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Soglia Di Fallibilità

24 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Limite minimo di debiti scaduti e non pagati (30.000 euro nella legge fallimentare) necessario per aprire la procedura concorsuale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Fondo di Garanzia INPS: limiti di fallibilità e prova
Un lavoratore ha agito contro l'ente previdenziale per ottenere il TFR e le ultime tre retribuzioni non pagate dalla società datrice di lavoro tramite il Fondo di Garanzia INPS. Dopo un pignoramento mobiliare negativo e l'assenza di beni immobili, i giudici territoriali hanno accolto la domanda, ritenendo non fallibile l'azienda solo perché il singolo credito del dipendente era inferiore alla soglia legale di trentamila euro. L'ente ha impugnato la decisione contestando l'assenza di prova dell'effettiva non fallibilità dell'impresa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'istituto, stabilendo che il dipendente deve provare la reale assenza dei presupposti di fallibilità dell'azienda e non può basarsi unicamente sull'esiguità del proprio credito individuale.
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Fallimento revocato: la soglia di fallibilità salva l’azienda
Un creditore ha chiesto il fallimento di un'Azienda, inizialmente dichiarato dal Tribunale. La Corte d'Appello ha revocato il fallimento, ritenendo che i debiti scaduti e insoluti dell'Azienda fossero inferiori alla soglia di fallibilità prevista dalla legge, anche grazie a una rateizzazione con l'Agenzia delle Entrate. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la rateizzazione fosse inefficace perché successiva alla dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la valutazione dell'ammontare dei debiti è una questione di fatto, non riesaminabile in Cassazione. L'Azienda non è stata dichiarata fallita, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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Debito e soglia legale: valida la dichiarazione di fallimento
Un Ente creditore ha chiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice per il mancato pagamento di compensi relativi a un evento di spettacolo. La società e il suo legale rappresentante hanno impugnato la decisione, sostenendo che l'ammontare effettivo del debito fosse inferiore al limite legale di 30.000 euro stabilito dall'art. 15 della legge fallimentare. I ricorrenti hanno contestato i conteggi del perito, l'inclusione dei biglietti omaggio e la mancata considerazione di un acconto di 1.000 euro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: i motivi presentati risultavano generici e non idonei a smentire il superamento della soglia legale, reso certo anche da una precedente ricognizione di debito.
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Soglia di fallibilità: contano anche i debiti emersi dopo
Una società a responsabilità limitata in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento sostenendo di trovarsi al di sotto della soglia di fallibilità per i debiti complessivi. La società sosteneva che i giudici dovessero considerare soltanto i debiti conosciuti prima della sentenza dichiarativa e contestava le richieste fiscali tardive dell'amministrazione finanziaria. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che, ai fini della verifica dei limiti dimensionali, il giudice del reclamo può valutare tutti i debiti esistenti alla data del fallimento, inclusi quelli emersi successivamente nella relazione del curatore o nelle domande di ammissione al passivo. La società fallita non ha documentato l'infondatezza del credito tributario, confermando il superamento dei limiti di legge.
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Rinuncia al credito dei soci: valida la riduzione del debito
Un creditore ha richiesto il fallimento di una società debitrice in liquidazione. La debitrice ha contestato la richiesta evidenziando di non superare la soglia di indebitamento di 500.000 euro vista la rinuncia al credito dei soci pari a 155.000 euro approvata in assemblea per finanziamenti precedenti, oltre ad alcune rettifiche contabili. La Corte d'Appello aveva ritenuto la rinuncia un atto strumentale e inefficace. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società debitrice. I giudici di legittimità hanno chiarito che la rinuncia non richiede forme solenni e produce i suoi effetti estintivi del debito. Il calcolo dell'esposizione debitoria deve basarsi sui debiti effettivi al momento della decisione, annullando la sentenza con rinvio.
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Soglia di fallibilità: superata anche per beni non restituiti
I Proprietari di un'azienda alberghiera chiedono il fallimento della Società affittuaria per il mancato pagamento dei canoni. Durante la fase preliminare, la Società versa ampie somme, riducendo il debito principale a 29.140 euro. Il Tribunale dichiara comunque il fallimento. La Società ricorre sostenendo che l'importo residuo non supera la soglia di fallibilità di 30.000 euro. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che il giudice può stimare incidentalmente i debiti emersi nell'istruttoria prefallimentare, includendo gli interessi e il valore dei beni aziendali non restituiti. Tali somme fanno superare la soglia di fallibilità. Inoltre, lo stato di insolvenza sussiste anche per un solo inadempimento se il passivo supera nettamente l'attivo. La Società perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese processuali.
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Ricorso per revocazione e fallimento: l’errore che non salva
Un amministratore societario ha proposto un ricorso per revocazione contro un'ordinanza della Corte di Cassazione. Il ricorrente sosteneva che i giudici avessero frainteso una memoria difensiva, scambiandola per un'ammissione di debiti superiori alla soglia di 500.000 euro necessaria per il fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presunta ammissione del debito costituiva soltanto un obiter dictum, ossia un'osservazione marginale non determinante. La decisione di confermare il fallimento si fondava infatti sull'accertamento dei fatti compiuto dai giudici di merito, del tutto insindacabile in sede di legittimità. Senza un impatto concreto sulla decisione finale, difetta l'interesse a ricorrere.
