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Sostituto D'Imposta — Anno 2022

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123 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sostituto D'Imposta

Provvedimenti

Rimborso royalties e motivazione apparente: stop della Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che riconosceva alla Filiale Italiana il rimborso delle ritenute versate sulle royalties corrisposte alla Società Madre estera. La Commissione Tributaria Regionale aveva confermato il diritto al rimborso basandosi sulla convenzione contro le doppie imposizioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, rilevando il vizio di motivazione apparente. I giudici di appello hanno infatti redatto una motivazione intrinsecamente contraddittoria e incomprensibile, che non permette di ricostruire il percorso logico-giuridico seguito per risolvere la questione fiscale internazionale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza e ha rinviato la causa a un nuovo collegio per un corretto riesame del merito.
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Accertamento con adesione: il fisco perde e deve rimborsare
L'Amministrazione Finanziaria ha riqualificato come finanziamento una parte delle royalties (compensi per marchi o brevetti) versate da una Società Italiana alla casa madre estera, tassando l'importo al lordo delle ritenute già versate. La Società Italiana ha quindi richiesto il rimborso delle ritenute non dovute. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato il rimborso, sostenendo che l'accordo di accertamento con adesione firmato dalle parti rendesse la pretesa intoccabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che la Società Italiana ha pieno diritto al rimborso. L'accordo di accertamento con adesione non impedisce la restituzione delle imposte se il fisco ha riqualificato l'operazione tassando due volte la stessa somma.
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Rimborso imposte sisma 1990: i dipendenti battono il fisco
Una contribuente siciliana, colpita dal terremoto del 1990, ha richiesto il rimborso delle imposte IRPEF versate per il triennio 1990-1992 tramite il proprio datore di lavoro. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato la richiesta, sostenendo che il beneficio non spettasse ai lavoratori dipendenti e che l'istanza fosse tardiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando il diritto al Rimborso imposte sisma 1990 nella misura del 90% di quanto versato. I giudici hanno chiarito che l'agevolazione spetta al lavoratore (soggetto passivo sostanziale) e che la domanda, presentata nel 2009, rispetta ampiamente il termine di decadenza di due anni stabilito dalla legge di interpretazione autentica.
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Accertamento IRPEF per indennità di trasferta: la resa del lavoratore
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento IRPEF per indennità di trasferta fittizia nei confronti di un socio lavoratore di una cooperativa. L'amministrazione ha scoperto che l'ente erogava compensi per lavoro straordinario mascherandoli da rimborsi trasferta, esenti da tassazione. Il contribuente ha impugnato l'atto nei vari gradi di giudizio. Giunto davanti alla Corte di Cassazione, il lavoratore ha presentato formale rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio e ha disposto la compensazione delle spese di lite tra le parti, rendendo definitivo il recupero fiscale.
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Rinuncia al ricorso: stop alla lite sulle finte trasferte
Un socio lavoratore di una cooperativa ha impugnato un avviso di accertamento IRPEF relativo all'anno 2010. L'Agenzia delle Entrate contestava l'erogazione di somme qualificate come indennità di trasferta, le quali in realtà dissimulavano ore di lavoro straordinario non tassate. Dopo le decisioni sfavorevoli nei primi due gradi di giudizio, il contribuente ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente, lo stesso contribuente ha presentato formale rinuncia al ricorso tramite posta elettronica certificata. La Corte di Cassazione ha preso atto della dichiarazione e ha dichiarato l'estinzione del giudizio, disponendo la compensazione delle spese legali tra le parti in virtù della particolarità della fattispecie concreta.
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Rimborso IRPEF sisma 1990: il fisco perde contro il contribuente
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che riconosceva a un contribuente il diritto al Rimborso IRPEF sisma 1990 per gli anni dal 1990 al 1992. L'amministrazione finanziaria sosteneva l'applicazione dei limiti quantitativi introdotti da una legge successiva del 2017. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Agenzia. I giudici hanno chiarito che le nuove restrizioni di spesa non cancellano il diritto al rimborso del cittadino, ma incidono solo sulla fase esecutiva di pagamento. Di conseguenza, il diritto del contribuente a vedersi riconosciuto il credito d'imposta resta confermato, mentre l'Agenzia delle Entrate perde il ricorso.
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Incasso giuridico: tassata la rinuncia al TFM del socio
Un socio e amministratore di una società ha rinunciato al trattamento di fine mandato accantonato in suo favore. L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento IRPEF, sostenendo che la rinuncia costituisca un incasso giuridico tassabile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che la rinuncia a un credito da parte del socio non è una semplice remissione del debito, ma un atto di disposizione che aumenta il valore della sua partecipazione sociale. Di conseguenza, l'operazione configura un incasso giuridico e il relativo importo va tassato in capo al socio, con l'obbligo per la società di applicare la ritenuta alla fonte. La sentenza d'appello favorevole al contribuente è stata quindi cassata.
