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Truffa In Concorso

26 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il reato commesso da due o più persone che, collaborando tra loro con raggiri o artifizi, inducono qualcuno in errore per ottenere un ingiusto profitto a danno della vittima.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Truffa in concorso: la fiducia tradita non salva gli imputati
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa in concorso a carico di due imputati. L'ex collega di lavoro della vittima, insieme al suo fidanzato, aveva ingannato la persona offesa facendole credere di poter ottenere un impiego e di dover pagare false multe, estorcendo circa 12.000 euro. I giudici hanno ritenuto attendibile il racconto della vittima, supportato da prove documentali e testimonianze dei familiari, nonostante le contestazioni della difesa sulla sua presunta ingenuità. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, ribadendo che la mancanza di diligenza della vittima non esclude la truffa.
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Truffa in concorso: ricorso generico e condanna confermata
La vicenda riguarda la condanna di un soggetto per il reato di truffa in concorso, commesso insieme a una complice. I giudici di merito hanno accertato la piena mala fede degli imputati attraverso prove testimoniali chiare e concordanti. L'accusato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione e violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. L'impugnazione conteneva censure generiche e richiedeva una rivalutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. A causa dell'inammissibilità, il ricorrente deve pagare le spese del procedimento e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa in concorso: ricorso inammissibile e condanna confermata
Due soggetti hanno subito la condanna per il reato di truffa in concorso ai danni di una persona offesa. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione per contestare la valutazione delle prove, la quantificazione della pena e la mancata concessione delle pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sulla responsabilità riproponevano argomenti già respinti in appello senza criticare la sentenza. La determinazione della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, la richiesta di pene sostitutive non era stata formulata nel precedente grado di giudizio. La Suprema Corte ha condannato entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali, di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammiende e al risarcimento delle spese legali sostenute dalla parte civile.
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Truffa in concorso: la Cassazione boccia i ricorsi e condanna
Due soggetti, definiti come Gli Imputati, hanno proposto ricorso per cassazione contro la sentenza d'appello che li condannava per il reato di truffa in concorso. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti, l'utilizzabilità dei tabulati telefonici e l'applicazione dell'aumento di pena legato alla recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che le doglianze presentate riproponessero soltanto questioni di fatto già ampiamente esaminate e respinte nei gradi di merito. Inoltre, l'eccezione sui dati telefonici non intaccava la solidità del quadro probatorio complessivo. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha imposto a ciascun imputato il pagamento delle spese del processo e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa in concorso: ricorso generico e condanna confermata
Due soggetti condannati per il reato di truffa in concorso hanno impugnato la sentenza di secondo grado davanti alla Corte di Cassazione, lamentando vizi di motivazione sui profili di responsabilità penale e sul rigetto di nuove richieste probatorie. I giudici di legittimità hanno dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili per difetto di specificità. Gli imputati hanno infatti contestato la decisione precedente con formule vaghe e astratte, senza confrontarsi con le argomentazioni logiche e dettagliate fornite dalla Corte d'appello. La Suprema Corte ha confermato la condanna, imponendo ai ricorrenti il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Truffa su carte prepagate: la falsa denuncia non cancella la pena
Due imputati hanno subito la condanna definitiva per una truffa su carte prepagate ai danni di una vittima, costretta a versare denaro tramite molteplici bonifici. Gli autori del raggiro sostenevano di aver subito il furto delle tessere, ma la denuncia era avvenuta solo cinque mesi dopo i fatti contestati. La Corte di Cassazione ha confermato la loro piena responsabilità penale e ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato dalla difesa. I giudici hanno chiarito che i titolari delle tessere erano gli unici beneficiari effettivi degli accrediti estorti. La Suprema Corte ha inoltre convalidato la severità della pena inflitta, giustificata dall'intensità del dolo e dai numerosi precedenti penali specifici di uno dei colpevoli.
