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Tribunale Di Sorveglianza — Anno 2023

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471 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tribunale Di Sorveglianza

Provvedimenti

Ergastolo ostativo: buona condotta non basta per il permesso
Un detenuto condannato all'ergastolo ostativo per un omicidio di stampo camorristico ha richiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la richiesta, ritenendo che il condannato non avesse fornito prove sufficienti per superare la presunzione di pericolosità e dimostrare la rottura dei legami con l'ambiente criminale. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Secondo i giudici, la buona condotta carceraria e la lunga detenzione, da sole, non bastano a vincere la presunzione di pericolosità sociale legata all'ergastolo ostativo.
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Saluto in carcere: non viola il divieto di comunicazione
Un detenuto condannato all'ergastolo e sottoposto a isolamento diurno risponde al saluto di un altro carcerato. Il Ministero della Giustizia ritiene violato il divieto di comunicazione in isolamento e ricorre in Cassazione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici stabiliscono un principio importante: un semplice saluto, essendo un gesto di cortesia privo di contenuto informativo, non costituisce una 'comunicazione' vietata. Pertanto, non può essere sanzionato disciplinarmente. La Corte chiarisce che l'isolamento per gli ergastolani non è mai assoluto, tanto che la legge permette loro di partecipare ad attività lavorative.
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Commette reati di mafia in cella: no alla liberazione anticipata
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca della liberazione anticipata a un detenuto. L'uomo, durante l'esecuzione della pena, aveva commesso nuovi e gravi reati legati alla criminalità organizzata. Secondo i giudici, questo comportamento dimostra il fallimento del percorso rieducativo e l'incompatibilità con il mantenimento del beneficio. La commissione di un delitto durante la detenzione è una ragione sufficiente per giustificare la revoca liberazione anticipata, poiché indica che il condannato non ha realmente cambiato condotta. La Corte ha quindi respinto il ricorso del detenuto, rendendo definitiva la perdita degli sconti di pena precedentemente ottenuti.
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Affidamento terapeutico negato: recidiva batte recupero
Un detenuto, con una storia di tossicodipendenza e precedenti programmi di recupero falliti, ha richiesto l'affidamento in prova terapeutico come alternativa al carcere. La richiesta è stata negata a causa della sua percepita inaffidabilità, dimostrata da recenti e gravi accuse di traffico di droga e da una valutazione negativa della sua personalità. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la persistente condotta criminale del soggetto giustificava un ulteriore periodo di osservazione in carcere prima di poter considerare qualsiasi misura alternativa.
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Casa Abusiva, Niente Domiciliari: La Cassazione Conferma il No
La Corte di Cassazione ha negato la detenzione domiciliare a un uomo che viveva con la compagna in una casa popolare occupata senza titolo. Anche se era in corso una procedura per regolarizzare l'immobile e i servizi sociali avevano dato parere positivo, i giudici hanno stabilito un principio inderogabile: la legge vieta la **detenzione domiciliare in un immobile abusivo**. L'inidoneità del domicilio è un ostacolo insuperabile che impedisce di valutare qualsiasi altro aspetto. La richiesta del condannato è stata quindi definitivamente respinta.
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Niente casa né lavoro: negate le Misure alternative alla detenzione
Un uomo condannato a quattro mesi di reclusione si è visto negare le Misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa della mancanza di presupposti fondamentali: un domicilio idoneo (quello indicato era fatiscente e senza elettricità) e un'attività lavorativa stabile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ritenendo il ricorso inammissibile. La sentenza stabilisce che, senza garanzie concrete di stabilità abitativa e lavorativa, le misure alternative non sono praticabili. L'uomo è stato condannato a pagare le spese processuali e una multa di 3.000 euro.
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Liberazione Anticipata: Cellulare in Cella Annulla la Buona Condotta
La Corte di Cassazione ha negato la liberazione anticipata a un detenuto, confermando la decisione dei giudici di sorveglianza. Il detenuto aveva commesso gravi infrazioni disciplinari, come la detenzione di un telefono cellulare, in un periodo successivo a quello per cui chiedeva il beneficio. Secondo la Corte, tale comportamento dimostra un disprezzo per le regole e una mancata adesione al percorso rieducativo. Questo giustifica una valutazione negativa complessiva che prevale sul principio della valutazione 'frazionata' per singolo semestre. Di conseguenza, la richiesta di sconto di pena è stata definitivamente respinta.