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Rinuncia al trattamento di fine mandato: si paga senza incasso
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento IRPEF nei confronti di un Amministratore-Socio che aveva dichiarato la rinuncia al trattamento di fine mandato accantonato a suo favore da una società. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'atto, ritenendo che non vi fosse stato un incasso reale e che la tassazione non potesse colpire una capacità contributiva virtuale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la rinuncia al trattamento di fine mandato da parte del socio costituisce un incasso giuridico. Tale rinuncia, infatti, equivale a una disposizione del credito volta a patrimonializzare la società, aumentandone il valore delle quote. Di conseguenza, la somma deve essere tassata in capo al socio rinunciatario e la società deve applicare la relativa ritenuta alla fonte.
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Ritenute fiscali non versate: l’azienda deve darle al lavoratore
Un lavoratore ha chiesto la restituzione delle somme trattenute in busta paga dal datore di lavoro negli anni 1990/1992. L'azienda, agendo come sostituto d'imposta, aveva trattenuto le imposte ma, beneficiando di un condono fiscale post-sisma del 1990 in Sicilia, aveva versato all'erario solo il 10% del dovuto, trattenendo il restante 90%. La Corte di Cassazione ha rigettato sia il ricorso del lavoratore sia quello dell'azienda. La Corte ha stabilito che le ritenute fiscali non versate all'erario a seguito del condono spettano al lavoratore. Il datore di lavoro non ha alcun titolo giuridico per trattenere queste somme e deve restituirle al dipendente, in quanto quest'ultimo è il reale beneficiario dell'agevolazione fiscale. Le spese di giudizio sono state compensate tra le parti.
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Prestito o compenso? Sentenza nulla per motivazione apparente
L'Agenzia delle ed Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro il contribuente, amministratore di una società, contestando l'omessa dichiarazione di somme formalmente erogate al figlio come prestito per ristrutturazione, ma in realtà accreditate sul conto del padre. Il giudice d'appello ha annullato la ripresa fiscale basandosi solo su una precedente sentenza riguardante il figlio e su generici documenti di causa. L'Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso denunciando la nullità della decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la sentenza d'appello è affetta da motivazione apparente. I giudici di secondo grado si sono limitati a un rinvio generico a documenti non meglio specificati, senza esplicitare il percorso logico seguito. La causa è stata quindi rinviata alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.
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Sequestro per equivalente: colpito il manager se la srl è vuota
L'Amministratore di fatto di una società è stato indagato per l'omesso versamento delle ritenute fiscali per oltre 4 milioni di euro. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo dei suoi beni personali. La difesa ha contestato la misura, sostenendo che il fisco avrebbe dovuto aggredire direttamente i conti della società, nel frattempo ammessa all'amministrazione straordinaria, dove era presente un saldo attivo di 400.000 euro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del sequestro per equivalente sui beni dell'amministratore. I giudici hanno chiarito che le somme confluite sul conto aziendale dopo il reato, derivanti dalla vendita di beni durante la procedura di salvataggio, non costituiscono il profitto diretto dell'evasione. Di conseguenza, l'incapienza dei conti originari della società giustifica pienamente la misura cautelare sui beni personali del manager.
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Crisi aziendale e omesso versamento IVA: la condanna è definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'amministratrice di una cooperativa, condannata per l'omesso versamento IVA e delle ritenute d'acconto per l'anno 2013. La difesa invocava la forza maggiore a causa di una grave crisi di liquidità aziendale provocata dal fallimento di un cliente principale. I giudici hanno chiarito che la crisi, perdurando dal 2008, non era più imprevedibile né inevitabile. L'amministratrice, anziché adottare misure idonee a risanare l'azienda, ha continuato a espandere l'attività e ha scelto di pagare altri creditori e i lavoratori, autofinanziandosi con le tasse non versate allo Stato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la responsabilità penale della donna, condannandola anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Restituzione ritenute fiscali: l’azienda non può tenerle
Un'azienda ha trattenuto le tasse dallo stipendio di un dipendente negli anni 1990-1992. Grazie a un condono fiscale per il sisma del 1990 in Sicilia, l'azienda ha versato allo Stato solo il 10% di queste somme, trattenendo il restante 90%. Il lavoratore ha chiesto la restituzione di questa quota. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, stabilendo che le somme trattenute e non versate allo Stato non appartengono al datore di lavoro. Il lavoratore ha diritto alla restituzione ritenute fiscali poiché tali somme conservano una natura retributiva e l'azienda non ha più alcun titolo legale per trattenerle.
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Accertamento sintetico e decadenza: il fisco sfida il dipendente
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a una lavoratrice dipendente, determinando sinteticamente un maggior reddito basato sull'acquisto di una casa e sul possesso di un'auto. La contribuente non aveva presentato la dichiarazione dei redditi, ritenendosi esonerata poiché il datore di lavoro aveva trasmesso il modello sostitutivo. I giudici di merito hanno annullato l'atto per tardività, ritenendo scaduto il termine ordinario di quattro anni. L'ufficio finanziario ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'omessa dichiarazione proroga di un anno i termini di notifica. La Suprema Corte, rilevando la complessità della questione riguardante l'accertamento sintetico e decadenza, ha rinviato la causa alla pubblica udienza per una decisione definitiva.
