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Ricorso Incidentale — Anno 2023

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487 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Ricorso Incidentale

Provvedimenti

Gestione Separata INPS: basso reddito ma l’obbligo resta
Un avvocato si opponeva a un avviso di addebito dell'ente previdenziale per il pagamento di contributi relativi all'anno 2009. I giudici di merito avevano annullato la pretesa, ritenendo che il reddito inferiore a cinquemila euro dimostrasse l'occasionalità dell'attività, escludendo l'obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente pubblico. La Suprema Corte ha chiarito che i professionisti iscritti all'albo, pur non obbligati all'iscrizione alla Cassa di categoria, devono iscriversi alla Gestione Separata INPS se esercitano la professione in modo abituale. Il basso reddito non fa scattare in automatico l'occasionalità dell'attività. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame sull'effettiva abitualità del lavoro svolto.
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Diniego di rimborso: il Fisco perde per un mancato avvertimento
Un Fondo Pensione Estero ha chiesto il rimborso delle ritenute subite sugli interessi di titoli di Stato e obbligazioni. L'Amministrazione Finanziaria ha inviato un questionario per richiedere documenti integrativi, ma senza avvertire il contribuente che la mancata risposta avrebbe impedito di produrre tali prove in un successivo giudizio. A causa della mancata risposta, l'ufficio ha emesso un provvedimento di diniego di rimborso. Nei gradi di merito, il Fondo Pensione Estero ha prodotto i documenti e i giudici hanno accolto la domanda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, confermando che la sanzione dell'inutilizzabilità dei documenti non si applica se l'ufficio non ha espressamente avvertito il contribuente delle conseguenze della mancata risposta al questionario. Il Fondo Pensione Estero vince definitivamente la causa.
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Costi black list e tregua fiscale: la Cassazione sospende il giudizio
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società di spedizioni internazionali, contestando la deducibilità di alcuni costi black list per l'anno 2008. La Commissione Tributaria Regionale ha dato ragione alla Società, ritenendo che la scelta di vettori esteri fosse giustificata da reali esigenze commerciali dei clienti. L'Amministrazione Finanziaria ha quindi proposto ricorso in Cassazione, mentre la Società ha presentato ricorso incidentale. Nelle more del giudizio, la Società ha chiesto la sospensione del processo per valutare l'adesione alla definizione agevolata della controversia. La Corte di Cassazione ha accolto l'istanza, disponendo la sospensione del giudizio.
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Deducibilità dei costi black list: scontro tra fisco e impresa
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di spedizioni internazionali la deducibilità dei costi black list, ossia le spese per operazioni commerciali con paesi a fiscalità privilegiata nell'anno 2007. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società, riconoscendo l'effettivo interesse economico delle operazioni di trasporto richieste dai clienti. L'Agenzia ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, la società contribuente ha chiesto la sospensione del processo per valutare l'adesione alla tregua fiscale tramite la definizione agevolata delle liti pendenti. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta, disponendo la sospensione del giudizio per consentire la definizione della controversia.
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Valutazione delle prove: l’impresa perde la sfida sul credito
Un privato ha chiesto la restituzione di una somma di denaro prestata a un'impresa. Quest'ultima ha eccepito un controcredito per lavori edili eseguiti, chiedendo la compensazione. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta dell'impresa per mancanza di prove sul contratto di appalto. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'impresa, ribadendo che la valutazione delle prove spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità se adeguatamente motivata. Ha inoltre respinto il ricorso incidentale del privato sulle spese, confermando la discrezionalità del giudice nella compensazione delle spese di lite. Entrambe le parti escono sconfitte dal giudizio di Cassazione.
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Accertamento sintetico redditometro: nulle le riduzioni senza prove
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un accertamento sintetico redditometro nei confronti di un contribuente, basandosi sul possesso di beni di lusso, tra cui auto e cavalli da corsa. La Commissione Tributaria Regionale ha ridotto arbitrariamente il reddito accertato e annullato le sanzioni senza fornire spiegazioni logiche. Sia l'Ufficio sia il contribuente hanno fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto entrambi i ricorsi, stabilendo che la sentenza dei giudici d'appello è nulla per motivazione apparente. I giudici non hanno spiegato i criteri matematici usati per ricalcolare il reddito né hanno valutato le prove del contribuente sulla vendita dei cavalli. La causa è stata rinviata per un nuovo giudizio.
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Equa riparazione: Ministero della Giustizia contro Economia
Il caso riguarda la richiesta di equa riparazione avanzata da un cittadino per l'irragionevole durata di una vicenda giudiziaria articolata in piu fasi, tra cui un giudizio ordinario e un successivo giudizio di ottemperanza davanti al giudice amministrativo. Il Ministero della Giustizia ha contestato la tempestivita del ricorso e la propria legittimazione passiva per la fase amministrativa. La Corte di Cassazione ha chiarito che il termine di decadenza decorre solo dalla fine dell'ultimo procedimento. Tuttavia, ha accolto il ricorso del Ministero stabilendo che, se la vicenda coinvolge sia giudici ordinari che amministrativi, il cittadino deve citare in giudizio sia il Ministero della Giustizia sia il Ministero dell'Economia e delle Finanze. La Suprema Corte ha quindi cassato la decisione impugnata, rinviando la causa per la corretta integrazione del contraddittorio.
