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Upd (Ufficio Per I Procedimenti Disciplinari)

15 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

È un ufficio specifico all'interno delle pubbliche amministrazioni, creato per essere terzo e imparziale. Gestisce i procedimenti disciplinari per le infrazioni più gravi, diverse dal semplice rimprovero verbale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Licenziamento disciplinare nullo: il Ministero perde in Cassazione
Un dipendente pubblico ha impugnato il proprio licenziamento disciplinare, sostenendo che il provvedimento fosse stato deciso da un singolo dirigente anziché dall'organo collegiale competente, l'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD). La Corte d'Appello ha accolto il ricorso del lavoratore, dichiarando nullo il licenziamento poiché la volontà sanzionatoria non era riconducibile all'intero ufficio collegiale. Il Ministero ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero, confermando la decisione precedente. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla reale provenienza dell'atto è un accertamento di fatto che non può essere ridiscusso in sede di legittimità, a meno che non si dimostri la violazione delle regole di interpretazione dei contratti. Di conseguenza, il lavoratore vince definitivamente la causa e il Ministero deve pagare le spese legali.
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Uso carta carburante: no alla decadenza azione disciplinare
Un Ente Pubblico avvia un procedimento disciplinare contro un dipendente per l'uso anomalo e protratto di una carta carburante aziendale. Il dipendente si difende sostenendo che l'azione dell'ente è tardiva. La Corte di Cassazione chiarisce un punto fondamentale della Riforma Madia: il termine di 120 giorni per concludere il procedimento non parte da quando il superiore gerarchico scopre l'illecito, ma da quando gli atti vengono trasmessi all'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD). Secondo la Corte, un ritardo nella comunicazione interna non provoca in automatico la decadenza dell'azione disciplinare, a meno che non venga irrimediabilmente compromesso il diritto di difesa del lavoratore. La sanzione è quindi potenzialmente valida. L'Ente Pubblico vince il ricorso.
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Spia per la figlia: multa valida, la competenza procedimento disciplinare non cambia
Un dirigente pubblico ha ricevuto una multa di 500 euro per aver effettuato un accesso abusivo all'Anagrafe Tributaria per motivi personali legati alla figlia. Il dirigente ha contestato la sanzione, sostenendo che l'organo che l'aveva emessa non fosse quello corretto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale sulla competenza procedimento disciplinare: questa si determina in base alla sanzione massima prevista in astratto per la violazione (in questo caso anche il licenziamento), e non in base a quella, più lieve, concretamente applicata. Di conseguenza, la competenza era correttamente dell'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD).
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Revocazione sentenza Cassazione: parere legale non basta
Un dipendente pubblico, licenziato, tenta di riaprire il suo caso chiedendo la revocazione della sentenza della Cassazione che aveva confermato il licenziamento. Egli si basa su un parere legale, presentato come 'nuovo documento', che attesterebbe l'illegittima composizione dell'organo disciplinare. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. Stabilisce che un parere legale non è un documento nuovo e decisivo, ma una mera interpretazione di fatti già noti. Inoltre, chiarisce che le sue sentenze di rigetto possono essere impugnate per revocazione solo per errore di fatto, motivo non invocato dal ricorrente. Il dipendente perde e viene condannato a pagare le spese.
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Termine contestazione disciplinare: quando inizia?
La Corte di Cassazione ha chiarito un punto cruciale sul termine contestazione disciplinare nel pubblico impiego. Con l'ordinanza n. 33394/2023, ha stabilito che il termine di 40 giorni per avviare il procedimento decorre non dalla data in cui il dirigente della struttura viene a conoscenza del fatto, ma dal momento in cui l'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) riceve formalmente gli atti. La Corte ha così cassato la decisione di merito che aveva annullato una sanzione disciplinare considerandola tardiva.
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Licenziamento disciplinare: la composizione dell’UPD
La Corte di Cassazione ha confermato un licenziamento disciplinare, stabilendo che la modifica della composizione dell'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) nel corso del tempo non invalida la sanzione, purché sia garantito il principio di terzietà. La Corte ha inoltre ritenuto legittima la riapertura del procedimento disciplinare dopo una condanna penale, anche in possesso del solo dispositivo della sentenza, se il diritto di difesa del dipendente viene rispettato.
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Licenziamento disciplinare pubblico impiego: la Cassazione
Un dipendente comunale, inizialmente sospeso per il rilascio di documenti falsi, è stato licenziato a seguito della riapertura del procedimento disciplinare dopo una sentenza penale di patteggiamento. Il lavoratore ha impugnato il licenziamento disciplinare pubblico impiego, sostenendo la tardività della riapertura e la violazione del principio del 'ne bis in idem'. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che il termine per la riapertura decorre dalla conoscenza completa della sentenza penale da parte dell'amministrazione e che la sanzione finale sostituisce quella provvisoria, senza violare il divieto di doppia sanzione.
