analizzato la responsabilità di diversi soggetti accusati del reato di tentata importazione di stupefacenti dall'estero. I soggetti coinvolti avevano pianificato nel dettaglio l'acquisto di ingenti carichi di cocaina, definendo prezzi, rotte aeree, trasporti navali, finanziamenti e ruoli operativi. Nonostante l'assenza del sequestro materiale della sostanza e il mancato arrivo a destinazione dei carichi, la Corte ha ritenuto le condotte idonee e univoche. I dialoghi intercettati e le somme versate hanno dimostrato l'esistenza di una trattativa concreta ed affidabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi proposti dagli imputati, confermando le condanne e imponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Mancata trasmissione atti al riesame: il carcere resta valido
L'Indagato, sottoposto alla custodia cautelare in carcere per concorso in omicidio, ha proposto ricorso denunciando la mancata trasmissione atti al riesame da parte del Pubblico Ministero. In particolare, la difesa lamentava l'assenza del verbale e della registrazione delle dichiarazioni spontanee rese al momento dell'arresto, sostenendo la conseguente inefficacia della misura cautelare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che la mancata trasmissione atti al riesame determina l'annullamento della misura solo se la difesa dimostra che gli atti omessi contenevano elementi concretamente favorevoli. Nel caso specifico, le dichiarazioni spontanee non eliminavano la gravità degli indizi e riproducevano quanto già emerso nell'interrogatorio di garanzia. L'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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