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Carenza di interesse: ottiene i domiciliari, ricorso inutile
Un condannato si era visto negare la detenzione domiciliare per motivi di salute e aveva presentato ricorso in Cassazione. Tuttavia, prima che la Corte potesse decidere, un altro provvedimento gli aveva concesso proprio la detenzione domiciliare richiesta. Di conseguenza, la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per 'carenza di interesse sopravvenuta'. Poiché il ricorrente aveva già ottenuto ciò che chiedeva, non aveva più alcun motivo valido per continuare il procedimento legale. La Corte ha quindi chiuso il caso senza entrare nel merito della questione originaria.
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Affidamento in Prova Negato: Passato Criminale Vince su Buona Condotta
Un condannato, già in detenzione domiciliare, ha richiesto la misura più favorevole dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta, ritenendo la detenzione domiciliare più adatta a causa del suo passato criminale, pur considerando le sue condizioni di salute e il buon andamento della misura in corso. L'interessato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la decisione fosse basata solo sul suo passato. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la valutazione del giudice di sorveglianza era completa e ben motivata. La richiesta di una nuova valutazione dei fatti non è consentita in sede di legittimità, confermando così il diniego dell'affidamento in prova al servizio sociale.
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Salute in Carcere: No al differimento esecuzione pena con motivi generici
Un detenuto, condannato a una lunga pena, ha richiesto il differimento esecuzione pena per gravi motivi di salute, chiedendo la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta. Il detenuto ha allora fatto ricorso alla Corte di Cassazione, la quale ha dichiarato il ricorso inammissibile. Secondo i giudici, le lamentele erano generiche e infondate, poiché il Tribunale aveva già valutato correttamente le condizioni di salute basandosi su relazioni mediche e accertamenti in corso. La Corte ha ribadito di non poter riesaminare i fatti, ma solo la corretta applicazione della legge, condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Affidamento in prova negato: ricorso generico costa caro
Una condannata si è vista negare la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha basato la sua decisione sulla gravità dei reati, sul profilo criminale della donna e su illeciti disciplinari commessi successivamente. La condannata ha presentato ricorso in Cassazione, ma i giudici lo hanno dichiarato inammissibile. Il motivo è che le sue argomentazioni erano troppo generiche e non contestavano in modo specifico e puntuale le motivazioni del primo giudice. La sentenza sottolinea che per ottenere un beneficio come l'affidamento in prova al servizio sociale, l'impugnazione deve essere precisa e non assertiva. La donna ha perso il ricorso e dovrà pagare le spese e una multa.
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Affidamento in prova revocato per lavoro finto: no della Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale di Sorveglianza sulla revoca dell'affidamento in prova a un condannato. Il beneficio era stato annullato perché l'attività lavorativa dichiarata dall'uomo, a seguito di accertamenti della Guardia di Finanza, era risultata fittizia e non reale. Il condannato aveva presentato ricorso sostenendo la genuinità del suo lavoro, ma la Cassazione lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno stabilito che la motivazione del Tribunale era corretta e ben fondata sulle prove raccolte, e che la Corte non può riesaminare i fatti. Di conseguenza, la revoca affidamento in prova è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Proroga 41-bis: Ex boss mafioso resta al carcere duro
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della proroga 41-bis per un detenuto, ex capo reggente di una cosca mafiosa. I giudici hanno stabilito che, per estendere il regime del 'carcere duro', non è necessario provare contatti recenti con l'esterno. È sufficiente valutare la 'capacità' del detenuto di riallacciare i legami con il sodalizio criminale. Questa capacità si desume dal suo passato ruolo di vertice, dalla continua operatività dell'organizzazione e dall'assenza di qualsiasi segnale di dissociazione. Il semplice trascorrere del tempo in detenzione non basta, da solo, a far ritenere svanita la sua pericolosità sociale.
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Lavoro inadatto nega la prova: confermata la detenzione domiciliare
Un condannato si oppone alla decisione del Tribunale che gli impone la detenzione domiciliare invece dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Egli lamenta un vizio di procedura e una valutazione ingiusta basata solo sui suoi precedenti. La Corte di Cassazione respinge il ricorso. I giudici stabiliscono che non c'era alcuna incompatibilità del magistrato e che la scelta della detenzione domiciliare era corretta. La decisione non si basava solo sui precedenti, ma anche sull'inidoneità del lavoro del condannato a garantire i controlli necessari, rendendo gli arresti domiciliari la misura più adatta per la sua rieducazione.