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Imposta comunale sulla pubblicità: la cornice non si paga
Una società di pubblicità ha contestato 366 avvisi di accertamento emessi dal Comune per l'installazione di impianti pubblicitari abusivi. La contestazione riguardava principalmente il calcolo della superficie tassabile: il Comune includeva nel conteggio anche la cornice esterna dei cartelloni, mentre la contribuente sosteneva andasse tassato solo lo spazio utile per i messaggi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che l'imposta comunale sulla pubblicità deve essere calcolata escludendo la cornice se questa non è idonea a diffondere messaggi. Inoltre, spetta al Comune, e non al contribuente, dimostrare l'effettiva superficie tassabile in caso di contestazione. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare l'importo dovuto.
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Fisco e impresa uniti contro la consulenza tecnica d’ufficio
Una società di costruzioni e l'Amministrazione Finanziaria si sono scontrate sul calcolo della plusvalenza derivante dalla cessione di quote societarie. I giudici di merito avevano rideterminato l'importo basandosi interamente su una consulenza tecnica d'ufficio. Tuttavia, sia la società sia il fisco hanno contestato la decisione, lamentando che l'esperto e il giudice avessero ignorato elementi decisivi, come gli oneri finanziari e la durata della società. La Corte di Cassazione ha accolto entrambi i ricorsi, stabilendo che l'adesione acritica alla consulenza tecnica d'ufficio costituisce un vizio di omesso esame se vengono ignorati fatti storici decisivi e discussi tra le parti. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite senza sanzioni
Una lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione contro un'azienda di spedizioni e una società fallita. Successivamente, la ricorrente ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dall'azienda. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio principale e l'inammissibilità del ricorso incidentale dell'azienda per sopravvenuta carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che la rinuncia è un atto unilaterale ricettizio che non richiede l'accettazione della controparte per essere efficace. Inoltre, la Corte ha stabilito che in caso di estinzione per rinuncia non si applica il raddoppio del contributo unificato, poiché tale misura sanzionatoria non riguarda l'estinzione del processo. Le spese di lite sono state compensate tra le parti.
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Niente risarcimento danni per diffamazione: vince la cronaca
Un noto personaggio pubblico ha richiesto il risarcimento danni per diffamazione a un editore e al direttore di una rivista per un articolo ritenuto lesivo della sua reputazione. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha rigettato la domanda ritenendo l'articolo espressione del legittimo diritto di cronaca. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che il giudice civile può utilizzare autonomamente le prove del processo penale concluso con assoluzione. Inoltre, accogliendo il ricorso incidentale dell'editore, la Cassazione ha condannato il personaggio pubblico a restituire le somme già ricevute in esecuzione della sentenza di primo grado e a pagare le spese legali in base al principio della soccombenza globale.
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Responsabilità del direttore dei lavori: crollo e risarcimento
I proprietari di un immobile parzialmente crollato a causa di lavori edili di scavo hanno ottenuto il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha condannato in solido il progettista strutturale e il direttore dei lavori. Quest'ultimo ha fatto ricorso sostenendo di non avere competenze strutturali ma solo architettoniche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale del direttore dei lavori sia quello incidentale del progettista. La Corte ha ribadito che la responsabilità del direttore dei lavori si estende alla vigilanza sulle strutture portanti e alla verifica del progetto. Avendo accettato l'incarico senza riserve ed essendo presente in cantiere, il professionista risponde dei danni derivanti dal crollo, specialmente per aver rassicurato gli operai nonostante la presenza di crepe evidenti il giorno prima del disastro.
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Licenziamento per mancato rientro dall’aspettativa: è legittimo
Un lavoratore è stato licenziato per non essere rientrato in servizio alla scadenza del periodo di aspettativa. Il Tribunale ha inizialmente dichiarato illegittimo il provvedimento, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, confermando la legittimità del licenziamento. Il dipendente ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'azienda avesse accettato la prima sentenza pagando le somme dovute e che non vi fosse prova della comunicazione della scadenza. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il pagamento spontaneo per evitare pignoramenti non costituisce acquiescenza e che il dipendente ha l'obbligo di conoscere la fine del proprio congedo. Di conseguenza, il licenziamento per mancato rientro dall'aspettativa è definitivo e legittimo. Anche il ricorso incidentale dell'azienda è stato respinto.
