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864 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Diffamazione e diritto di critica: condannata la condomina
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di diffamazione nei confronti di una condomina. L'imputata aveva offeso la reputazione di un avvocato e di altri professionisti durante una gestione condominiale, accusandoli di prestarsi a giochi meschini e di dichiarare il falso in merito a una delega assembleare. La difesa invocava l'esimente del diritto di critica, anche solo putativo, sostenendo che la contestazione riguardasse la validità della delega. I giudici hanno respinto la tesi difensiva, rilevando che l'imputata aveva superato i limiti della continenza accusando falsamente la professionista di aver finto una telefonata in assemblea. Con questa decisione, la Cassazione ribadisce i confini tra diffamazione e diritto di critica, confermando la responsabilità penale della ricorrente.
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Concorso in omicidio: la Cassazione nega la legittima difesa a chi insegue
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia in carcere per il Ricorrente, accusato di concorso in omicidio. L'indagato sosteneva di aver agito per legittima difesa a seguito di un agguato stradale. Tuttavia, le riprese delle telecamere hanno dimostrato che il Ricorrente e il suo complice hanno inseguito gli assalitori ormai in fuga, continuando a sparare numerosi colpi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che per il concorso in omicidio non serve un accordo preventivo, essendo sufficiente un'intesa spontanea durante l'azione. Inoltre, la legittima difesa è esclusa se si inseguono i fuggitivi, poiché cessa il pericolo immediato per l'incolumità.
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Diffamazione a mezzo stampa: condannato l’avvocato senza prove
Un avvocato, durante una conferenza stampa convocata per cercare testimoni in un processo minore di un suo assistito, ha accusato pubblicamente un alto ufficiale dei Carabinieri di aver ostacolato le indagini per la cattura di noti latitanti di mafia. Poiché tali gravissime accuse sono rimaste del tutto prive di prove e di riscontri oggettivi, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna del legale per il reato di diffamazione a mezzo stampa. I giudici hanno chiarito che il diritto di critica e la libertà di espressione non possono coprire l'attribuzione di fatti lesivi della reputazione altrui se questi risultano del tutto inventati o non verificati. L'avvocato, avendo agito fuori dal proprio mandato difensivo e violando i doveri di continenza, è stato condannato anche al risarcimento dei danni in favore dell'ufficiale diffamato.
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Reato di evasione: la sosta al distributore costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto ammesso al lavoro esterno, sorpreso in un distributore di benzina durante l'orario lavorativo. Il distributore si trovava a circa cinquecento metri dal posto di lavoro e fuori dal percorso autorizzato tra l'abitazione e l'ufficio. La Suprema Corte ha confermato la configurabilità del reato di evasione, respingendo la tesi difensiva secondo cui la minima distanza escludesse il reato. Inoltre, i giudici hanno escluso l'applicazione della causa di non punibilità della costituzione spontanea, poiché il soggetto è stato rintracciato dalle forze dell'ordine e non si è consegnato di sua iniziativa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento danni per diffamazione: la verità batte il fango
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento danni per diffamazione a carico di un avvocato, di una politica, della responsabile di un sito web e di una casa editrice. I soggetti avevano diffuso, tramite articoli, internet, conferenze e un libro, accuse infondate e allusive di connivenza mafiosa contro un cittadino. La Suprema Corte ha chiarito che l'uso di toni allusivi e insinuanti supera i limiti della continenza, escludendo l'esimente del diritto di critica. Inoltre, ha confermato la responsabilità solidale di tutti i coautori della diffamazione, indipendentemente dalla gravità delle singole condotte nei rapporti esterni con il danneggiato. I ricorsi sono stati rigettati.
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Risarcimento danni per diffamazione: condannato il blog del politico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento danni per diffamazione a carico di un ex eurodeputato. Il politico aveva pubblicato sul proprio blog personale accuse allusive e insinuanti contro un imprenditore e un magistrato, collegate a una vecchia indagine giudiziaria in cui il politico aveva svolto il ruolo di pubblico ministero. La Suprema Corte ha escluso l'applicabilità dell'immunità parlamentare, rilevando l'assenza di un nesso funzionale diretto tra le dichiarazioni e l'attività di europarlamentare. Inoltre, i giudici hanno accertato il superamento dei limiti di verità e continenza formale, a causa dell'uso di toni suggestivi e della parzialità dei fatti narrati. Il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Diritto di critica: criticare l’operato non è diffamazione
Gli eredi di un professionista hanno chiesto il risarcimento dei danni per diffamazione a mezzo stampa contro una società di gestione di impianti sciistici e un quotidiano. La controversia nasceva da un articolo di giornale in cui i soci della società definivano inesatta e frutto di ignoranza della materia la relazione tecnica redatta dai professionisti per conto del Comune. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei professionisti, confermando le decisioni dei giudici di merito. La Corte ha stabilito che l'espressione ignoranza della materia, se riferita a una specifica attività e non alla persona del professionista in generale, rientra nel legittimo esercizio del diritto di critica. Di conseguenza, non sussiste alcuna diffamazione se il linguaggio utilizzato non scade in un'aggressione verbale gratuita e umiliante.
