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Recidiva — Anno 2026

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1562 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Contestazione della recidiva: la Cassazione respinge il ricorso
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione opponendosi alla sentenza di appello che ha confermato la sua condanna. La difesa ha basato l'impugnazione sulla contestazione della recidiva, lamentando un difetto di motivazione sulla pericolosità sociale e sui precedenti penali del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso si limitava a riprodurre le medesime argomentazioni già respinte nel giudizio di merito. La Suprema Corte ha ribadito che la presenza di più condanne passate giustifica l'aumento di pena e che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, L'Imputato ha perso la causa e deve pagare le spese del processo unitamente a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso per Cassazione tardivo: condanna e sanzione salata
Un cittadino, condannato per falsità in atti, ha presentato impugnazione contestando la mancata riqualificazione del fatto in tentativo e il bilanciamento tra attenuanti generiche e recidiva. La Corte di Cassazione ha analizzato la tempestività dell'impugnazione. La sentenza di secondo grado era stata depositata in anticipo rispetto ai termini fissati. Considerando il termine ordinario e l'estensione dovuta all'assenza dell'imputato, il tempo utile per proporre appello è scaduto il 14 novembre. Il deposito dell'atto è avvenuto invece il 26 novembre. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per Cassazione tardivo, evidenziando il superamento insuperabile delle scadenze processuali. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di quattromila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reato di evasione: le scuse pretestuose non evitano la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di evasione, chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, la concessione delle attenuanti generiche e la cancellazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile poiché i motivi presentati erano generici e aspecifici. I giudici hanno evidenziato come l'Imputato non si sia confrontato con le adeguate motivazioni della Corte d'Appello, la quale aveva già accertato la natura pretestuosa delle giustificazioni addotte per la condotta illecita. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: poca droga, ma è spaccio
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti destinata allo spaccio, nonostante le forze dell'ordine abbiano sequestrato soltanto due dosi di cocaina. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'uso personale e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che la destinazione allo spaccio si ricava da un insieme di indizi: il ritardo nell'aprire la porta ai Carabinieri, l'impianto di videosorveglianza sulla strada, i bagni allagati per disfarsi della sostanza e il possesso di denaro non giustificato durante gli arresti domiciliari. La scarsa quantità trovata rappresentava solo il residuo della droga distrutta. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti e recidiva: verdetto rigido
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato custodiva in auto e a casa ingenti quantitativi di cocaina e marijuana. La difesa contestava la pluralità di reati addebitata per le diverse tipologie di droga, la mancata prevalenza delle attenuanti sulla recidiva e il diniego della continuazione con una precedente condanna. I giudici di legittimità hanno ribadito che detenere droghe iscritte in tabelle differenti configura reati distinti. Inoltre, la vicinanza temporale con la condanna precedente dimostra una spiccata capacità a delinquere. L'imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Guida senza patente e recidiva: multa o processo penale
Un automobilista è stato condannato per il reato di guida senza patente e recidiva nel biennio. Il conducente ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la precedente violazione amministrativa non fosse stata provata tramite una certificazione ufficiale di definitività. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per dimostrare la recidiva e confermare la natura penale dell'infrazione, non occorre un attestato formale se esistono elementi probatori certi e l'automobilista non dimostra di aver contestato la sanzione precedente. Di conseguenza, la condanna penale è rimasta confermata e il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova terapeutico: la recidiva blocca la misura
Il Condannato ha richiesto la concessione della misura alternativa dell'affidamento in prova terapeutico ai sensi dell'art. 94 del D.P.R. n. 309/1990 per scontare la pena detentiva residua. Il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato l'istanza a causa dei numerosi precedenti penali, del fallimento di precedenti percorsi di recupero in comunità e di una sanzione disciplinare subita in carcere. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione del programma terapeutico e del processo rieducativo avviato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la decisione di merito: la recidiva e le violazioni delle regole carcerarie dimostrano l'inidoneità dell'affidamento in prova terapeutico a garantire il reale recupero della persona.
