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Tribunale Di Sorveglianza — Anno 2023

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471 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tribunale Di Sorveglianza

Provvedimenti

Liberazione anticipata: no al diniego automatico per nuove denunce
Il Tribunale di sorveglianza nega la liberazione anticipata a un condannato agli arresti domiciliari a causa di due pendenze penali per diffamazione e minacce, ritenute sintomatiche di una mancata rieducazione. Il condannato ricorre in Cassazione eccependo che il procedimento per diffamazione si era concluso con remissione di querela dopo scuse e risarcimento, e che il giudice non aveva valutato le prove difensive, come le dichiarazioni della madre. La Cassazione accoglie il ricorso: in tema di liberazione anticipata, specie per chi espia la pena ai domiciliari, il giudice deve compiere una valutazione globale e concreta della condotta del soggetto, senza automatismi, esaminando tutti gli elementi allegati dalla difesa. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Detenzione domiciliare speciale: ricorso chiuso senza spese
Il Tribunale di sorveglianza aveva inizialmente negato a una condannata la detenzione domiciliare speciale. La donna ha proposto ricorso in Cassazione ma, nelle more del giudizio, ha ottenuto la detenzione domiciliare ordinaria da un altro provvedimento del giudice di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza d'interesse, poich! l'obiettivo di evitare il carcere era gi stato raggiunto. Di conseguenza, non ! stata applicata alcuna condanna alle spese processuali o alla Cassa delle ammende, non essendoci una reale soccombenza della parte.
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Proroga del regime di 41-bis: tra isolamento e legami criminali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto contro la proroga del regime di 41-bis per la durata di due anni. Il ricorrente lamentava una motivazione apparente da parte del Tribunale di Sorveglianza, sostenendo che non si fosse tenuto conto del lungo periodo di detenzione speciale e contestando i rilievi sui colloqui con i familiari. La Suprema Corte ha invece confermato la validità del provvedimento, evidenziando che la decisione si fonda su informative aggiornate degli organi inquirenti, sul ruolo apicale del detenuto e sull'attuale operatività del clan criminale di appartenenza. Poiché il ricorso in Cassazione in questa materia è limitato alla sola violazione di legge, le contestazioni di merito sono state ritenute inammissibili, con conseguente condanna del ricorrente alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata a chi evade con la droga
Il Soggetto Sottoposto a Misura, autorizzato ad allontanarsi da casa tra le 10:00 e le 12:00, è stato sorpreso in auto fuori dal Comune autorizzato e in possesso di sostanze stupefacenti. Il ricorrente ha impugnato la decisione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la condotta non presenta una scarsa offensività, data la violazione dei limiti territoriali imposti dal Tribunale di Sorveglianza e la contestuale detenzione di droga. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Espulsione del cittadino straniero: respinti i legami familiari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento di espulsione emesso come misura alternativa alla detenzione. Il ricorrente lamentava un vizio di motivazione e la mancata considerazione dei propri legami familiari in Italia. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso si limitava a ripetere le obiezioni già respinte, senza contestare la documentazione della Questura né fornire prove contrarie. Di conseguenza, l'espulsione del cittadino straniero è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Risarcimento per sovraffollamento: negato se la cella ha 3 mq
Il Detenuto ha richiesto un risarcimento per sovraffollamento lamentando di aver scontato la pena in condizioni disumane all'interno della Casa circondariale di Pavia. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda poiché la relazione tecnica del carcere ha dimostrato che l'uomo disponeva di almeno tre metri quadrati di spazio libero all'interno della cella. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la valutazione dello spazio minimo era corretta e non illogica. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata negata: la violenza cancella il riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per il periodo tra il 2012 e il 2017. La decisione si fonda su due gravi sanzioni disciplinari: un'aggressione fisica ai danni di un compagno di cella nel 2013 e gravi insulti rivolti a una collaboratrice di giustizia durante un'udienza nel 2016. Secondo i giudici, tali episodi dimostrano che l'adesione al percorso rieducativo è stata solo formale e non sostanziale, giustificando il diniego del beneficio anche per i semestri intermedi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che la valutazione complessiva della condotta è stata logica e motivata, e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca del permesso premio: la madre non può fare da garante
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca del permesso premio precedentemente concesso a un detenuto. La concessione originaria era subordinata alla presenza di un volontario come accompagnatore. Tuttavia, l'indisponibilità del volontario ha modificato le condizioni di fatto poste alla base del beneficio. Il difensore ha proposto ricorso, sostenendo che la madre del detenuto avrebbe potuto sostituire il volontario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della decisione. I giudici hanno chiarito che i provvedimenti di sorveglianza sono adottati allo stato degli atti e possono essere revocati se mutano i presupposti di fatto. Inoltre, la madre è stata ritenuta non idonea a svolgere la necessaria funzione di controllo.
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Legittimazione ad impugnare: Procura locale ko in Cassazione
Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Marsala ha proposto ricorso per cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Palermo riguardante un soggetto sottoposto a controllo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il Pubblico Ministero locale non possiede la legittimazione ad impugnare le decisioni del Tribunale di Sorveglianza. Questo potere spetta esclusivamente al Procuratore Generale presso la Corte d'appello, che rappresenta l'accusa davanti a tale organo. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto senza esame nel merito, confermando la decisione originaria a favore del soggetto interessato.
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Utilizzo del computer in carcere: no se manca la necessità medica
