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Trattamento Inumano E Degradante

16 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Qualsiasi atto che causi sofferenze fisiche o psicologiche di particolare intensità, umiliando l'individuo di fronte a sé stesso o agli altri. È vietato dall'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU).

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata accusata di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in concorso con il figlio. La donna viaggiava a bordo di un furgone nel quale erano stati nascosti cinque migranti all'interno di scatoloni sigillati con cellophane. I trasportati avevano pagato tremilacinquecento euro ciascuno per un viaggio di dieci ore privo di aria, luce, acqua e cibo. La difesa sosteneva la semplice presenza passiva della donna e la mancanza di pericoli gravi. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale, sottolineando che il trasporto in condizioni degradanti costituisce un'aggravante e che la reiterazione dei motivi d'appello rende il ricorso inammissibile. L'imputata dovrà versare anche tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trattamento Inumano e Degradante: Spazi e Fattori Compensativi
Un detenuto ha presentato reclamo per ottenere il risarcimento previsto dalla legge a causa delle precarie condizioni carcerarie e dei problemi di salute patiti in diversi istituti penitenziari. Il Tribunale di sorveglianza ha accolto la domanda per i periodi con spazio inferiore a tre metri quadrati, ma ha rigettato la richiesta per gli altri intervalli temporali. Il condannato ha quindi fatto ricorso in Cassazione sostenendo di aver subito un trattamento inumano e degradante per l'intero arco della detenzione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che lo spazio tra tre e quattro metri quadrati risulta pienamente legittimo in presenza di adeguati fattori compensativi, come le ore trascorse all'aperto, i servizi garantiti e la costante assistenza medica.
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Spazio minimo in cella: cella stretta ma risarcimento negato
Il Detenuto ha proposto ricorso lamentando condizioni di detenzione inumane nel carcere di Napoli Secondigliano. Nonostante disponesse di uno spazio individuale di 3,53 metri quadrati, lamentava l'assenza di bidet e di aerazione nel bagno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, quando lo spazio minimo in cella è compreso tra tre e quattro metri quadrati, eventuali carenze igieniche possono essere compensate da fattori positivi. Nel caso specifico, la presenza di una grande finestra apribile, la possibilità di fare docce frequenti e le ore trascorse fuori dalla cella costituiscono fattori compensativi sufficienti a escludere la violazione dei diritti fondamentali. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Trattamento inumano e degradante: no al risarcimento se c’è luce
Il Tribunale di Sorveglianza di Palermo ha respinto la richiesta di risarcimento avanzata da un detenuto per le condizioni della sua carcerazione ad Agrigento. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un trattamento inumano e degradante. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che le condizioni di detenzione non hanno superato la soglia del trattamento inumano e degradante grazie a diversi fattori compensativi. Tra questi, uno spazio vitale tra i 3 e i 4 metri quadri, la condivisione della cella con un solo compagno, otto ore al giorno fuori dalla camera, luce naturale, servizi igienici riservati e il clima mite del luogo che ha attenuato la mancanza di riscaldamento. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spazio in cella: quando non vi è trattamento inumano e degradante
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo di un detenuto che chiedeva un risarcimento maggiore per lo spazio ridotto in cella, compreso tra tre e quattro metri quadrati, lamentando un trattamento inumano e degradante dovuto a carenze igieniche e mancanza di acqua calda. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che, per spazi superiori a tre metri quadrati, non scatta la presunzione automatica di violazione, ma occorre una valutazione globale. Nel caso specifico, le celle erano riscaldate, ventilate e dotate di servizi igienici funzionanti, escludendo così qualsiasi violazione dei diritti fondamentali. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Freddo in cella: disagio e non trattamento inumano e degradante
Il Detenuto ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva respinto la sua richiesta di risarcimento per trattamento inumano e degradante. Il ricorrente lamentava il mancato funzionamento del riscaldamento nel carcere di Palermo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che i guasti temporanei al riscaldamento, uniti al clima mite della zona, costituiscono un mero disagio e non un vero e proprio trattamento inumano e degradante. Inoltre, il ricorso non contestava in modo specifico le motivazioni del Tribunale, limitandosi a richiamare sentenze europee senza collegarle al caso concreto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trattamento inumano e degradante: quando il freddo è solo disagio
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo di un detenuto che lamentava un trattamento inumano e degradante a causa del malfunzionamento del riscaldamento e della scarsità di spazio nella cella. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i disservizi temporanei del riscaldamento, in un clima mite, costituiscono un mero disagio e non una violazione della dignità umana. Inoltre, la richiesta di scomputare gli arredi sospesi dal calcolo dello spazio vitale è stata ritenuta generica e non provata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Mandato di arresto europeo: calcolo dello spazio minimo in cella
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro il diniego di consegna di un soggetto alla Romania in esecuzione di un Mandato di arresto europeo per corruzione. La Corte d'Appello aveva negato l'estradizione ritenendo che lo spazio vitale nelle carceri romene fosse inferiore ai tre metri quadrati minimi, calcolando lo spazio al netto di tutti gli arredi. La Cassazione ha chiarito la corretta modalità di calcolo dello spazio minimo: dal limite di tre metri quadrati per detenuto vanno esclusi solo gli arredi fissi, come letti ancorati o armadi pesanti, mentre vanno inclusi gli arredi mobili facilmente spostabili come tavoli e sedie. La sentenza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Trattamento inumano e degradante: negata l’acqua calda in cella
Il Detenuto ha proposto ricorso lamentando un presunto trattamento inumano e degradante durante la sua carcerazione in diversi istituti penitenziari. La contestazione riguardava principalmente l'assenza di acqua calda nei bagni delle celle e le precarie condizioni igieniche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancanza di acqua calda nella singola cella non viola i diritti del detenuto, purché sia garantita l'acqua fredda corrente in cella e l'accesso quotidiano a docce calde nei locali comuni. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spazio minimo vitale in cella: letto singolo o a castello?