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Truffa in concorso: la firma e i conti condivisi inchiodano i soci
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di truffa in concorso. Il primo ricorrente contestava l'elemento soggettivo, mentre il secondo negava il nesso causale legato alla sua carica societaria. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di quest'ultimo, evidenziando la sua partecipazione attiva nella presentazione di domande alla Camera di Commercio e la co-disponibilità dei conti correnti su cui affluivano i profitti illeciti. Inoltre, i giudici hanno chiarito che l'esiguità del danno economico, già utilizzata per concedere le attenuanti generiche, non può essere nuovamente valutata per ottenere un ulteriore sconto di pena (attenuante del danno di speciale tenuità), poiché ha già esaurito la sua funzione mitigatrice.
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Truffa in concorso: condannato anche chi presta la carta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa in concorso ai danni di due familiari, un padre e un figlio. Il figlio aveva convinto la vittima a effettuare un bonifico su una carta prepagata intestata al padre. La difesa sosteneva la mancanza di prove sul profitto e sul coinvolgimento del padre. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che il bonifico era andato a buon fine prima della chiusura del conto per uso scorretto. Inoltre, l'assenza di denunce del padre contro il figlio e la successiva irreperibilità di entrambi dimostrano un accordo preventivo. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Truffa e inammissibilità del ricorso per cassazione: i motivi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per truffa in concorso. L'imputato aveva contestato la decisione della Corte d'Appello lamentando un vizio di motivazione. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e privi di un reale collegamento con le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha applicato la sanzione pecuniaria per l'inammissibilità del ricorso per cassazione.
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Truffa in concorso: ricorso ripetitivo e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di truffa in concorso. La ricorrente contestava la ricostruzione del fatto, la mancata ammissione di prove a discarico e l'eccessività della pena. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quanto già discusso in appello. Inoltre, la richiesta di nuove prove è stata ritenuta superflua e la contestazione sulla misura della pena non è proponibile in Cassazione. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa in concorso: condanna confermata ma si riapre il caso del 2006
Il caso riguarda una truffa in concorso ai danni di una donna, indotta a consegnare somme di denaro per un totale di circa 70.000 euro. La Corte d'Appello aveva dichiarato parzialmente prescritti i reati, rideterminando la pena per Il Ricorrente. Quest'ultimo ha impugnato la decisione, contestando il proprio coinvolgimento nella prima dazione di 10.000 euro avvenuta nel 2006 e l'attendibilità della vittima. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la sentenza con rinvio limitatamente all'episodio del 2006 per carenza di motivazione sul ruolo del Ricorrente. Ha invece dichiarato inammissibile il resto del ricorso, confermando la colpevolezza per i fatti successivi e rimettendo la quantificazione del danno al giudice civile.
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Truffa dell’assegno circolare: foto condivisa, condanna sicura
Due soggetti pubblicano un falso annuncio di vendita di un'auto online e convincono gli acquirenti a inviare la foto di un assegno circolare da 31.000 euro come garanzia. Utilizzando l'immagine, i truffatori clonano il titolo e lo incassano. Il Tribunale applica la pena su richiesta delle parti per truffa in concorso, ma omette di dichiarare la falsità del titolo clonato. Il Procuratore Generale ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che anche in caso di patteggiamento il giudice deve dichiarare la falsità dei documenti usati per il reato. La Cassazione annulla parzialmente la sentenza senza rinvio e dichiara formalmente la falsità del titolo, risolvendo definitivamente la vicenda legata alla truffa dell'assegno circolare.
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Truffa in concorso: ricorso inutile e condanna più pesante
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato di truffa in concorso, aggravato dalla recidiva. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e della minima partecipazione al reato. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione. Inoltre, la Cassazione ha confermato il diniego delle attenuanti e l'applicazione della recidiva, giustificati dalla gravità dei precedenti penali del soggetto e dalla sua evidente pericolosità sociale. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa in concorso: la presenza costante costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di truffa in concorso. I giudici di merito avevano accertato la colpevolezza degli imputati basandosi sul racconto coerente e riscontrato della vittima. Uno dei condannati contestava la propria responsabilità, ma la Corte ha confermato la sua partecipazione, sotto forma di concorso morale, evidenziata dalla sua costante presenza agli incontri tra il complice e la persona offesa. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere un nuovo esame dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Truffa in concorso: condanna definitiva per errore di difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di truffa in concorso, aggravato da recidiva specifica reiterata. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva e il mancato bilanciamento delle attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. I giudici di legittimità hanno stabilito che la questione sulla recidiva non poteva essere sollevata per la prima volta in Cassazione, essendo preclusa per mancata impugnazione in appello. Inoltre, la richiesta sulle attenuanti è stata ritenuta inammissibile poiché l'atto di appello originario non conteneva censure specifiche sul giudizio di comparazione tra circostanze. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando definitivamente la condanna precedente.