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Occupazione abusiva: la Cassazione nega la prescrizione
Un cittadino ha occupato per anni senza alcun titolo un immobile di proprieta comunale. Il Tribunale ha inizialmente dichiarato la prescrizione del reato, ritenendolo istantaneo. La Corte di Appello ha ribaltato la decisione, condannando l'uomo a un mese di reclusione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che l'occupazione abusiva e un reato permanente: la consumazione continua finche dura l'occupazione e la prescrizione inizia a decorrere solo dall'allontanamento o dall'accertamento del giudice. Respinta anche la tesi difensiva secondo cui la lunga permanenza avrebbe fatto maturare un diritto di proprieta idoneo a giustificare la condotta.
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Falso ideologico in atto pubblico: arresti per l’agente infedele
Un agente di polizia penitenziaria è stato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari con l'accusa di falso ideologico in atto pubblico. L'agente aveva redatto relazioni di servizio false per coprire la propria responsabilità nell'aggressione di un detenuto da parte di altri ristretti. La difesa ha invocato la scriminante del diritto di non autodenunciarsi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la tutela della verità dei documenti pubblici prevale sull'interesse del singolo a non incriminarsi. Inoltre, l'agente non aveva subito alcuna coercizione abusiva, non essendo a conoscenza dell'indagine a suo carico al momento della redazione del verbale.
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Tentato omicidio: lo sparo esclude la legittima difesa
Un uomo è stato condannato per tentato omicidio dopo aver sparato un colpo di fucile ad altezza uomo contro un rivale, a seguito di un litigio. La vittima si è salvata solo gettandosi a terra. La difesa ha sostenuto che l'intenzione fosse solo intimidatoria e ha invocato la legittima difesa putativa, sostenendo che la vittima stesse prendendo un'arma dall'auto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che sparare da breve distanza ad altezza uomo configura pienamente il reato di tentato omicidio. Inoltre, la legittima difesa è stata esclusa poiché l'aggressore ha volontariamente creato la situazione di pericolo. Infine, avendo scelto il rito abbreviato, le prove raccolte nelle indagini sono pienamente utilizzabili.
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Diritto di cronaca e diffamazione: la verità vince sui bilanci
Un'azienda di trasporti pubblici e i suoi dirigenti hanno fatto causa a una società televisiva e ad alcuni giornalisti per diffamazione, a causa di un servizio TV che denunciava sprechi, autobus abbandonati e anomalie di bilancio. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta di risarcimento, ritenendo le notizie sostanzialmente vere e basate su fonti attendibili. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. La Corte ha stabilito che il diritto di cronaca e diffamazione trova un limite invalicabile nella verità della notizia, ma lievi inesattezze numeriche non escludono la verità sostanziale dei fatti se l'inchiesta si fonda su documenti ufficiali e verificati. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali.