Il Ministero della Giustizia ha impugnato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che riconosceva a un detenuto un risarcimento per condizioni di detenzione inumane. Il fulcro della controversia riguarda il calcolo dello spazio minimo vitale in cella. Il Tribunale aveva sottratto dalla superficie calpestabile anche lo spazio occupato da un letto singolo non a castello. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero, stabilendo che, mentre i letti a castello riducono significativamente la libertà di movimento e il volume d'aria sovrastante, il letto singolo non impedisce l'uso dello spazio superiore (ad esempio come seduta) e quindi non va sottratto dal calcolo dello spazio disponibile. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo.
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Mandato d’arresto europeo: negato il radicamento in Italia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero contro la decisione di consegnarlo alla Romania in esecuzione di un Mandato d'arresto europeo. Il ricorrente contestava le condizioni delle carceri romene e invocava il proprio radicamento in Italia per scontare la pena nel nostro Paese. I giudici hanno chiarito che le autorità romene hanno fornito garanzie concrete sul rispetto dello spazio minimo di tre metri quadrati in cella. Inoltre, la documentazione prodotta non dimostrava una presenza stabile in Italia per il periodo minimo richiesto di cinque anni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il provvedimento di consegna, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Regime carcerario differenziato: salute contro sicurezza
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva confermato la proroga del regime carcerario differenziato per un detenuto ritenuto esponente di vertice di un'associazione mafiosa. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata acquisizione di atti fondamentali per smentire l'attualità dei collegamenti con il clan e l'omessa valutazione delle gravi patologie fisiche del condannato rispetto al regime speciale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice deve valutare l'impatto delle condizioni di salute complessive del detenuto sulla compatibilità con il regime carcerario differenziato, anche per evitare trattamenti inumani. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Risarcimento per trattamento inumano: la Cassazione blocca il Ministero
Un detenuto, costretto a vivere in una cella con uno spazio personale inferiore a tre metri quadrati, ha ottenuto dal Tribunale il risarcimento per trattamento inumano. Il Ministero della Giustizia ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, sostenendo che il giudice avesse valutato male le prove. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo un principio fondamentale: la Corte Suprema non può riesaminare i fatti come un tribunale di merito, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. Poiché il Ministero chiedeva una nuova valutazione delle prove, il suo ricorso è stato respinto, confermando così la vittoria del detenuto.
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Estradizione e condizioni carcerarie: onere della prova
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino contro la concessa estradizione verso il Montenegro. La Corte ha stabilito che l'onere di provare il rischio di trattamenti inumani o degradanti per le condizioni carcerarie dello Stato richiedente grava sull'interessato, il quale deve sollevare la questione davanti alla Corte d'Appello. Non è possibile presentare tali motivi per la prima volta in Cassazione, salvo casi di criticità sistemiche già note alla giurisprudenza, condizione non riscontrata per il Montenegro. La decisione sull'eventuale esecuzione della pena in Italia spetta al Ministro della Giustizia e non al giudice dell'estradizione.
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Condizioni detentive degradanti: il WC in cella
La Corte di Cassazione ha stabilito che la presenza di un servizio igienico non completamente separato in una cella singola di 9 metri quadri, normalmente areata e con possibilità per il detenuto di svolgere attività all'esterno, non costituisce automaticamente condizioni detentive degradanti. La Corte ha ritenuto che, in questo specifico contesto, la situazione si configuri come un "mero disagio" e non superi la soglia minima di gravità richiesta per violare l'art. 3 della Convenzione EDU, respingendo così il ricorso del detenuto per il risarcimento.
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Detenzione inumana: quando si ha diritto al risarcimento?
Un detenuto ha richiesto un risarcimento per detenzione inumana a causa della carenza di acqua potabile e della vicinanza di un carcere a una discarica. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, distinguendo tra 'mero disagio' e trattamento inumano e degradante. Poiché al detenuto era garantito spazio sufficiente e fornitura di acqua in bottiglia, le condizioni non sono state ritenute abbastanza gravi da giustificare un indennizzo.
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