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Tardività — Anno 2023

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203 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tardività

Provvedimenti

Termine per il ricorso in cassazione: ritardo fatale in carcere
L'Indagato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la misura della custodia in carcere per vari reati, tra cui l'incendio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine perentorio stabilito dalla legge. L'ordinanza era stata notificata all'indagato il 16 marzo 2023 e al difensore il 14 marzo 2023, mentre il ricorso è stato depositato solo il 13 aprile 2023. Il mancato rispetto del termine per il ricorso in cassazione, fissato in dieci giorni dall'art. 311 c.p.p., comporta la decadenza dal diritto di impugnazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende, confermando la misura cautelare in carcere.
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Sospensione feriale dei termini: la difesa ritarda, il giudice no
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per bancarotta fraudolenta, confermando la tardività del suo appello. Il ricorrente sosteneva che la Riforma Cartabia fosse applicabile e che la sospensione feriale dei termini dovesse applicarsi anche al termine di novanta giorni concesso al giudice per depositare la sentenza. La Suprema Corte ha chiarito che la sospensione feriale dei termini (dal 1° al 31 agosto) non si applica ai termini di redazione e deposito della sentenza da parte del magistrato, ma solo a quelli previsti per le parti del processo. Di conseguenza, il termine per impugnare scadeva il 15 ottobre 2022, rendendo l'appello depositato il 31 ottobre palesemente tardivo. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per revocazione: la data a penna non batte il timbro
I Contribuenti hanno proposto un ricorso per revocazione contro una sentenza della Cassazione che aveva ritenuto tempestivo il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria. La decisione originaria si basava su una data scritta a penna (26 luglio 2011) per dimostrare la consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario entro il termine di sessanta giorni. Tuttavia, i Contribuenti hanno dimostrato che il timbro ufficiale dell'ufficio postale e dell'ufficiale giudiziario riportava la data del 27 luglio 2011, giorno successivo alla scadenza del termine breve. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso per revocazione, accertando l'errore di fatto revocatorio dovuto a una svista materiale. Di conseguenza, ha revocato la precedente decisione e dichiarato inammissibile per tardività l'originario ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, condannando quest'ultima al pagamento delle spese di giudizio.
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Reato di percosse: l’appello in ritardo conferma la condanna
L'Imputato era stato condannato in primo grado per il reato di percosse dopo aver strattonato e spinto la vittima contro un muro. Il Tribunale di secondo grado lo aveva assolto, ritenendo che lo strattonamento non integrasse tale fattispecie. La vittima ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rilevato che l'appello dell'imputato contro la prima condanna era stato presentato oltre i termini di legge ed era quindi inammissibile. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di assoluzione, rendendo definitiva la condanna originaria per il reato di percosse.
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Opposizione ad avviso di addebito: il ritardo costa caro
Il caso riguarda un commerciante che ha proposto un'opposizione ad avviso di addebito emesso dall'INPS per il pagamento di contributi previdenziali sulla gestione commercianti del 2008. I giudici di merito hanno dichiarato l'opposizione inammissibile perché presentata oltre i termini di legge (tardiva). Non avendo il contribuente contestato correttamente questa specifica decisione nei gradi precedenti, la pronuncia sulla tardività è diventata definitiva (coperta da giudicato). La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso del contribuente, confermando che i motivi presentati non potevano superare il blocco del giudicato ormai formatosi. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese di giudizio e il doppio del contributo unificato.
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Ricorso tardivo in Cassazione: la fretta mancata costa caro
L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza della Corte di Appello di Roma. Tuttavia, il deposito dell'atto è avvenuto il 14 ottobre 2022, ben oltre il termine di quarantacinque giorni previsto dalla legge a partire dalla scadenza per il deposito della sentenza impugnata. La Corte di Cassazione ha rilevato la tardività del deposito e ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende. Questo caso evidenzia la gravità di un ricorso tardivo in Cassazione, che preclude qualsiasi esame dei motivi di merito.