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Soglia di fallibilità: contano anche i debiti contestati
Un'impresa edile ha impugnato la dichiarazione di fallimento sostenendo di non aver superato la soglia di fallibilità relativa ai debiti complessivi, fissata dalla legge a cinquecentomila euro. L'azienda affermava che, sottratti i debiti tributari e previdenziali dichiarati prescritti da sentenze non ancora definitive, il passivo sarebbe sceso sotto la soglia legale. La società contestava inoltre il mancato uso dei poteri istruttori del giudice per verificare la propria inattività. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che spetta al debitore provare l'esenzione dal fallimento. Ai fini del calcolo della soglia di fallibilità rientrano anche i debiti contestati o oggetto di cause non ancora concluse, dovendosi considerare le risultanze attuali dello stato passivo.
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Soglia di fallibilità e debiti rateizzati dopo la sentenza
Un creditore ha chiesto il fallimento di una società in accomandita semplice e del suo socio accomandatario per debiti scaduti superiori alla soglia di fallibilità di trentamila euro. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, ma la corte d'appello lo ha successivamente revocato. I giudici di secondo grado hanno ritenuto che la concessione di una rateizzazione con un ente pubblico, concordata dopo la sentenza fallimentare, avesse abbassato il debito scaduto sotto il limite di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del creditore. I giudici di legittimità hanno chiarito che il computo dei debiti deve avvenire al momento della decisione del tribunale. Accordi rateali successivi o semplici dilazioni non cancellano lo stato di insolvenza e non impediscono la dichiarazione di fallimento.
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Istanza di fallimento: debiti contestati e soglia minima
Una società fornitrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice per crediti contestati. La debitrice ha pagato la quota certa tramite deposito in giudizio e ha disconosciuto il resto dei documenti contabili. La Cassazione aveva già annullato una prima decisione, ordinando ai giudici d'appello di quantificare il credito contestato del fornitore per verificare la soglia minima di legge. I giudici del rinvio hanno invece confermato il dissesto guardando l'intero bilancio societario senza chiarire il credito originario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della debitrice, ribadendo che il giudice di rinvio deve rispettare rigorosamente i limiti imposti e accertare specificamente il credito azionato dall'istante.
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Soglia di fallibilità: contano anche i pignoramenti a vuoto
Una lavoratrice ha richiesto il fallimento della società datrice di lavoro per crediti retributivi insoluti pari a 30.743,44 euro. La società debitrice si è opposta sostenendo il mancato raggiungimento del limite di legge di 30.000 euro previsto per la dichiarazione di fallimento. Secondo l'impresa, il calcolo non doveva comprendere le spese di precetto, le tasse professionali, l'IVA e i costi dei tentativi infruttuosi di pignoramento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società confermando il fallimento. I giudici hanno chiarito che nel calcolo per la soglia di fallibilità rientrano a pieno titolo tutte le spese legali, gli oneri fiscali accessori e i costi delle esecuzioni tentate anche se senza esito positivo.
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Soglia di fallibilità: salvi anche senza bilanci approvati
Un'azienda ha impugnato l'apertura della propria liquidazione giudiziale, sostenendo di essere un'impresa minore esente dalla procedura. La Corte d'appello ha rigettato il reclamo poiché i bilanci degli ultimi tre anni non erano stati approvati né depositati, ed erano privi di nota integrativa. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministratrice, stabilendo che la prova del mancato superamento della soglia di fallibilità può essere fornita anche con strumenti alternativi (scritture contabili, dichiarazioni fiscali, atti di gestione). Inoltre, il giudice deve verificare se l'impresa rientri nella categoria delle microimprese, le quali sono esonerate per legge dalla redazione della nota integrativa. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Dichiarazione di fallimento: inutile contestare il debito ammesso
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società in liquidazione, respingendo il ricorso da questa proposto. La società debitrice contestava l'ammontare del debito verso il fornitore, sostenendo che fosse sceso sotto la soglia di fallibilità di trentamila euro. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la debitrice aveva precedentemente riconosciuto l'esistenza del debito, seppur in misura ridotta, e non aveva sollevato tempestivamente nei gradi precedenti la questione della soglia minima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando la società al pagamento delle spese di giudizio.
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Soglia di fallibilità: il fisco smentisce il debitore
Il Presidente di un'associazione non riconosciuta ha impugnato la dichiarazione di fallimento dell'ente e propria personale. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento ritenendo superata la soglia di fallibilità (pari a trentamila euro di debiti) sulla base dei dati della dichiarazione dei redditi. Il debitore ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la chiusura del fallimento per mancanza di attivo avesse estinto la causa e che il fisco non potesse fare fede per i debiti civili. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che la chiusura della procedura non cancella l'interesse a contestare il fallimento originario e che la dichiarazione dei redditi costituisce una prova liberamente valutabile dal giudice per dimostrare il superamento della soglia di fallibilità.
