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Risoluzione Consensuale

46 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'accordo con cui datore di lavoro e lavoratore decidono insieme di porre fine al contratto di lavoro. È diversa dal licenziamento, che è una decisione unilaterale del datore di lavoro.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Nullità del contratto a termine: causale generica e reintegra
Una lavoratrice ha impugnato il secondo contratto a tempo determinato stipulato con un'azienda di trasporti, denunciando la genericità della causale apposta. L'azienda aveva riproposto la medesima motivazione legata all'avvio dell'attività d'impresa a distanza di molto tempo dall'effettivo inizio delle operazioni. I giudici di merito hanno dichiarato la nullità del contratto a termine, ordinando la conversione a tempo indeterminato e la corresponsione di un'indennità risarcitoria. La Suprema Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. La Corte ha chiarito che il datore di lavoro deve specificare in modo concreto e puntuale le reali esigenze aziendali per evitare l'invalidità della clausola temporale.
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Risoluzione consensuale contratto: logo e restituzione pagamenti
Un professionista (il Cedente) ha ceduto la sua attività di studio tecnico a un altro professionista (il Cessionario) per 165.000 euro, includendo l'uso del segno distintivo. Le parti hanno poi concordato la risoluzione consensuale contratto. La Corte d'Appello ha ridotto l'importo dovuto dal Cessionario, ritenendo che le somme versate per l'uso del logo fossero parte del prezzo di cessione e dovessero essere restituite per gli effetti retroattivi della risoluzione. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Cedente, confermando che la risoluzione ha effetto retroattivo (ex tunc) e che le somme versate devono essere restituite se non è stata richiesta e provata una specifica compensazione per l'uso del bene. Il logo non aveva una valutazione economica separata.
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Sanzioni amministrative bancarie: Compenso e manleva illegittimi
La Banca d'Italia ha imposto una sanzione amministrativa bancaria a un ex componente del Consiglio di Amministrazione di una banca per aver approvato un accordo di risoluzione consensuale con il Direttore Generale. Questo accordo prevedeva un compenso elevato e una clausola di manleva, nonostante i risultati negativi della gestione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dirigente. Ha confermato che l'accordo violava le disposizioni sulle politiche di remunerazione e incentivazione, che richiedono un legame tra compenso e performance e vietano clausole che tengano indenne il dirigente da responsabilità per il suo operato. La sanzione è stata ritenuta legittima.
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Obbligo di Ripristino Immobile Locato: Cassazione Annulla la Condanna
Un Proprietario ha affittato un immobile industriale a un primo Inquilino, che ha modificato la pavimentazione per la sua attività. Il contratto prevedeva l'obbligo di ripristino immobile locato. Dopo la risoluzione consensuale, il Proprietario ha riaffittato l'immobile, già modificato e per la stessa attività, a un secondo Inquilino. Quest'ultimo ha receduto senza ripristinare. Il Proprietario ha chiesto i costi di ripristino ai soci del primo Inquilino. I giudici di merito li hanno condannati. La Cassazione ha annullato la condanna, ritenendo la motivazione insufficiente. Ha sottolineato la necessità di valutare se il Proprietario abbia tratto vantaggio dalle modifiche, riaffittando l'immobile per la stessa attività. La causa è stata rinviata per una nuova valutazione dell'obbligo di ripristino immobile locato.
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Impugnazione del lodo arbitrale e contratto risolto
Una società conduttrice chiedeva all'arbitro di riqualificare un affitto di ramo d'azienda in locazione commerciale per bloccare il rilascio dell'immobile. L'arbitro respingeva la domanda perché il contratto del 2006, contenente la clausola arbitrale, risultava già risolto consensualmente nel 2008 tra le originarie parti firmatarie. La Corte d'Appello confermava la pronuncia evidenziando che i documenti prevalgono sull'accordo delle parti in giudizio. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda: l'impugnazione del lodo arbitrale non consente di riesaminare il merito dei fatti già accertati. Con lo scioglimento del contratto originario è venuto meno il potere stesso dell'arbitro di giudicare.
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Dimissioni e mansioni reali: sì alla conversione del contratto
Una lavoratrice, assunta formalmente come programmista regista con undici contratti a tempo determinato, ha svolto in concreto mansioni di giornalista redattore ordinario. La Corte d'Appello ha dichiarato la nullità dei contratti a termine, disponendo la conversione del contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato e condannando l'azienda al pagamento delle differenze retributive e risarcitorie. L'azienda ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le dimissioni della lavoratrice e la mancata iscrizione all'albo dei giornalisti escludessero tali diritti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che le dimissioni non cancellano il diritto alla conversione del contratto a termine e che lo svolgimento effettivo di mansioni giornalistiche, anche prima dell'iscrizione all'albo, dà diritto alla giusta retribuzione. La lavoratrice ha vinto definitivamente la causa.