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Notifica del ricorso per cassazione: l’errore nullo ma sanabile
Il Contribuente ha impugnato gli avvisi di accertamento per omesso versamento di ritenute Irpef relative a un'attività alberghiera non dichiarata. Dopo il rigetto nei gradi di merito, ha proposto ricorso in Cassazione, notificando l'atto all'Amministrazione Finanziaria presso l'Avvocatura dello Stato. Tuttavia, l'Avvocatura non aveva difeso l'ente nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha rilevato che la notifica del ricorso per cassazione effettuata in questo modo è nulla e non inesistente. Poiché l'ente pubblico non si è costituito, il vizio non si è sanato automaticamente. Di conseguenza, la Corte ha rinviato la causa assegnando al Contribuente un termine di sessanta giorni per rinnovare la notifica, salvando così il ricorso dall'inammissibilità immediata.
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Doppia imposizione internazionale: l’azienda batte il fisco
Un'azienda di moda italiana ha organizzato una sfilata in Italia, incaricando alcune società del Regno Unito di reperire modelli, truccatori e stilisti stranieri. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato la mancata applicazione della ritenuta alla fonte del 30% sui pagamenti effettuati a queste società estere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che i trattati internazionali contro la doppia imposizione internazionale prevalgono sulle leggi nazionali. Poiché né le società intermediarie né i singoli professionisti stranieri avevano una stabile organizzazione o una base fissa in Italia, i loro compensi non potevano essere tassati nel territorio italiano. Di conseguenza, l'azienda italiana non era obbligata a trattenere alcuna imposta alla fonte.
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Somministrazione irregolare di manodopera: no a deduzione IRAP
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'utilizzo di contratti di appalto fittizi che nascondevano una somministrazione irregolare di manodopera. Il fisco richiedeva il pagamento delle ritenute d'acconto non effettuate e contestava la deducibilità dei costi ai fini IRAP. La Corte di Cassazione ha stabilito che, per quanto riguarda le ritenute, l'obbligo del committente sorge solo se i lavoratori chiedono in tribunale il riconoscimento del rapporto di lavoro. Al contrario, per l'IRAP, i costi derivanti dall'appalto nullo non sono mai deducibili, indipendentemente dall'azione dei lavoratori. La Corte ha quindi accolto parzialmente il ricorso del fisco, negando la deducibilità dei costi IRAP.
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Accertamento bancario: il CUD non salva senza prove analitiche
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento IRPEF contro un contribuente a seguito di verifiche sui suoi conti correnti. La Commissione Tributaria Regionale ha parzialmente accolto il ricorso del contribuente, ritenendo che la presentazione del modello CUD giustificasse i versamenti, nonostante il datore di lavoro non avesse versato le ritenute e il lavoratore non risultasse all'INPS. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio finanziario, stabilendo che in tema di accertamento bancario opera una presunzione legale a favore del Fisco. Il contribuente ha l'onere di fornire una prova analitica e specifica per ogni singolo versamento, non potendo basarsi su una giustificazione generica o su documenti non verificati. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Indennità supplementare dirigenti: sì al lordo, no al netto
Un Dirigente, licenziato a seguito della chiusura dell'attività produttiva di un'azienda di trasporti aerei in amministrazione straordinaria, ha richiesto l'ammissione allo stato passivo per ottenere il pagamento dell'indennità supplementare dirigenti. Il Tribunale ha riconosciuto il credito calcolandolo al netto e negando la prededuzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo due principi fondamentali: l'indennità deve essere calcolata sull'importo lordo e non su quello netto percepito in busta paga, e il relativo credito gode della collocazione in prededuzione se il rapporto di lavoro è cessato dopo l'apertura della procedura concorsuale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda e ha rinviato la causa al Tribunale per un nuovo calcolo delle somme spettanti al lavoratore.
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Tassazione previdenza integrativa: niente sconti senza prove reali
Un ex dirigente ha chiesto il rimborso dell'IRPEF trattenuta sulla liquidazione anticipata della sua pensione integrativa, pretendendo l'applicazione dell'aliquota agevolata del 12,50% sul rendimento anziché quella ordinaria del TFR. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che in tema di tassazione previdenza integrativa l'aliquota agevolata si applica solo se il contribuente dimostra l'effettivo investimento dei capitali sul mercato finanziario da parte del fondo. Le certificazioni del datore di lavoro e le perizie di parte che calcolano un rendimento teorico o basato sull'intero patrimonio aziendale non sono prove idonee. Di conseguenza, la richiesta di rimborso del contribuente è stata definitivamente respinta.
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