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Rimedi Risarcitori

16 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Strumenti legali, come la riduzione della pena o un indennizzo economico, previsti per compensare un detenuto che ha subito un pregiudizio a causa di condizioni detentive illegittime.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ricorso per cassazione personale: la Cassazione conferma lo stop
Un detenuto presenta personalmente una domanda per ottenere i rimedi risarcitori previsti per le condizioni carcerarie. Il Magistrato di sorveglianza dichiara inammissibile l'istanza per genericità dei motivi. Il soggetto decide di impugnare autonomamente la decisione depositando un ricorso per cassazione personale. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La riforma del processo penale impone infatti la sottoscrizione esclusiva da parte di un avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori. I giudici condannano il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trattamento disumano e degradante: freddo in cella non basta
Il Detenuto ha proposto ricorso per Cassazione contestando il rigetto parziale della richiesta di risarcimento per le condizioni della sua carcerazione. Egli lamentava la mancanza di riscaldamento, scarsa igiene, poca luce e ridotta privacy nei servizi igienici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che lo spazio individuale superava i tre metri quadrati e che l'assenza temporanea di riscaldamento costituisce un mero disagio. Tale carenza, se valutata nel contesto di una detenzione complessivamente dignitosa, non integra un trattamento disumano e degradante. Inoltre, in questa materia il ricorso è ammesso solo per violazione di legge e non per vizio di motivazione.
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Rimedi risarcitori per detenzione disumana: sconto pena o denaro
Un detenuto condannato all'ergastolo ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione disumana a causa del sovraffollamento carcerario subito per oltre milleduecento giorni. Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso uno sconto di pena di centoventi giorni e un indennizzo monetario di sessantaquattro euro per i giorni residui. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, pretendendo un risarcimento esclusivamente economico, ritenendo lo sconto di pena inutile per chi sconta l'ergastolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la riduzione della pena è il rimedio principale e si applica anche agli ergastolani, poiché incide sul calcolo del tempo necessario per accedere alla liberazione condizionale e ad altre misure premiali. Il risarcimento in denaro resta un'opzione sussidiaria.
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Ricorso personale per cassazione: il no della Corte al detenuto
Il Detenuto ha proposto un ricorso personale per cassazione contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza che gli negava i rimedi risarcitori per le condizioni di detenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La riforma del 2017 ha infatti eliminato la possibilità per i cittadini di presentare personalmente ricorsi davanti alla Suprema Corte. Questa regola si applica rigorosamente anche ai detenuti in carcere, senza alcuna eccezione per le difficoltà pratiche di comunicazione. Di conseguenza, il ricorso deve essere firmato esclusivamente da un avvocato abilitato. Il Detenuto perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione inumana e degradante: cella idonea, ricorso respinto
Il Detenuto ha proposto ricorso contro il rigetto della sua richiesta di risarcimento per detenzione inumana e degradante subita in cella. Lamentava una violazione dello spazio minimo vitale di tre metri quadrati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudice del rinvio si è attenuto ai limiti fissati dalla precedente sentenza di annullamento, calcolando correttamente lo spazio disponibile (oltre cinque metri quadrati netti in cella singola). Le ulteriori contestazioni del ricorrente su altri periodi detentivi e la richiesta di una perizia tecnica sono state ritenute generiche e precluse. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rimedi risarcitori per detenzione inumana: negati senza prove
Il Detenuto ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione inumana a causa del sovraffollamento subito in diversi istituti penitenziari. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto parzialmente la domanda per la genericità delle accuse e la mancanza di prove specifiche sui fattori negativi della detenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il richiedente deve indicare con precisione i fatti materiali e i singoli istituti in cui è avvenuta la violazione. Inoltre, lo spazio in cella tra i tre e i quattro metri quadrati non fa scattare automaticamente il risarcimento se vi sono fattori compensativi positivi, come le attività all'aperto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione inumana: negati i rimedi risarcitori in cella singola
Il Detenuto, ristretto in cella singola, ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione inumana lamentando diverse criticità, tra cui la mancanza di acqua calda in cella, una temporanea contaminazione idrica e restrizioni su socialità e cottura dei cibi. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la domanda, ritenendo che i disagi non superassero la normale afflizione dello stato detentivo e non violassero l'art. 3 CEDU. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di merito ha valutato correttamente e in modo logico tutte le circostanze, e che il ricorso mirava inammissibilmente a una rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rimedi risarcitori per detenzione inumana: no a motivi nuovi