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Ricorso per Cassazione Personale: Errore Fatale per il Detenuto
Un detenuto si è visto negare la liberazione anticipata dal Tribunale di Sorveglianza. Ha quindi deciso di presentare un ricorso per cassazione personale, cioè redatto e firmato da lui stesso senza l'assistenza di un legale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge, infatti, vieta espressamente all'imputato o al condannato di presentare personalmente questo tipo di impugnazione. È sempre necessaria la firma di un avvocato iscritto a un albo speciale. A causa di questo errore procedurale, il detenuto è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Proroga regime 41-bis: il passato da boss blocca la libertà
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della proroga del regime 41-bis per un detenuto con un passato da leader in un clan camorristico. Il detenuto sosteneva che il lungo periodo di detenzione avesse interrotto i suoi legami con l'esterno. I giudici hanno invece stabilito che, per la proroga del 'carcere duro', non serve provare nuovi contatti, ma è sufficiente dimostrare la persistente 'capacità' di ristabilirli. Questa capacità si valuta considerando il ruolo criminale passato, la vitalità del clan di appartenenza, i legami familiari e la condotta in carcere. Poiché questi elementi indicavano un pericolo ancora attuale, il ricorso è stato respinto e la proroga del regime 41-bis è stata confermata.
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Proroga regime 41-bis: laurea e dissociazione non bastano
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto, ex figura di vertice di un'organizzazione mafiosa. Nonostante la lunga detenzione, una laurea conseguita in carcere e una dissociazione solo verbale, i giudici hanno ritenuto ancora attuale la sua capacità di mantenere collegamenti con il sodalizio criminale, tuttora attivo. La decisione sottolinea che per la proroga del 'carcere duro' non è necessario provare nuovi contatti, ma è sufficiente accertare la persistente pericolosità e la capacità del detenuto di riallacciare i legami, qualora le restrizioni venissero allentate. La dissociazione, per essere valida, deve essere concreta e non solo dichiarata.
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Proroga regime 41-bis: Capo clan perde, il passato conta ancora
Un detenuto, figura di spicco di un'organizzazione criminale, ha contestato la decisione di estendere la sua detenzione in regime di 'carcere duro'. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la proroga del regime 41-bis. I giudici hanno stabilito che, per giustificare la misura, è sufficiente dimostrare la capacità del detenuto di mantenere collegamenti con l'esterno. Il suo ruolo apicale, la vitalità del clan di appartenenza e la sua condotta in carcere, che non mostrava alcun segno di cambiamento, sono stati considerati prove concrete di un pericolo ancora attuale. Il semplice trascorrere del tempo non è bastato a eliminare questa valutazione di pericolosità.
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Proroga regime 41-bis: 24 anni di carcere duro non bastano
Un detenuto, ex capo di un'importante organizzazione criminale, si oppone alla proroga del regime 41-bis dopo oltre 24 anni di detenzione ininterrotta. Sostiene che il suo clan sia ormai in declino e che la lunga reclusione abbia annullato la sua pericolosità. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. I giudici hanno stabilito un principio fondamentale: per la proroga regime 41-bis non è necessario provare contatti recenti, ma è sufficiente valutare la capacità del detenuto di ristabilire legami con l'esterno se trasferito al regime ordinario. Il suo ruolo di vertice in passato e l'assenza di una reale dissociazione sono stati ritenuti elementi decisivi per confermare il 'carcere duro'.
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Revoca affidamento in prova: due uscite notturne costano la libertà
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'affidamento in prova per una persona condannata. Il motivo è la violazione ripetuta delle prescrizioni, in particolare due assenze notturne dal domicilio in un breve arco di tempo. I giudici hanno stabilito un principio importante: la reiterazione di comportamenti scorretti è sufficiente a giustificare la revoca del beneficio, anche se la diffida formale per la prima violazione non era stata ancora notificata al momento della seconda. La condotta oggettivamente contraria al programma di reinserimento prevale sulla formalità della comunicazione. La decisione sottolinea la serietà degli impegni assunti con l'affidamento in prova.
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