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Misure cautelari personali: arresti validi anche se il GIP copia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali degli arresti domiciliari nei confronti di un professionista esterno, accusato di truffa in concorso con amministratori locali. L'accusa riguarda l'ottenimento di fondi regionali per un progetto di ristrutturazione scolastica già esistente. La difesa contestava la mancanza di un'autonoma valutazione da parte del GIP, che aveva redatto il provvedimento incorporando ampi stralci degli atti d'indagine. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la motivazione per incorporazione è legittima se rivela una reale rielaborazione critica degli atti. Inoltre, il pericolo di inquinamento probatorio è stato ritenuto concreto a causa della fitta rete di relazioni dell'indagato e della sua capacità di influenzare i testimoni.
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Truffa in concorso: il finto accordo che svuota il pignoramento
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità civile per il reato di truffa in concorso a carico del Complice di un debitore. Il Debitore aveva convinto la Società Creditrice a rinunciare a un pignoramento, promettendo il pagamento tramite cambiali e mentendo sulla vendita imminente dei propri beni aziendali, in realtà già avvenuta. Il Complice, fidanzato della figlia del Debitore, ha partecipato attivamente al piano: ha ricevuto un assegno dal Debitore e ha avviato un pignoramento lampo sui proventi della vendita dei beni, sottrandoli alla Società Creditrice. Nonostante la prescrizione del reato penale, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Complice, confermando l'obbligo di risarcire i danni alla Società Creditrice e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Truffa in concorso: la finta buona fede non evita la condanna
L'Imputato è stato condannato per truffa in concorso per aver attivato e consegnato a complici diverse carte prepagate. I complici telefonavano a ricevitorie simulando guasti tecnici e inducendo gli operatori a ricaricare le carte. L'Imputato sosteneva la propria buona fede, affermando di credere che le carte servissero come omaggi per i clienti di un conoscente e di aver usato la carta della convivente per ricevere il compenso senza fini di occultamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a dieci mesi e venti giorni di reclusione. I giudici hanno stabilito che l'attivazione di numerose carte dietro compenso, unita all'uso della carta di un terzo per ricevere il pagamento, dimostra l'accettazione del rischio della commissione di reati, configurando la piena responsabilità penale.
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Truffa in concorso: promesse di ricchezza e condanna finale
Due soggetti, un intermediario e un carrozziere, hanno convinto una coppia di coniugi ad acquistare auto incidentate, promettendo enormi guadagni con la rivendita in Polonia. Gli imputati hanno nascosto che i veicoli appartenevano a terzi o erano sottoposti a fermo amministrativo, incassando denaro in contanti senza emettere fatture. Il tribunale ha condannato solo l'intermediario, ma la Corte d'appello ha condannato anche il carrozziere. La Cassazione ha confermato la condanna per entrambi per il reato di truffa in concorso. I giudici hanno chiarito che le false promesse di profitto e la dissimulazione dello stato reale dei beni costituiscono veri e propri raggiri, e non un semplice inadempimento contrattuale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando la responsabilità penale e l'obbligo di risarcimento.
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Truffa in concorso: condannati i finti mediatori
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di truffa in concorso per aver venduto un macchinario da cantiere senza averne la reale disponibilità, inducendo le vittime a versare ventimila euro. Due imputati hanno sostenuto di aver svolto solo una semplice attività di mediazione senza malafede, mentre una terza imputata ha eccepito l'avvenuta prescrizione del reato, contestando l'applicazione della sospensione dei termini legata all'emergenza Covid-19. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato la responsabilità dei mediatori e chiarito che la sospensione di sessantatré giorni dovuta alla pandemia era pienamente applicabile, avendo determinato il rinvio di un'udienza. Di conseguenza, la prescrizione non era maturata prima della sentenza d'appello. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della Cassa delle Ammende.
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