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Recidiva — Anno 2026

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1562 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Tentato furto pluriaggravato: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato è stato condannato per i reati di evasione e tentato furto pluriaggravato. Contro la sentenza di secondo grado, la difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della recidiva e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la valutazione sulla pericolosità sociale dell'Imputato e il diniego delle attenuanti erano sorretti da una motivazione logica, coerente e non smentita dagli atti. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Applicazione della libertà vigilata pur dopo la fine della pena
Un uomo condannato per estorsione aggravata da finalità mafiose ha impugnato la decisione che disponeva l'applicazione della libertà vigilata per tre anni. La difesa sosteneva la mancanza di pericolosità sociale attuale, evidenziando il tempo trascorso dai reati e i problemi di salute del condannato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la sussistenza della pericolosità sociale attuale. L'imputato non ha mostrato alcuna revisione critica dei propri crimini. Inoltre, le forze dell'ordine lo hanno sorpreso a frequentare nuovamente soggetti con precedenti penali poco dopo la scarcerazione. La Suprema Corte ha così confermato la legittimità della misura di sicurezza e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Recidiva nel furto aggravato: confermata la condanna penale
L'Imputato è stato condannato per i reati di furto e possesso di arnesi da scasso. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo dell'aumento di pena applicato dai giudici di merito. L'unico motivo di impugnazione riguardava la valutazione della recidiva nel furto aggravato, sostenendo una carenza di motivazione sulla sua effettiva pericolosità sociale. La Suprema Corte ha rigettato la richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la decisione precedente: la sentenza impugnata ha spiegato in modo logico il nesso tra i precedenti penali del soggetto e i nuovi reati commessi. La continuità criminale dimostra una spiccata pericolosità. Di conseguenza, l'imputato deve pagare le spese del processo e una sanzione finanziaria di tremila euro.
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Rapina impropria aggravata: niente sconti per l’aggressione
Una donna viene condannata per i reati di lesioni e rapina impropria aggravata ai danni di un anziano di oltre ottant'anni, spinto e fatto cadere a terra per sottrargli del denaro. La difesa ricorre in Cassazione chiedendo di riascoltare la vittima che aveva rinvigorito i rapporti e rimesso la querela, contestando inoltre la recidiva e il mancato riconoscimento dell'attenuante della lieve entità. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici spiegano che la remissione della querela è irrilevante nei reati procedibili d'ufficio e che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito. La violenza fisica contro una persona ultraottantenne e il danno economico escludono ogni ipotesi di lieve entità.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione blocca il ricorso
L'imputato è stato condannato per il reato di spaccio di lieve entità alla pena di un anno di reclusione e a una multa. Le forze dell'ordine hanno assistito direttamente allo scambio di droga e hanno sequestrato il borsello contenente lo stupefacente. La difesa ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione contestando la ricostruzione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato l'impugnazione inammissibile. Il giudizio di legittimità non consente un nuovo esame dei fatti già accertati nei precedenti gradi di merito. Di conseguenza, l'imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Guida senza patente: basta il verbale per confermare la recidiva
Un automobilista ha ricevuto una condanna penale per il reato di guida senza patente a causa della recidiva nel biennio. Il conducente ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che mancasse un documento ufficiale che attestasse la definitività del precedente illecito amministrativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per dimostrare la recidiva non serve un attestato formale di definitività. Risulta sufficiente una prova minima, come il verbale di contestazione o le annotazioni della polizia giudiziaria, unitamente al mancato pagamento della sanzione o alla mancata opposizione. La condanna penale è stata quindi confermata con l'aggiunta di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto negata e condanna in Cassazione
L'Imputato è stato condannato per due episodi di tentato furto. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, l'errata applicazione della recidiva e la mancata riduzione della pena al massimo consentito per il tentativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione della particolare tenuità del fatto rientra nella discrezionalità del giudice di merito e non è rivedibile in sede di legittimità se sostenuta da motivazione logica. Anche la recidiva risulta motivata in relazione alla pericolosità del soggetto e ai suoi precedenti. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Guida senza patente e recidiva: niente tenuità del fatto
Un automobilista ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di guida senza patente con recidiva nel biennio. Il conducente chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la guida senza patente costituisce reato penale soltanto quando la violazione si ripete due volte in due anni. La struttura stessa della norma richiede una condotta reiterata, elemento che esclude a priori il requisito della non abitualità necessario per ottenere la particolare tenuità. L'automobilista è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso indebito di carte di credito: ricorso e sanzione
L'Imputato è stato condannato in appello per i reati di furto e uso indebito di carte di credito. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la motivazione sulla recidiva e il giudizio di bilanciamento delle circostanze sanzionatorie. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato sul primo punto e generico sul secondo, in quanto le valutazioni sulle circostanze rientrano nella discrezionalità del giudice di merito se motivate in modo coerente. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità dell'imputato e condannandolo al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa e identità digitale: ricorso generico, condanna confermata
L'Imputato è stato condannato nei primi gradi di giudizio per i reati di truffa e identità digitale, accertati attraverso testimonianze e analisi documentali che hanno dimostrato la sottrazione dei dati personali della vittima e l'incasso dei profitti illeciti. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, la sussistenza dell'elemento soggettivo e il riconoscimento della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi proposti erano generici, ripetitivi e diretti a richiedere una nuova ricostruzione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. I giudici hanno confermato la proporzionalità della pena e l'aumento legato alla recidiva, rientranti nella discrezionalità del giudice di merito. L'Imputato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pene sostitutive e precedenti penali: serve una motivazione