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Risoluzione consensuale del contratto: niente danni se accetti il rimborso
Un acquirente stipula un contratto preliminare per l'acquisto di un'auto, pagando l'intero prezzo e ricevendone la consegna. La società venditrice non trasferisce la proprietà e vende l'auto a un terzo. L'acquirente restituisce il veicolo al terzo e accetta il rimborso del prezzo, ma poi chiede il risarcimento dei danni per inadempimento. La Corte di Cassazione rigetta la domanda. La restituzione del bene e l'accettazione del rimborso costituiscono una risoluzione consensuale del contratto. Questo accordo estingue ogni obbligo precedente e impedisce di chiedere i danni. La risoluzione consensuale del contratto di vendita di un'auto non richiede la forma scritta e può essere rilevata d'ufficio dal giudice.
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Rimborso delle imposte: il fisco vince sul tempo scaduto
Un lavoratore ha richiesto il rimborso delle imposte versate sull'incentivo all'esodo per gli anni dal 1998 al 2005, a seguito di una sentenza europea che dichiarava discriminatoria la norma nazionale sulle agevolazioni. L'Amministrazione finanziaria ha negato il rimborso per gli anni dal 1998 al 2001, eccependo la scadenza del termine di quarantotto mesi previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, confermando che il termine per chiedere il rimborso delle imposte decorre sempre dal giorno del versamento effettivo del tributo. Il diritto non si riapre nemmeno se una successiva sentenza della Corte di Giustizia Europea dichiara la norma interna contraria al diritto comunitario. Di conseguenza, la richiesta del contribuente per le annualità più risalenti è stata definitivamente respinta.
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Doppia ratio decidendi: perché il Venditore perde la caparra
Il Venditore e l'Acquirente stipulano un contratto preliminare per la vendita di un appartamento. L'Acquirente versa una caparra confirmatoria con un assegno che risulta privo di fondi. Il Venditore recede dal contratto e chiede il pagamento della caparra. I giudici di merito respingono la domanda basandosi su due motivi autonomi: l'applicazione della presupposizione (mancato ottenimento del mutuo) e l'avvenuta risoluzione consensuale del contratto. Il Venditore ricorre in Cassazione contestando solo la presupposizione. La Suprema Corte rigetta il ricorso chiarendo il principio della doppia ratio decidendi: quando una sentenza si fonda su più ragioni autonome, il ricorrente ha l'onere di impugnarle tutte. Non avendolo fatto, la decisione di rigetto rimane valida ed efficace.
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Risoluzione consensuale del contratto di locazione: no al fisco
Una locatrice ha chiesto la risoluzione del contratto di locazione per morosità del conduttore. Quest'ultimo si è difeso sostenendo che il rapporto fosse già cessato per risoluzione consensuale del contratto di locazione, indicando come prova un modulo di recesso inviato dalla proprietaria all'Agenzia delle Entrate e alcune dichiarazioni informali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del conduttore. I giudici hanno chiarito che, poiché il contratto di locazione abitativa richiede la forma scritta obbligatoria, anche il suo scioglimento consensuale deve avvenire tassativamente tramite un accordo scritto firmato da entrambe le parti. Di conseguenza, la semplice comunicazione fiscale unilaterale o altre prove indirette non sono sufficienti a dimostrare la fine del rapporto, obbligando il conduttore a pagare i canoni arretrati e le spese legali.
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Assistenza sanitaria integrativa: negata la rivalsa all’azienda
Un'azienda e un suo dirigente firmano un accordo di risoluzione consensuale. L'azienda si impegna a mantenere l'assistenza sanitaria integrativa tramite l'iscrizione alla Cassa di assistenza collettiva. Successivamente, l'azienda sostituisce unilateralmente tale iscrizione con polizze individuali. Questa modifica fa perdere l'esenzione fiscale, generando oneri fiscali e contributivi. L'azienda, agendo come sostituto d'imposta, paga tali somme e ne chiede la restituzione al dirigente. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda: la tassazione è derivata esclusivamente dalla sua scelta unilaterale e difforme dai patti. Di conseguenza, l'azienda non ha alcun diritto di rivalsa e deve farsi carico interamente delle spese.
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Risoluzione anticipata del contratto di locazione: tassa fissa
Un'azienda fieristica e un Comune decidono per la risoluzione anticipata del contratto di locazione di un padiglione, con restituzione dei canoni pagati in anticipo. L'Agenzia delle Entrate applica l'imposta di registro proporzionale del 3% sulla somma restituita. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei contribuenti, stabilendo che per i contratti di locazione di immobili urbani strumentali si applica la disciplina speciale dell'articolo 17 del Testo Unico dell'Imposta di Registro. Di conseguenza, in caso di risoluzione anticipata del contratto di locazione, l'imposta è dovuta solo in misura fissa e il contribuente ha diritto al rimborso delle tasse versate per gli anni successivi allo scioglimento. Vince il contribuente.
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Diritto alla provvigione del mediatore: la rinuncia non basta
Un acquirente e un venditore si incontrano grazie a un mediatore immobiliare e firmano un primo contratto preliminare, poi risolto consensualmente. In tale occasione, il mediatore rinuncia al compenso. Successivamente, le stesse parti firmano un nuovo preliminare per lo stesso immobile a condizioni diverse. Il mediatore chiede quindi il pagamento. La Corte di Cassazione conferma che il diritto alla provvigione del mediatore spetta comunque. La rinuncia precedente riguardava solo il primo affare, mentre il secondo contratto è stato concluso grazie alla messa in relazione iniziale operata dal professionista. L'acquirente perde la causa e deve pagare la provvigione del 3% oltre alle spese legali.