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Ricorso tardivo in Cassazione: il ritardo costa tremila euro
L'Imputato ha proposto ricorso contro la sentenza della Corte d'Appello. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha rilevato che il deposito dell'atto è avvenuto oltre il termine di quindici giorni previsto dalla legge. Trattandosi di un evidente caso di ricorso tardivo in Cassazione, i giudici hanno dichiarato l'impugnazione del tutto inammissibile senza entrare nel merito della vicenda. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Contributi INPS: inammissibilità del ricorso per tardività
Un contribuente ha impugnato un avviso di addebito dell'INPS per contributi previdenziali della Gestione Commercianti. Dopo il rigetto in appello, il contribuente ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rilevato in via pregiudiziale l'inammissibilità del ricorso per tardività. Trattandosi di materia previdenziale, non si applica la sospensione feriale dei termini. Calcolando il termine semestrale dalla pubblicazione della sentenza d'appello e aggiungendo i sessantatré giorni di sospensione straordinaria per l'emergenza COVID-19, il termine ultimo scadeva il 23 ottobre 2020. Il ricorso è stato invece notificato il 24 novembre 2020, oltre la scadenza di legge. La Corte ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Inammissibilità del ricorso: quando il ritardo costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da un cittadino contro una sentenza della Corte d'Appello. Il ricorrente aveva sollevato un vizio procedurale in modo tardivo durante il giudizio di secondo grado. I giudici di legittimità hanno confermato che le eccezioni proposte fuori tempo massimo non possono essere esaminate. Di conseguenza, oltre all'inammissibilità del ricorso, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. La richiesta di rimborso delle spese legali avanzata dalle parti civili è stata invece respinta, poiché la loro difesa non ha fornito un contributo rilevante alla decisione finale.
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Ricorso per cassazione tardivo: quando il ritardo costa caro
Una donna, precedentemente assolta per violenza privata grazie alla speciale tenuità del fatto e per minaccia a seguito di remissione della querela, ha presentato ricorso alla Suprema Corte. La difesa lamentava violazioni procedurali nell'acquisizione delle prove e nel controesame della persona offesa. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso senza esaminare i motivi sollevati. La decisione si fonda sulla scadenza dei termini legali per l'impugnazione. Essendo il deposito della sentenza d'appello avvenuto il 5 settembre 2022, il termine di quarantacinque giorni era ampiamente scaduto al momento del deposito del ricorso, avvenuto il 18 novembre 2022. Di conseguenza, la Corte ha sancito l'inammissibilità del ricorso per tardività, configurando un caso di ricorso per cassazione tardivo, e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Depenalizzazione ritenute previdenziali: salvo l’appello tardivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale contro l'assoluzione di un datore di lavoro. L'imputato era stato assolto in appello grazie alla depenalizzazione ritenute previdenziali sotto i 10.000 euro, nonostante il suo appello fosse tardivo. Il Pubblico Ministero sosteneva che la tardività dell'appello impedisse al giudice di rilevare d'ufficio la depenalizzazione. La Cassazione ha stabilito che il Pubblico Ministero non ha un interesse concreto ad agire: se anche la condanna venisse ripristinata, il giudice dell'esecuzione dovrebbe immediatamente revocarla perché il fatto non è più reato. Ripristinare la condanna sarebbe solo un inutile formalismo. L'assoluzione dell'imprenditore viene quindi confermata.