L'Imputata viene condannata per il reato di sostituzione di persona in un inganno contrattuale. La Corte d'Appello conferma la condanna e nega l'applicazione delle pene sostitutive. I giudici d'appello motivano il diniego richiamando in modo generico i precedenti penali della donna. L'Imputata propone ricorso per Cassazione contestando la mancanza di una reale motivazione su questo punto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla la decisione. I giudici supremi chiariscono un principio fondamentale: il giudice non può rifiutare le pene sostitutive citando solo la presenza di precedenti condanne. Il tribunale deve spiegare in modo concreto e puntuale perché il passato penale renda inefficace il percorso di rieducazione. La causa torna a un'altra Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Truffa contrattuale e ricorso vuoto: condanna confermata
Un acquirente ha raggirato il proprietario di un veicolo, facendogli credere falsamente di essere solvibile per ottenere il mezzo. Il tribunale ha condannato l'acquirente per il reato di truffa contrattuale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la legittimazione della vittima a sporgere querela, la sussistenza del reato, il diniego delle attenuanti generiche, la recidiva e l'entità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che i motivi presentati ripetevano in modo generico le stesse critiche già respinte in appello. La Cassazione ha confermato che l'elevato profitto e i numerosi precedenti penali dell'imputato giustificano ampiamente il diniego degli sconti di pena. L'imputato deve quindi pagare le spese del processo e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva penale: la Cassazione conferma
L'Imputato è stato condannato per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. La Corte d'Appello ha confermato la sanzione, disponendo l'applicazione della recidiva penale in ragione dei precedenti specifici del soggetto. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di un'adeguata motivazione sulla sua effettiva pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che l'obbligo di motivazione sulla ricaduta nel reato può essere assolto anche in forma sintetica, quando sia evidente la continuazione di un percorso criminoso già avviato. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Applicazione della recidiva: la Cassazione rigetta il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sentenza della Corte d'Appello. La difesa ha lamentato l'errata applicazione della recidiva, il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e un'eccessiva gravità nella determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva è corretta quando i precedenti evidenziano una maggiore pericolosità e una persistente attitudine a delinquere, senza che serva un legame specifico tra i reati. Per negare le attenuanti generiche è sufficiente rilevare l'assenza di elementi favorevoli decisivi. L'Imputato perde il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Aumento della pena per continuazione: il no della Cassazione
L'Imputato, condannato per tentato furto e ricettazione, ha proposto ricorso in Cassazione per contestare il calcolo della condanna. La difesa ha sostenuto che il giudice di rinvio avesse ridotto in modo insufficiente l'aumento della pena per continuazione e aumentato indebitamente la multa da 666,67 a 667,00 euro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il dimezzamento dell'aumento rispetta i criteri di gravità del reato. Inoltre, l'eliminazione dei decimali della multa è una corretta applicazione delle norme sull'arrotondamento e non costituisce un peggioramento della pena. L'Imputato deve quindi pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: recidiva e ricorso respinto
L'Imputato, già condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, ha presentato ricorso in Cassazione per contestare l'applicazione della recidiva. La Corte di Appello aveva confermato il giudizio negativo, evidenziando nove precedenti penali dell'uomo caratterizzati da condotte violente. La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso del tutto generico e privo di confronto con le motivazioni dei giudici territoriali. Di conseguenza, i giudici supremi hanno dichiarato l'atto inammissibile. L'Imputato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle ammende, vedendo stabilizzata la propria condanna.
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Calcolo della pena per tentato furto: la sanzione va motivata
L'Imputato veniva condannato per aver tentato di sottrarre due dispositivi elettronici da un esercizio commerciale, nascondendoli sotto gli abiti prima di essere fermato dalle forze dell'ordine. I giudici di merito irrogano una pena di sei mesi di reclusione e duecento euro di multa, ma omettono di chiarire la riduzione applicata per la forma tentata. L'Imputato propone ricorso contestando la mancanza di motivazione sulla determinazione della sanzione. La Corte di Cassazione accoglie la doglianza focalizzandosi sul calcolo della pena per tentato furto. I giudici supremi evidenziano che, sia utilizzando il metodo diretto che quello bifasico, il giudice ha l'obbligo di motivare come sia giunto alla pena finale ed esplicitare la diminuzione dovuta per il tentativo. La sentenza viene quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per recidiva
Il Condannato ha richiesto la concessione della misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa di recenti condotte violente, della mancata rielaborazione dei reati commessi e dell'incidenza della ludopatia sul rischio di reiterazione delittuosa. Il Condannato ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'affidamento in prova al servizio sociale richiede elementi positivi concreti che dimostrino l'avvio di un effettivo percorso di riabilitazione. I recenti comportamenti aggressivi e la presenza di patologie non gestite, come il gioco d'azzardo patologico, evidenziano un pericolo concreto di recidiva. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Tentato furto aggravato: inammissibile il ricorso dell’imputato
L'Imputato e stato condannato per il reato di tentato furto aggravato. Nel suo ricorso alla Corte di Cassazione, l'uomo ha sostenuto di aver agito spinto dallo stato di necessita, lamentando anche il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'imputato si e limitato a ripetere le stesse difese del giudizio d'appello, senza contestare le motivazioni della sentenza impugnata. Inoltre, il mancato sconto di pena e legittimo se non emergono elementi positivi e se i precedenti penali dimostrano una spiccata pericolosita sociale. L'Imputato dovra versare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto negata per chi tenta il furto
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentato furto. Il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto prevista dall'articolo 131-bis del codice penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può applicare la particolare tenuità del fatto quando le modalità concrete dell'azione dimostrano un'inclinazione al delitto del soggetto. Di conseguenza, la condanna dell'Imputato rimane confermata, con l'obbligo di pagare le spese del processo e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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