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Soglia di fallibilità: i debiti non a ruolo valgono nel calcolo
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società commerciale, dichiarando inammissibile il suo ricorso. L'Azienda sosteneva che i propri debiti scaduti fossero inferiori alla soglia di fallibilità di trentamila euro, escludendo dal calcolo i debiti fiscali non ancora iscritti a ruolo. La Suprema Corte ha invece chiarito che, per raggiungere la soglia di fallibilità, si devono conteggiare anche i debiti tributari indicati negli avvisi di accertamento già notificati, anche se non ancora iscritti a ruolo. Questo perché l'obbligo di pagare le tasse nasce direttamente dalla legge al verificarsi del presupposto d'imposta, e l'accertamento ha un valore puramente ricognitivo e retroattivo. Di conseguenza, l'Azienda è stata considerata insolvente e il suo fallimento è stato confermato definitivamente.
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Soglia di fallibilità: un piccolo pagamento evita il fallimento
Il Creditore ha chiesto il fallimento della Società Debitrice per un debito di oltre 36.000 euro. La Corte d'Appello ha revocato il fallimento poiché un pagamento parziale di 7.000 euro aveva ridotto il debito sotto la soglia di fallibilità di 30.000 euro. Il Creditore ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che gli interessi e le spese legali superavano comunque tale limite e che erano emersi altri debiti successivi. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il calcolo dei debiti per superare la soglia di fallibilità deve basarsi solo sugli elementi emersi durante l'istruttoria prefallimentare, escludendo i debiti accertati successivamente nello stato passivo. Inoltre, il creditore non ha documentato con precisione i conteggi nel ricorso, violando il principio di autosufficienza.
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Decadenza dal beneficio del termine: l’accordo privato evita il fallimento
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una Società Debitrice contro la dichiarazione del proprio fallimento. Il Creditore aveva richiesto il fallimento basandosi su un debito residuo di 30.000 euro derivante da una cessione di quote. Tuttavia, il contratto prevedeva la decadenza dal beneficio del termine, con l'obbligo di pagare tutto subito, solo in caso di mancato pagamento di due rate consecutive. Poiché l'ultima rata da 15.000 euro non era ancora scaduta al momento della sentenza di fallimento, il debito effettivamente scaduto era solo di 15.000 euro. La Suprema Corte ha stabilito che l'accordo privato prevale sulla regola generale dell'articolo 1186 del Codice Civile. Di conseguenza, non essendo stata superata la soglia di fallibilità di 30.000 euro allora vigente, il fallimento non poteva essere dichiarato.
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Soglia di fallibilità: la rateizzazione non salva dal fallimento
L'ex amministratore di fatto di una società ha impugnato la sentenza di fallimento, sostenendo che l'esposizione debitoria fosse inferiore alla soglia di fallibilità di trentamila euro. Secondo il ricorrente, i debiti tributari erano stati rateizzati o ammessi alla definizione agevolata, lasciando solo debiti verso fornitori di modesta entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che l'accettazione della definizione agevolata non cancella l'esistenza del debito ai fini del superamento della soglia di fallibilità. Risultava infatti provato un debito di oltre quattrocentomila euro verso l'Agenzia delle Entrate già iscritto a ruolo, oltre ad altre pendenze verso fornitori. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e il ricorrente è stato condannato al pagamento del doppio del contributo unificato.
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Soglia di fallibilità: azienda fallita anche senza il creditore
Un'azienda viene dichiarata fallita e contesta la decisione. Sostiene che il creditore che ha avviato la procedura non aveva più diritto di agire e che l'unico altro debito era inferiore alla soglia di legge. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale sulla soglia di fallibilità. Per dichiarare il fallimento, non si considera solo il credito di chi ha fatto la richiesta, ma l'ammontare totale dei debiti scaduti e non pagati dell'azienda, che devono superare i 30.000 euro. Questi debiti possono essere provati anche con documenti, come i bilanci, presentati dalla stessa azienda durante il processo.
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Soglia di fallibilità e debiti fiscali rateizzati
Una società ha impugnato per revocazione un'ordinanza di Cassazione che aveva erroneamente dichiarato improcedibile il suo ricorso per un presunto mancato deposito della sentenza autentica. La Suprema Corte ha accolto la revocazione riconoscendo l'errore di fatto, ma nel merito ha rigettato il ricorso confermando il fallimento. Il punto centrale della decisione riguarda la soglia di fallibilità: i debiti tributari, anche se oggetto di rateizzazione o rottamazione, devono essere computati nel calcolo dei 30.000 euro se risultano da avvisi di accertamento già notificati. La Corte ha stabilito che la semplice dilazione del pagamento non elimina la natura di debito scaduto ai fini della procedibilità fallimentare.
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