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Art. 35-ter, l. 354/1975

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Detenzione inumana e spazio vitale: dubbi sul calcolo delle celle
Un ex detenuto ha chiesto il risarcimento per la detenzione inumana e spazio vitale insufficiente patita in carcere. Il Tribunale ha respinto la richiesta sostenendo che la superficie della stanza garantiva la soglia minima di tre metri quadrati per persona, escludendo dal conteggio soltanto il bagno. Il ricorrente ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. La difesa ha dimostrato che la presenza di tre letti riduceva lo spazio calpestabile effettivo a soli due metri quadrati a testa. La Corte di Cassazione ha rilevato l'assenza di un orientamento giurisprudenziale uniforme sulle modalità di calcolo degli arredi. Per questo motivo ha rinviato la causa alla pubblica udienza per fissare un principio di diritto chiaro.
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Morte dell’imputato e ricorso: il legale non può agire
Un detenuto aveva richiesto un risarcimento per aver subito una detenzione in condizioni disumane. Il magistrato di sorveglianza accoglieva solo in parte la richiesta. Il detenuto proponeva reclamo, ma decedeva prima della decisione del Tribunale di sorveglianza. Nonostante la scomparsa dell'assistito, il difensore depositava ricorso per cassazione, sostenendo di avere un autonomo potere di impugnazione a tutela della posizione originaria. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'atto. Il principio cardine ribadito in materia di morte dell'imputato e ricorso stabilisce che il decesso della persona assistita fa cessare all'istante l'efficacia della nomina fiduciaria del legale. Di conseguenza, il difensore non possiede più alcuna legittimazione processuale per agire, né a titolo personale né a favore di ipotetici eredi privi di espresso mandato.
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Fungibilità delle pene: quando la detenzione presofferta non si detrae
Il Condannato ha chiesto la detrazione di quattro anni di detenzione presofferta dal cumulo delle pene. Il Giudice dell'esecuzione e poi la Cassazione hanno respinto la richiesta. La Corte ha chiarito che la fungibilità delle pene si applica solo se i reati per cui si sconta la pena sono stati commessi prima del periodo di detenzione che si intende scomputare. Nel caso specifico, i reati erano successivi alla detenzione presofferta, rendendo impossibile la detrazione.
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Ricorso per cassazione personale: la Cassazione conferma lo stop
Un detenuto presenta personalmente una domanda per ottenere i rimedi risarcitori previsti per le condizioni carcerarie. Il Magistrato di sorveglianza dichiara inammissibile l'istanza per genericità dei motivi. Il soggetto decide di impugnare autonomamente la decisione depositando un ricorso per cassazione personale. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La riforma del processo penale impone infatti la sottoscrizione esclusiva da parte di un avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori. I giudici condannano il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Condizioni detentive inumane: reclamo respinto e ricorso perso
Un detenuto ha presentato reclamo per presunte condizioni detentive inumane subite in due diversi istituti penitenziari, lamentando spazi ridotti e carenza di acqua. Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso uno sconto di soli due giorni di pena, accertando che nelle restanti strutture gli spazi superavano i tre metri quadri e le ore d'aria erano adeguate. Il detenuto ha quindi presentato ricorso in Cassazione lamentando l'inutilizzabilità delle relazioni carcerarie. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: i documenti contestati erano già noti alla difesa durante le precedenti fasi e l'istruttoria ha rispettato pienamente il diritto di difesa. Il ricorrente ha subito anche la condanna al pagamento di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo del detenuto: nessun ordine se il danno non è attuale
Un detenuto ha presentato reclamo lamentando la mancata visita medica prima del trasferimento da un carcere a un altro e presunte carenze sul vitto. I giudici hanno respinto l'istanza evidenziando che l'avvenuto cambio di istituto esclude l'attualità del danno. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Il reclamo del detenuto ex articolo 35-bis dell'Ordinamento Penitenziario richiede infatti che la lesione lamentata sia ancora in corso per consentire un ordine all'amministrazione penitenziaria. Il ricorrente non ha dimostrato alcun danno concreto né la privazione di cibo durante il tragitto, affrontato previo nulla osta sanitario. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spazio minimo detentivo: ricorso respinto per il detenuto
Un detenuto ha promosso reclamo lamentando condizioni carcerarie inumane e degradanti per asserita mancanza di spazio vitale all'interno della cella. Il Magistrato e il Tribunale di sorveglianza hanno respinto la richiesta dopo accurati accertamenti planimetrici. I rilievi hanno dimostrato che il recluso ha sempre goduto di una superficie individuale superiore al limite legale di tre metri quadrati. Il detenuto ha quindi presentato ricorso per cassazione per contestare tale valutazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il controllo sulle misurazioni costituisce un giudizio di fatto non censurabile in sede di legittimità. I giudici hanno confermato la piena garanzia dello spazio minimo detentivo e hanno condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reclamo del detenuto: serve la lesione attuale del diritto
Un detenuto ha presentato reclamo lamentando presunte limitazioni all'acquisto di beni di prima necessità e giornali durante una sanzione di isolamento disciplinare. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta poiché la sanzione era terminata e il soggetto era stato trasferito altrove. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione e dichiarato inammissibile il ricorso. Per l'accoglimento del reclamo del detenuto serve infatti l'attualità della lesione, esclusa dal già avvenuto trasferimento in un altro istituto penitenziario.