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Opposizione allo stato passivo: curatore inerte, creditore perde
Un consorzio di riciclaggio ha richiesto l'ammissione al passivo del fallimento di un'azienda per un credito di oltre 550.000 euro relativo a contributi ambientali non versati. Il giudice delegato ha respinto la richiesta e il consorzio ha proposto opposizione allo stato passivo oltre un anno dopo la dichiarazione di esecutività dello stato passivo, poiché il curatore non gli aveva inviato la comunicazione ufficiale di rigetto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fallimento, stabilendo che, anche in mancanza di comunicazione da parte del curatore, il creditore deve proporre l'opposizione entro il termine massimo di sei mesi dal deposito dello stato passivo esecutivo. Di conseguenza, l'opposizione è stata dichiarata inammissibile e il fallimento ha vinto definitivamente la causa.
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Imposta sulla pubblicità: tassati anche i cartelli degli orari
La Società Concessionaria ha richiesto il pagamento dell'imposta sulla pubblicità a una Società della Grande Distribuzione per alcuni striscioni esposti presso un centro commerciale. I cartelli riportavano scritte come "Domenica aperto" e "Venerdì aperto sino alle 22", accompagnati dal logo aziendale. La Corte di Cassazione ha stabilito che tali messaggi, pur indicando solo gli orari di apertura, hanno una chiara finalità promozionale e d'invito all'acquisto. Di conseguenza, sono pienamente soggetti a tassazione. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso della concessionaria, confermando la legittimità dell'avviso di accertamento e condannando la società contribuente al pagamento del tributo e delle spese di giudizio.
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Delega di firma: l’avviso del Fisco è valido senza atto scritto
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di liquidazione per imposte di registro e ipocatastali relative a una cessione d'azienda. I contribuenti hanno impugnato l'atto, sostenendo che fosse nullo perché firmato da un funzionario delegato senza che l'Amministrazione avesse prodotto in giudizio la specifica disposizione di servizio autorizzativa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la delega di firma costituisce un mero decentramento burocratico interno. Pertanto, non è necessario produrre la specifica delega nominativa in giudizio se l'atto organizzativo generale e la qualifica del firmatario sono già verificabili. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Accertamento sintetico: nullo se la casa non viene pagata
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato a una contribuente due avvisi di accertamento per gli anni 2005 e 2006. L'ufficio ha applicato l'accertamento sintetico basandosi sull'acquisto di un immobile nel 2009. Tuttavia, la contribuente non ha mai pagato il prezzo a causa dell'inadempimento del venditore, che non aveva cancellato un'ipoteca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco per l'anno 2005, confermando la decadenza dei termini. Per l'anno 2006, la Corte ha accolto il ricorso della contribuente: l'accertamento sintetico richiede un effettivo esborso finanziario e non la semplice firma di un contratto di compravendita senza alcun pagamento reale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato definitivamente l'atto impositivo.
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Accesso alle graduatorie d’istituto: stop al diploma sperimentale
Una docente chiedeva il riconoscimento del proprio diploma sperimentale "progetto Brocca" per l'accesso alle graduatorie d'istituto per la classe di concorso di laboratorio di chimica. La Corte d'Appello accoglieva la domanda ritenendo il titolo equivalente a un diploma tecnico. La Cassazione, accogliendo il ricorso di un docente controinteressato, ha ribaltato la decisione. La Suprema Corte ha chiarito che il diploma sperimentale "Brocca" equivale a un diploma di liceo scientifico e non a un diploma tecnico. Di conseguenza, esso non consente l'accesso alle graduatorie d'istituto per profili di insegnamento tecnico-pratico, per i quali è richiesto un titolo tecnico o professionale. Il giudice non può sostituirsi all'amministrazione creando equiparazioni non previste dalla legge.
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Indennità di mobilità: negata ai soci di cooperative di vigilanza
Un lavoratore, socio di una cooperativa di vigilanza con qualifica di guardia giurata, veniva licenziato per cessazione dell'attività. Gli eredi chiedevano il pagamento dell'indennità di mobilità per il periodo da settembre 2015 a luglio 2016. La Corte d'appello accoglieva la domanda, ritenendo che la legge avesse esteso tale tutela anche alle cooperative di vigilanza. L'INPS proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'ente previdenziale, chiarendo che la riforma del mercato del lavoro del 2012 ha esteso a tali cooperative solo l'assicurazione contro la disoccupazione (ASpI) e la cassa integrazione straordinaria, ma non l'indennità di mobilità, prestazione peraltro destinata a scomparire dal 2017. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato definitivamente la domanda dei familiari del lavoratore.
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Diniego del credito IVA: inutile il riporto se non si impugna
Una società di compravendita immobiliare ha impugnato il diniego del credito IVA relativo all'anno 2013, che l'Agenzia delle Entrate aveva rifiutato poiché la sede legale della società era risultata inesistente durante i controlli. La società non ha impugnato tempestivamente il primo rifiuto, ma ha cercato di recuperare la somma riportando il credito nella dichiarazione dell'anno successivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che il mancato ricorso contro il primo provvedimento rende definitivo il diniego del credito IVA. Di conseguenza, il contribuente non può aggirare la decadenza riportando il credito non riconosciuto nelle annualità successive. La società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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