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Risoluzione anticipata contratti di locazione: no a tasse a rate
Una società di ristorazione ha concordato la risoluzione anticipata contratti di locazione di due affitti d'azienda con una multinazionale, ricevendo un indennizzo di oltre 1,4 milioni di euro. La società ha dilazionato la tassazione di questa somma in cinque anni, considerandola una plusvalenza o una sopravvenienza attiva. L'Agenzia delle Entrate ha invece preteso l'intera tassazione nell'anno di incasso. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco: l'indennizzo non deriva da una cessione di beni, quindi non è una plusvalenza rateizzabile, né una sopravvenienza. Trattandosi di ordinario reddito d'impresa, l'intera somma deve essere tassata unicamente nell'anno di competenza.
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Contratto professionale: Risoluzione consensuale contratto o recesso? La Cassazione decide
Un architetto ha chiesto il pagamento per un progetto a un avvocato. L'avvocato ha contestato l'importo, sostenendo che l'architetto aveva rinunciato all'incarico. La Corte di Cassazione ha confermato che la `risoluzione consensuale contratto` ha posto fine al rapporto professionale. Non c'è stato un recesso unilaterale ingiustificato. L'avvocato non ha provato che la contestazione riguardasse l'esistenza dell'incarico, ma solo l'ammontare del compenso. L'architetto ha vinto, e l'avvocato deve pagare il compenso e le spese legali.
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Accesso al Fondo Reddito: no all’accordo che cancella i diritti
Un lavoratore, licenziato e poi reintegrato dal giudice, fa domanda per un fondo di esodo. L'azienda nega l'accesso, pretendendo la firma di un accordo che avrebbe annullato la causa vinta e, con essa, l'anzianità necessaria per il fondo. La Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo un principio fondamentale: i requisiti per l'accesso al fondo di sostegno al reddito si valutano al momento della domanda. L'eventuale accordo transattivo è una condizione successiva per l'erogazione, non un requisito di ammissione. La pretesa dell'azienda creava un paradosso illegittimo che svuotava il diritto del lavoratore.
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Indennità di preavviso rinunciata? I contributi INPS restano dovuti
Un'azienda, dopo aver licenziato alcuni dipendenti riconoscendo il loro diritto all'indennità di preavviso, stipula con loro un accordo successivo. Questo accordo trasforma il licenziamento in una risoluzione consensuale e i lavoratori rinunciano all'indennità in cambio di un incentivo all'esodo. Nonostante la rinuncia e il mancato pagamento, l'INPS richiede i relativi versamenti. La Cassazione conferma che i **contributi su indennità di mancato preavviso** sono sempre dovuti. L'obbligo contributivo, di natura pubblica, sorge nel momento in cui nasce il diritto del lavoratore a ricevere l'indennità, non quando questa viene effettivamente pagata. Un accordo privato successivo tra le parti non può annullare un'obbligazione preesistente verso l'ente previdenziale.
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Risoluzione consensuale: l’Azienda firma e si pente, ma paga
Un dirigente di un'azienda sanitaria pubblica firma un accordo per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Successivamente, l'Azienda tenta di annullare l'accordo con un atto unilaterale, sostenendo la necessità di ulteriori ratifiche interne. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'accordo, una volta firmato dal Direttore Generale con potere di rappresentanza, è immediatamente valido e vincolante. L'ente non può revocarlo unilateralmente. La permanenza in servizio del dirigente per alcuni mesi dopo la data pattuita non costituisce una rinuncia all'accordo. L'Azienda è stata quindi condannata a pagare l'indennità prevista.
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Indennizzo perdita impiego: accordo con l’azienda non lo esclude
Un lavoratore, dopo aver concordato una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro in cambio di una piccola somma, si vede negare dalla compagnia assicurativa l'indennizzo per perdita impiego. L'assicurazione invocava una clausola che escludeva il pagamento in caso di accordi con 'trattamenti accompagnatori alla quiescenza'. La Corte di Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo un principio fondamentale: l'interpretazione di un contratto deve guardare allo scopo pratico della polizza. Una piccola somma una tantum non può essere considerata un 'trattamento' che sostituisce il reddito fino alla pensione. Di conseguenza, la clausola non si applica e l'indennizzo è dovuto.
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Risoluzione del preliminare: la restituzione delle chiavi non vale
Una società venditrice e una promissaria acquirente stipulano un contratto preliminare per un immobile. L'acquirente non rispetta l'accordo e restituisce l'immobile. La Corte d'Appello interpreta la restituzione come una tacita risoluzione del contratto. La Cassazione, invece, ribalta la decisione, stabilendo un principio fondamentale: la risoluzione consensuale del preliminare di vendita immobiliare richiede obbligatoriamente la forma scritta, così come il contratto originario. La semplice riconsegna delle chiavi non è sufficiente per sciogliere il vincolo. La causa viene quindi rinviata per una nuova valutazione basata su questo principio.
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