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Rigetto indennizzo art. 3 CEDU: inammissibile il ricorso
Un detenuto ha presentato istanza per ottenere l'indennizzo per violazione art. 3 CEDU, lamentando condizioni carcerarie inumane e degradanti. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta applicando i principi fissati dalle Sezioni Unite della Cassazione, decisione successivamente confermata dal Tribunale di Sorveglianza. Il detenuto ha quindi proposto ricorso per Cassazione contestando vizi di motivazione del provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: le censure riproducevano argomenti già esaminati e disattesi dai giudici di merito, senza un reale confronto critico con la decisione impugnata. Il ricorrente è stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Condizioni di detenzione e riscaldamento: il rigetto
Un detenuto ha presentato reclamo per contestare le condizioni di detenzione subite durante il periodo compreso tra il 15 aprile e il 15 ottobre, lamentando lo spegnimento dei termosifoni nella cella. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta per la stagione non invernale, escludendo qualsiasi violazione della dignità umana data la temperatura mite del periodo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del recluso per genericità delle censure e tentativo di riesaminare il merito, confermando la piena legittimità dello spegnimento ordinario degli impianti centralizzati e condannando il ricorrente a tremila euro di sanzione.
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Colloqui detenuti in videoconferenza: il recupero è consentito
Un detenuto ammesso ai colloqui detenuti in videoconferenza con i familiari ristretti ha chiesto di recuperare nel mese successivo un incontro non fruito, svolgendo due ore consecutive. Il Ministero della Giustizia ha contestato il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. Secondo l'amministrazione, serviva una nuova istruttoria con il parere della Direzione Distrettuale Antimafia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero. I giudici hanno chiarito che il parere dell'autorità antimafia serve solo al momento della prima autorizzazione. Per spostare o sommare un colloquio già autorizzato non occorre chiedere un nuovo parere. Il recupero dell'incontro non altera i profili di sicurezza dell'istituto penitenziario.
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Risarcimento per detenzione inumana: confermato l’indennizzo
Il Tribunale di Sorveglianza ha riconosciuto a La Detenuta un Risarcimento per detenzione inumana pari a oltre 11.000 euro per aver trascorso 1404 giorni in una cella con uno spazio individuale inferiore a tre metri quadrati. Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che le attività lavorative, lo studio e il regime a celle aperte potessero compensare la ristrettezza degli spazi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro tali provvedimenti è ammesso solo per violazione di legge e non per difetti di motivazione. Inoltre, la durata prolungata della permanenza impedisce che le attività svolte possano neutralizzare l'illegittimità della sofferenza patita.
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Fungibilità della pena: nessun abbuono per i reati futuri
Il Condannato ha richiesto di ricalcolare l'ordine di esecuzione della pena per unificare le condanne e beneficiare di sconti penitenziari. La richiesta mirava a ottenere la fungibilità della pena per un periodo di carcere già interamente espiato prima della commissione dei nuovi reati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il carcere sofferto in passato non può essere recuperato per reati commessi successivamente. Riconoscere un simile credito di pena creerebbe una sorta di salvagente indebito per delitti futuri. Di conseguenza, l'ordine di esecuzione resta confermato e la richiesta di ricalcolo per accedere alla liberazione anticipata e ai risarcimenti per il sovraffollamento carcerario è stata respinta.
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Compensazione della pena pecuniaria: lo Stato blocca il rimborso
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un detenuto che aveva ottenuto un indennizzo di oltre 4.000 euro per detenzione inumana. Il Ministero della Giustizia ha chiesto di trattenere l'intera somma per saldare parzialmente una sanzione penale di 800.000 euro inflitta allo stesso detenuto con condanna definitiva. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta statale, ritenendo l'istanza generica e il credito non compensabile. La Suprema Corte ha ribaltato tale decisione, stabilendo che la compensazione della pena pecuniaria con il risarcimento del danno è pienamente legittima. Il credito statale derivante da una condanna irrevocabile è certo, liquido ed esigibile, configurandosi come una normale entrata patrimoniale dello Stato.