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Termine disciplinare: da quando decorre la decadenza?
La Corte di Cassazione ha chiarito che il termine disciplinare di 120 giorni per la conclusione del procedimento a carico di un dipendente pubblico decorre dalla data in cui la notizia dell'infrazione perviene al responsabile della struttura in cui il dipendente lavora o all'Ufficio Procedimenti Disciplinari (UPD), e non dalla conoscenza acquisita da altri organi, come il Direttore Generale. Nel caso di specie, una sanzione disciplinare era stata annullata perché il termine era stato fatto decorrere erroneamente dalla notifica di un atto al Direttore Generale. La Corte ha cassato la decisione, riaffermando il principio della conoscenza 'specifica' e 'qualificata' per l'avvio del termine perentorio.
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Licenziamento disciplinare: unico procedimento è valido
Un dipendente pubblico è stato licenziato per una condotta illecita protrattasi nel tempo, durante il quale ha cambiato ruolo da funzionario a dirigente. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare, stabilendo che in questi casi è corretto svolgere un unico procedimento, gestito dall'ufficio competente per la qualifica finale (dirigenziale). La sanzione espulsiva è stata ritenuta proporzionata alla grave violazione del rapporto di fiducia con l'amministrazione.
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Sanzione disciplinare: illegittima senza l’organo giusto
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di una sanzione disciplinare (rimprovero scritto) inflitta a un dipendente pubblico. La decisione è stata annullata perché il procedimento non è stato gestito dall'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) come organo collegiale, ma da un singolo dirigente. Questo vizio di procedura ha reso la sanzione nulla, e il ricorso dell'Amministrazione è stato dichiarato inammissibile.
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Termine contestazione disciplinare: da quando decorre?
Una dirigente medico ottiene l'annullamento di una sanzione disciplinare perché ritenuta tardiva. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, chiarendo un punto cruciale: il termine per la contestazione disciplinare a carico dell'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) decorre non dalla prima notizia del fatto, ma dal momento in cui l'UPD riceve formalmente gli atti dal dirigente della struttura. La Corte ha ritenuto tempestiva l'azione dell'UPD, avviata lo stesso giorno della ricezione degli atti.
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Licenziamento disciplinare: i termini per agire
La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sul licenziamento disciplinare dei dipendenti pubblici. Ha stabilito che solo i termini per l'avvio e la conclusione del procedimento da parte dell'Ufficio competente sono perentori. Un ritardo da parte di un dirigente nel segnalare i fatti non è di per sé sufficiente ad annullare il licenziamento, a meno che non si dimostri che tale ritardo abbia concretamente leso il diritto di difesa del lavoratore. Il caso riguardava un dipendente licenziato per uso improprio di una carta carburante aziendale.
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Procedimento disciplinare: chi firma il licenziamento?
Un lavoratore con qualifica di quadro è stato licenziato per giusta causa per aver sottratto un mazzo di chiavi aziendali. Ha impugnato il licenziamento sostenendo un vizio nel procedimento disciplinare, in quanto l'atto non era stato firmato dall'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) come previsto, a suo dire, dal regolamento interno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità del licenziamento. I giudici hanno stabilito che l'interpretazione del regolamento aziendale fornita dalla corte di merito, secondo cui l'UPD era competente solo per la fase istruttoria, era plausibile e non sindacabile in sede di legittimità. Inoltre, la violazione di una norma procedurale interna non determina automaticamente la nullità del recesso.
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Licenziamento assenza ingiustificata: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di un licenziamento per assenza ingiustificata di una docente, durato quasi tre mesi. La sentenza chiarisce che il ritardo del dirigente scolastico nel segnalare i fatti all'Ufficio disciplinare non invalida automaticamente la sanzione, a meno che non si provi una concreta lesione del diritto di difesa del lavoratore.
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Termine decadenziale: licenziamento nullo se tardivo
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di un dipendente pubblico, in quanto il procedimento disciplinare era stato avviato oltre il termine decadenziale previsto dalla legge. La Corte ha stabilito che il termine decorre dal momento in cui l'ufficio competente ha una conoscenza sufficiente dei fatti, non da quando riceve una relazione formale successiva. L'appello dell'amministrazione, volto a ottenere una nuova valutazione dei fatti, è stato dichiarato inammissibile.
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