Un detenuto ha richiesto l'utilizzo del computer in carcere per ventiquattro ore al giorno, sostenendo che motivi di salute gli impedissero la scrittura manuale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza poiché i medici della struttura carceraria hanno escluso la necessità clinica di sostituire la penna con la videoscrittura. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i motivi presentati erano semplici contestazioni di fatto già correttamente valutate nei gradi precedenti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: il boss ricorre ma perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Il provvedimento impugnato aveva disposto la proroga del regime 41-bis a carico dell'uomo, ritenuto esponente di vertice di un clan mafioso attivo sul territorio campano. I giudici hanno confermato la legittimità della decisione, rilevando la persistente capacità del soggetto di mantenere collegamenti con la criminalità organizzata, la sua elevata pericolosità sociale e l'assenza di un reale percorso di risocializzazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il carcere duro e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Controllo della corrispondenza dei detenuti: stop ai messaggi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il provvedimento che limitava la sua posta. L'uomo tentava di inviare, tramite la madre, lettere contenenti messaggi criptici diretti al proprio clan. Tali scritti, dietro l'apparenza di auguri di morte naturale, incitavano ad azioni violente contro la polizia penitenziaria. La Suprema Corte ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità, confermando l'efficacia del controllo della corrispondenza dei detenuti per motivi di sicurezza.
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Misure alternative alla detenzione: il ricorso generico fallisce
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato al Condannato l'accesso a misure alternative alla detenzione più ampie, ritenendo necessaria una più lunga osservazione a causa del suo inserimento in contesti criminali e del possesso di armi e cocaina. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi presentati erano del tutto generici e non contestavano in modo specifico le ragioni espresse dal Tribunale di Sorveglianza. Di conseguenza, il Condannato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova: un solo errore non cancella il recupero
Il Tribunale di sorveglianza aveva valutato negativamente l'esito dell'affidamento in prova di un condannato a causa della pendenza di un procedimento per tentata truffa, commessa pochi mesi dopo l'inizio della misura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per stabilire l'esito finale dell'affidamento in prova, il giudice non può limitarsi a considerare un singolo episodio di rilevanza penale. È invece necessaria una valutazione globale e complessiva dell'intero percorso rieducativo svolto dal soggetto durante tutto il periodo di prova, inclusi i comportamenti positivi tenuti negli anni successivi al fatto contestato.
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Revoca misura alternativa: quando decorre dalla violazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva disposto la revoca misura alternativa a causa di una grave violazione delle prescrizioni. Il ricorrente contestava la decorrenza della revoca fissata al giorno della violazione. I giudici hanno chiarito che la revoca con effetto da quel momento in poi (ex nunc) è pienamente legittima. Questa modalità rispetta i principi di proporzionalità della pena, valorizzando il comportamento corretto tenuto prima della violazione. Di conseguenza, la revoca è confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Giardino o evasione? Ricorso per Cassazione inammissibile
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva contestato a un soggetto sottoposto a misura alternativa alcune violazioni, tra cui l'incontro con un pregiudicato, l'assenza a un controllo e un episodio di evasione nel giardino di casa. Il soggetto ha proposto ricorso contestando questi fatti (sostenendo che il pregiudicato fosse un radiologo e che l'assenza fosse dovuta a motivi di salute). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso per Cassazione inammissibile poiché il ricorrente ha sollevato contestazioni basate solo sui fatti e non sulla violazione di norme giuridiche. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Benefici penitenziari e reato associativo: stop della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un condannato contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato l'accesso a misure alternative. Il diniego si fondava sulla presenza di una contestazione pendente per un reato di tipo associativo. La Suprema Corte ha chiarito che i motivi del ricorso erano una semplice ripetizione di questioni già esaminate e respinte dal giudice di merito. In particolare, la pendenza di un'accusa per reato associativo preclude la concessione della misura, rendendo irrilevante la data di commissione dei singoli reati-fine. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. Il caso evidenzia l'importanza dei requisiti per ottenere i benefici penitenziari e reato associativo.
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Provvedimento di espulsione: salute e famiglia non bastano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro il provvedimento di espulsione emesso nei suoi confronti. Il Tribunale di sorveglianza aveva già escluso la presenza di motivi ostativi all'allontanamento dal territorio nazionale. Infatti, i lamentati problemi di salute non erano supportati da prove concrete e i familiari residenti in Italia (una sorella e un cugino) non potevano garantirgli un'accoglienza stabile. Il ricorrente si è limitato a riproporre in Cassazione le stesse questioni di fatto già respinte, senza sollevare critiche giuridiche specifiche. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, condannando lo straniero al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca dell’affidamento in prova: la fiducia tradita costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'affidamento in prova per un condannato che ha violato ripetutamente le prescrizioni imposte. Il Tribunale di Sorveglianza aveva disposto la misura alternativa, ma l'uomo si è assentato da casa durante i controlli, ha interrotto il percorso terapeutico presso il SerT e ha ripreso a consumare sostanze stupefacenti, mostrando una totale mancanza di collaborazione. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la decisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo corretta e logica la valutazione dei giudici di merito, che hanno analizzato l'intera condotta del soggetto nei sei mesi di prova. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pericolo di recidiva: la Cassazione frena il boss senza pentimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un condannato per associazione mafiosa contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. Il giudice di merito aveva accertato un concreto pericolo di recidiva, evidenziando il ruolo di rilievo ricoperto dal soggetto come portavoce del capofamiglia locale, la mancanza di una reale rivisitazione critica del proprio passato criminale durante la carcerazione e la brevità del periodo di osservazione. La Suprema Corte ha stabilito che la valutazione del pericolo di recidiva compiuta dal Tribunale era logica e ben motivata, respingendo la richiesta di riesame dei fatti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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