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Detenzione inumana: risarcimento azzerato dai debiti penali
Il Magistrato di sorveglianza riconosceva a un detenuto un risarcimento economico per il periodo trascorso in carcere in condizioni degradanti. L'Amministrazione penitenziaria eccepiva la compensazione di tale somma con i crediti vantati dallo Stato per le pene pecuniarie non pagate dal soggetto. In sede di giudizio di rinvio, il Tribunale di sorveglianza compensava integralmente l'indennizzo con una multa da settemila euro risultante dagli atti esecutivi, superando la minor somma inizialmente indicata dall'ente pubblico. Il detenuto proponeva ricorso per Cassazione contestando l'allargamento della controversia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la piena legittimità della compensazione per detenzione inumana con i debiti certi da pena pecuniaria accertati d'ufficio.
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Spazio minimo individuale in cella: va contato anche il letto
Il Detenuto ha richiesto un rimedio risarcitorio per le condizioni patite in carcere, lamentando la violazione dello spazio minimo individuale in cella. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza poiché, nel calcolare i metri quadrati a disposizione, ha sottratto solo la superficie occupata dal letto del compagno e non quella del letto singolo del richiedente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha annullato la decisione. I giudici hanno chiarito che, nel calcolare lo spazio minimo individuale in cella (fissato in tre metri quadrati per evitare trattamenti inumani), occorre detrarre la superficie occupata da tutti gli arredi fissi o ingombranti, compreso il letto singolo in uso al detenuto medesimo. Il caso torna ora al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo calcolo.
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Trattamento Inumano e Degradante: Spazi e Fattori Compensativi
Un detenuto ha presentato reclamo per ottenere il risarcimento previsto dalla legge a causa delle precarie condizioni carcerarie e dei problemi di salute patiti in diversi istituti penitenziari. Il Tribunale di sorveglianza ha accolto la domanda per i periodi con spazio inferiore a tre metri quadrati, ma ha rigettato la richiesta per gli altri intervalli temporali. Il condannato ha quindi fatto ricorso in Cassazione sostenendo di aver subito un trattamento inumano e degradante per l'intero arco della detenzione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che lo spazio tra tre e quattro metri quadrati risulta pienamente legittimo in presenza di adeguati fattori compensativi, come le ore trascorse all'aperto, i servizi garantiti e la costante assistenza medica.
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Detrazione di pena tra vecchio e nuovo carcere: i limiti
Un detenuto, dopo aver terminato di scontare un cumulo di pene ed essere tornato in libertà, è stato nuovamente arrestato per nuovi reati. Ha quindi richiesto la detrazione di pena per le condizioni inumane subite durante la prima carcerazione, pretendendo di applicare lo sconto alla nuova detenzione. Il Magistrato di Sorveglianza ha respinto la richiesta per la netta cesura temporale e giuridica tra i due periodi. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione e dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che una volta esaurita la pena precedente non si può trasferire la detrazione di pena sulle nuove sanzioni, restando esperibile unicamente la richiesta di indennizzo monetario entro sei mesi.
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Risarcimento per detenzione inumana: no alle istanze generiche
Un condannato in detenzione domiciliare ha presentato un reclamo per ottenere il risarcimento per detenzione inumana e la riduzione di pena per il periodo passato in tre diverse carceri. Il Magistrato di sorveglianza ha dichiarato subito inammissibile la richiesta perché il richiedente non ha specificato i periodi trascorsi nelle strutture né i dettagli concreti delle presunte violazioni. L'uomo ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo la competenza della magistratura di sorveglianza. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso. L'istanza priva di date precise e descrizioni puntuali delle condizioni carcerarie sofferte non permette alcuna verifica e determina l'inammissibilità immediata dell'atto, con condanna alle spese e a una sanzione economica.
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Carcere e risarcimento per detenzione inumana: no ai rigetti facili
Un detenuto richiede il risarcimento per detenzione inumana e lo sconto di pena a causa del grave sovraffollamento carcerario e delle pessime condizioni igieniche subite per diversi anni. Il Magistrato di sorveglianza respinge la richiesta senza fissare udienza, giudicandola inammissibile per genericità delle informazioni fornite. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa e annulla il provvedimento. La Suprema Corte stabilisce che il detenuto deve soltanto indicare le strutture carcerarie e i periodi di reclusione, mentre spetta all'Amministrazione penitenziaria dimostrare la conformità delle celle agli standard di legge.
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