Il Detenuto ha richiesto i rimedi risarcitori per detenzione inumana a causa dello spazio insufficiente e delle condizioni subite in carcere. Dopo il parziale rigetto da parte del Magistrato di Sorveglianza, ha proposto reclamo e, successivamente, ricorso per Cassazione, lamentando anche la situazione di un altro istituto penitenziario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché il detenuto ha sollevato una questione nuova, mai presentata nel reclamo originario. Il principio di diritto stabilisce che il reclamo ha natura impugnatoria e carattere devolutivo, impedendo l'introduzione di nuovi motivi in fasi successive. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Rimedi risarcitori per detenzione inumana: no se c’è lavoro
Il Detenuto ha proposto ricorso per Cassazione contestando il rigetto della sua richiesta di rimedi risarcitori per detenzione inumana ai sensi dell'articolo 35-ter dell'ordinamento penitenziario. Egli lamentava uno spazio insufficiente e condizioni igieniche precarie nelle carceri di Frosinone e Viterbo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che lo spazio disponibile per il detenuto era compreso tra tre e quattro metri quadrati, ma la restrizione era compensata da fattori positivi, come le ore trascorse fuori dalla cella per attività sociali e lo svolgimento di un'attività lavorativa. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rimedi risarcitori per detenzione disumana: ricorso respinto
Il Detenuto ha proposto ricorso per Cassazione contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Palermo, che aveva negato i rimedi risarcitori per detenzione disumana richiesti per lo spazio ridotto della cella e per asserite condizioni di salute. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il ricorso riproponeva le stesse contestazioni di fatto già respinte nei precedenti gradi, senza indicare reali violazioni di legge. Inoltre, le dimensioni della cella (tra 4,22 e 8,44 metri quadrati) risultavano conformi ai parametri di legge e la documentazione medica non era stata prodotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rimedi risarcitori: negato lo sconto di pena per il passato
Un detenuto ha richiesto i rimedi risarcitori per sovraffollamento carcerario in relazione a diversi periodi di detenzione. Per i periodi antecedenti al 2021, la Cassazione ha ritenuto la domanda inammissibile a causa di un'interruzione di oltre sei mesi rispetto alla detenzione attuale, escludendo la possibilità di chiedere la riduzione della pena per carcerazioni pregresse e slegate. Per il periodo successivo al 2023, la Corte ha respinto il ricorso poiché le nuove lamentele igienico-sanitarie non potevano essere sollevate per la prima volta in sede di reclamo. Inoltre, lo spazio minimo pro capite non è mai sceso sotto i tre metri quadrati e la presenza di fattori compensativi, come le ore di libertà e il lavoro, ha escluso trattamenti inumani. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Compensazione risarcimento detenuto: lo Stato sconta la multa
Un detenuto ottiene un indennizzo di circa 3.500 euro per aver subito condizioni di detenzione disumane. Il Ministero della Giustizia chiede la compensazione risarcimento detenuto con un debito di 2.800 euro che l'uomo deve allo Stato per una multa penale mai pagata. Il Tribunale di sorveglianza nega la compensazione, ritenendo che lo Stato debba prima presentare una certificazione dell'Ufficio Recupero Crediti per dimostrare la certezza del debito. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Ministero: per dimostrare che il credito dello Stato è certo, liquido ed esigibile basta l'ordine di esecuzione della Procura. La decisione viene annullata con rinvio per ricalcolare le somme.
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Spazio vitale in cella: la Cassazione chiarisce
Un detenuto ha presentato ricorso per ottenere un risarcimento a causa di condizioni detentive ritenute disumane, lamentando uno spazio vitale in cella insufficiente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La sentenza chiarisce che, se lo spazio individuale è superiore a 3 metri quadrati, la presenza di fattori compensativi (come ore fuori dalla cella e accesso ad attività) esclude la violazione dei diritti del detenuto e, di conseguenza, il diritto al risarcimento.
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Detenzione inumana: quando scatta il risarcimento?
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto che chiedeva un risarcimento per detenzione inumana. Pur in presenza di fattori di disagio come un bagno "alla turca" e una finestra apribile solo dall'esterno, la Corte ha stabilito che, avendo a disposizione uno spazio vitale superiore a 4 mq, non si raggiungeva la soglia minima di gravità per configurare una violazione dell'art. 3 della Convenzione EDU. La decisione sottolinea che non ogni disagio carcerario equivale a trattamento inumano o degradante, ma è necessaria un'afflizione che ecceda la sofferenza inevitabilmente legata alla detenzione.
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Rimedi risarcitori detenzione: quando spetta l’indennizzo
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un ex detenuto che chiedeva una riduzione della pena come rimedio risarcitorio per detenzione inumana. Il Tribunale di Sorveglianza aveva invece concesso un indennizzo economico, presumendo che la pena fosse terminata. Il ricorrente sosteneva di avere ancora una pena da scontare. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di specificità, sottolineando che l'affermazione non era supportata da prove adeguate e che, al momento della decisione, l'esecuzione della pena residua era sospesa, rendendo il ricorrente di fatto libero. La sentenza ribadisce l'importanza di allegazioni precise e documentate nei ricorsi.
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Spazio vitale in cella: il letto va sempre sottratto
La Corte di Cassazione ha stabilito che, nel calcolo dello spazio vitale in cella a disposizione di un detenuto, l'area occupata dal letto singolo deve essere sempre sottratta, anche se questo è mobile e non ancorato al suolo. Tale ingombro, infatti, limita la libertà di movimento. Se lo spazio calpestabile scende sotto i 3 mq per persona, si presume una violazione dei diritti umani, che il giudice di merito dovrà valutare attentamente, considerando eventuali fattori compensativi.
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