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Istanza di ricusazione: quando il ritardo costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la decisione che respingeva la sua istanza di ricusazione verso i giudici del Tribunale. L'Imputato lamentava la parzialità del collegio giudicante, che aveva ripetutamente negato la revoca della custodia in carcere nonostante le sue gravi condizioni di salute. La Suprema Corte ha stabilito che l'istanza di ricusazione è tardiva, poiché presentata mesi dopo la conoscenza dei fatti contestati. Inoltre, ha chiarito che le gravi ragioni di convenienza legittimano l'astensione del giudice ma non la ricusazione, e che quest'ultima deve essere proposta contro i singoli magistrati e non contro l'intero organo collegiale in modo generico. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Termine per ricorso in Cassazione: tre giorni di ritardo fatali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due imputati perché depositato oltre il termine stabilito dalla legge. La Corte di Appello aveva fissato in novanta giorni il tempo per depositare le motivazioni della sentenza di condanna. Di conseguenza, il termine per ricorso in Cassazione di quarantacinque giorni decorreva dalla scadenza di quel periodo. Poiché la scadenza per impugnare scadeva il 20 aprile 2022 e il ricorso è stato presentato solo il 23 aprile 2022, i giudici hanno rilevato la tardività dell'atto. Oltre al rigetto del ricorso, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di quattromila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Termine per l’impugnazione: il ritardo costa caro
Il Condannato, giudicato colpevole di rapina aggravata, ha proposto ricorso in Cassazione tramite il proprio difensore. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che il deposito del ricorso è avvenuto oltre il termine per l'impugnazione stabilito dalla legge. La sentenza d'appello era stata depositata nei termini, facendo decorrere il periodo di quarantacinque giorni per presentare il ricorso a partire dalla scadenza del termine fissato dal giudice per il deposito delle motivazioni. Essendo l'atto stato depositato telematicamente con tre giorni di ritardo rispetto alla scadenza, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Termini per impugnare: la Cassazione respinge il ricorso tardivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per ricettazione. Il difensore contestava l'aumento di pena applicato a causa della recidiva, lamentando la mancanza di una valutazione concreta sulla pericolosità sociale. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che il ricorso è stato depositato oltre i termini per impugnare previsti dalla legge, considerando anche il periodo di sospensione feriale. Inoltre, la questione della recidiva non era stata sollevata in sede di appello, rendendola non proponibile per la prima volta in Cassazione. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Guida in stato di ebbrezza: ricorso fotocopia bocciato
Il caso riguarda un automobilista condannato per il reato di guida in stato di ebbrezza. L'imputato ha proposto appello contro la sentenza di primo grado, ma la Corte d'Appello lo ha dichiarato inammissibile sia per la tardività del deposito sia per la genericità dei motivi, in quanto la difesa si era limitata a riprodurre le medesime tesi del primo grado senza contestare la decisione del giudice. L'automobilista ha quindi presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità del ricorso, rilevando che i motivi di impugnazione erano nuovamente generici e non contrastavano validamente i calcoli sulla tardività. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Nullità a regime intermedio: il silenzio della difesa sana il vizio
L'Imputato, condannato per reati sugli stupefacenti, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando la mancata comunicazione telematica delle conclusioni del Pubblico Ministero durante il giudizio cartolare svoltosi con rito emergenziale Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che tale omissione configura una nullità a regime intermedio. Poiché la difesa non ha sollevato alcuna obiezione immediata e ha depositato le proprie conclusioni scritte senza contestare la mancanza, l'eccezione proposta solo in Cassazione è tardiva e non può essere accolta. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Tardività della querela: il silenzio in appello costa caro
Un riparatore di telefoni è stato condannato per appropriazione indebita aggravata per non aver restituito un cellulare ricevuto in riparazione. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione eccependo la tardività della querela, poiché la vittima aveva sporto denuncia cinque mesi dopo il fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la tardività della querela non può essere dedotta per la prima volta in sede di legittimità, trattandosi di una questione di fatto che richiede accertamenti riservati esclusivamente ai giudici di merito. Non avendo sollevato l'eccezione in appello, l'imputato ha perso il diritto di farla valere, subendo la conferma della condanna e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo: ricorso tardivo del PM e beni salvi
Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro preventivo applicato a una società per l'ipotesi di autoriciclaggio. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione per contestare tale annullamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine di legge. La Corte ha ribadito che il termine per impugnare le ordinanze del riesame in materia di sequestro preventivo (misure cautelari reali) è di quindici giorni, decorrenti dalla comunicazione del provvedimento, e non di dieci giorni (termine previsto solo per le misure personali). Poiché il ricorso è stato depositato quasi un mese dopo la notifica, l'impugnazione è tardiva e il sequestro rimane revocato.
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Notifica estratto contumaciale: l’appello è nullo se tardivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la decisione che aveva ritenuto tardivo il suo appello. L'Imputato sosteneva che il termine per impugnare non fosse decorso a causa della mancata notifica estratto contumaciale. Tuttavia, i giudici hanno chiarito che la nomina di un nuovo difensore di fiducia per il giudizio di secondo grado dimostra la conoscenza effettiva della sentenza di condanna. Di conseguenza, tale comportamento fa decorrere i termini per l'impugnazione, rendendo tardivo l'appello presentato oltre la scadenza ordinaria. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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