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Reato di rissa: la Cassazione nega la legittima difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di rissa. L'imputato invocava la legittima difesa e lamentava l'insufficienza di prove, ma la Suprema Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Il ricorso è stato ritenuto generico e ripetitivo rispetto ai motivi già respinti in appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la sua responsabilità penale.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire non è un diritto
Un cittadino straniero è stato condannato per i reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale e rientro illegale nel territorio dello Stato dopo l'espulsione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sull'elemento soggettivo e la mancata applicazione della scriminante del diritto di difesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e ripetitivo di questioni già ampiamente risolte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita: condannato il difensore che minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale di un professionista per i reati di appropriazione indebita, usura ed estorsione ai danni di un cliente. Il professionista aveva trattenuto per sé la somma di ventimila euro ricevuta come anticipo per l'acquisto di un'attività commerciale, integrando pienamente il reato di appropriazione indebita. Inoltre, aveva spinto la vittima a contrarre un prestito usurario da un terzo e l'aveva minacciata gravemente per costringerla a pagare. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del professionista, stabilendo che la mancata restituzione di denaro con vincolo di destinazione configura il reato nel momento stesso in cui l'agente compie un atto di dominio sul denaro, a nulla rilevando una generica e successiva intenzione di restituire la somma. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Oltraggio a un magistrato in udienza: l’insulto non è difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per il reato di oltraggio a un magistrato in udienza. L'Imputato aveva rivolto insulti personali al Pubblico Ministero durante un'udienza. La difesa invocava l'esimente delle offese in scritti e discorsi difensivi, ma i giudici hanno chiarito che tale tutela non copre gli attacchi personali slegati dal merito della causa. La Suprema Corte ha confermato anche il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva, evidenziando la gravità dei precedenti penali e la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reingresso: la Cassazione punisce anche la permanenza
Un cittadino comunitario, già espulso dall'Italia, è rientrato nel territorio nazionale violando il divieto di reingresso. Fermato a Milano, è stato condannato a sei mesi e venti giorni di reclusione. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che il reato si fosse consumato interamente al momento del passaggio della frontiera a Bolzano e che non potesse essere punito due volte per lo stesso fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la violazione del divieto di reingresso costituisce un reato permanente: la condotta illecita non si esaurisce con il semplice passaggio del confine, ma si protrae per tutto il tempo della permanenza non autorizzata sul territorio dello Stato.
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Furto in abitazione: l’androne condominiale non salva il ladro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto in abitazione a carico di un soggetto che aveva sottratto un monopattino parcheggiato nell'androne di un condominio, dove si trovava uno studio medico. L'imputato aveva inoltre fornito false generalità alla polizia per nascondere la violazione di una misura cautelare. La difesa sosteneva che l'androne non fosse privata dimora per la vittima (una paziente) e invocava il diritto di non autoincriminarsi per le false dichiarazioni. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che l'androne condominiale è una pertinenza delle abitazioni e gode della stessa tutela penale, a prescindere dal legame della vittima con il luogo. Inoltre, l'obbligo di dire la verità sulla propria identità prevale sul diritto al silenzio.
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Diffamazione a mezzo social: colpevolezza confermata ma stop al carcere
Il Cittadino è stato condannato per diffamazione a mezzo social per aver pubblicato su Facebook un video del Vice-Sindaco mentre faceva rifornimento all'auto di servizio, accompagnato da insulti personali. La difesa ha contestato la mancata verifica dell'indirizzo IP e l'uso di trascrizioni cartacee senza copia forense, invocando anche il diritto di critica politica. La Cassazione ha confermato la responsabilità penale del Cittadino, stabilendo che la prova della paternità del post può basarsi su indizi precisi e che la trascrizione cartacea è utilizzabile se attendibile. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sulla pena, annullando la condanna a due mesi di reclusione con rinvio: l'applicazione della pena detentiva per diffamazione richiede una motivazione sull'eccezionale gravità del fatto, non ravvisabile in questo caso.
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Occupazione abusiva: la consegna delle chiavi non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di invasione di edifici nei confronti di un uomo sorpreso ad abitare in un alloggio popolare senza alcun titolo. L'imputato sosteneva che la condotta non fosse arbitraria poiché l'appartamento gli era stato lasciato dalla figlia, la quale vi risiedeva precedentemente come badante del vecchio occupante abusivo, ormai deceduto. La Suprema Corte ha chiarito che l'occupazione abusiva si configura anche senza violenza, essendo sufficiente l'ingresso o la permanenza "contra ius" (senza diritto). Inoltre, i giudici hanno respinto la tesi dello stato di necessità, precisando che la semplice difficoltà di trovare un alloggio non equivale al pericolo attuale di un danno grave alla persona richiesto dalla legge per escludere la punibilità.
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Soggiorno illegale dello straniero: no al matrimonio salvagente
Il Giudice di pace condannava una cittadina straniera per il reato di soggiorno illegale dello straniero, non avendo un valido titolo di soggiorno al momento del controllo. La donna proponeva ricorso lamentando l'assenza di motivazione della sentenza e sostenendo di essere in procinto di sposarsi e di convivere con un cittadino italiano. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la motivazione sintetica del primo giudice era pienamente valida ed esente da vizi. Inoltre, le questioni relative alla convivenza e al futuro matrimonio non erano state sollevate nel precedente grado di giudizio e non potevano essere esaminate per la prima volta in sede di legittimità. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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