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Pene sostitutive negate per precedenti: il no della Cassazione
L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte di Appello che le aveva negato l'accesso alle pene sostitutive della detenzione breve. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il diniego delle pene sostitutive è pienamente legittimo quando si fonda su un giudizio prognostico negativo, basato sui precedenti penali dell'imputata e sul concreto rischio di reiterazione del reato. Di fronte a una motivazione di merito dettagliata e priva di vizi, la ricorrente si è limitata a proporre censure generiche senza indicare valide ragioni di diritto. La Cassazione ha pertanto confermato il rifiuto del beneficio, condannando l'imputata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di ricettazione: sanzionato il possesso dell’auto rubata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna per il reato di ricettazione di un'autovettura rubata. La Difesa sosteneva che la vicinanza temporale tra il furto e il ritrovamento dell'auto dovesse configurare il reato di furto e non di ricettazione, chiedendo inoltre l'estinzione per prescrizione. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di ricettazione sussiste quando il possessore del bene di provenienza illecita non fornisce una spiegazione credibile sul suo possesso. Tale omissione dimostra l'acquisto in mala fede e la volontà di occultare l'oggetto. I giudici hanno inoltre stabilito che i motivi aggiunti non possono sanare un ricorso originariamente inammissibile, confermando la recidiva e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Truffa con accredito su conto: la Cassazione conferma la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per la Truffa con accredito su conto. I giudici di merito avevano accertato l'inganno ai danni della vittima e il versamento del profitto illecito direttamente sul conto corrente dell'Imputato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Il primo motivo sui fatti era una semplice ripetizione delle difese già respinte in appello. Gli altri motivi, riguardanti la recidiva e le attenuanti generiche, sono stati ritenuti privi di fondamento. Il giudice di merito ha motivato in modo corretto la responsabilità penale e la misura della pena. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per truffa: condanna confermata
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che lo condannava per il reato di truffa. La difesa ha sollevato eccezioni sull'inutilizzabilità di alcuni atti investigativi, contestando anche la motivazione sulla responsabilità penale e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha decretato l'inammissibilità del ricorso per truffa. I giudici hanno chiarito che le prove raccolte, inclusa la testimonianza della vittima in aula, dimostravano pienamente la colpevolezza. Le doglianze difensive riproponevano semplici questioni di fatto già ampiamente analizzate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. La Cassazione ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione di materiale rubato: ricorso respinto in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di ricettazione di materiale rubato, consistente in un ingente quantitativo di batterie rinvenute in un magazzino. I giudici hanno confermato le decisioni di merito, accertando la piena consapevolezza dell'origine illecita della merce da parte degli imputati. La Suprema Corte ha ribadito l'impossibilità di svolgere un nuovo riesame dei fatti o delle prove in sede di legittimità. È stata inoltre respinta la richiesta di riqualificare il fatto nel reato di incauto acquisto, così come l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, data la condotta abituale e reiterata. I due ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso in Cassazione contro il patteggiamento: pena non modificabile
L'Imputato aveva concordato una pena di otto mesi di reclusione per il reato di evasione avvalendosi del patteggiamento. In seguito, ha presentato personalmente ricorso lamentando l'eccessività della sanzione applicata dal giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso in Cassazione contro il patteggiamento, stabilendo che la quantificazione della pena liberamente pattuita non può essere messa in discussione se la sanzione non risulta contraria alla legge. Per questa ragione, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Bancarotta fraudolenta distrattiva: risponde anche il prestanome
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta distrattiva a carico dell'amministratore formale e dell'amministratore di fatto di una società commerciale fallita. L'amministratore formale sosteneva di aver agito come mero prestanome estraneo alla gestione, svolgendo solo mansioni operative. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso evidenziando che l'amministratore formale ha partecipato direttamente alla cessione dell'azienda prelevando oltre la metà del ricavato. Tale condotta dimostra la piena consapevolezza e il concorso nel depauperamento patrimoniale. È stata inoltre confermata la responsabilità dell'amministratore di fatto, il quale ha utilizzato il figlio incensurato per eludere i propri precedenti penali specifici, giustificando così anche l'applicazione della recidiva.
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Applicazione della recidiva e spaccio lieve: ricorso inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando l'eccessiva severità della condanna per spaccio di lieve entità. Il ricorso contestava in particolare l'applicazione della recidiva e la quantificazione della pena. I giudici territoriali avevano valorizzato il numero di dosi ricavabili, la purezza del principio attivo e i precedenti penali del soggetto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La determinazione della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito se supportata da logica motivazione. L'Imputato perde la causa e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Colpevolezza confermata e ricorso per cassazione inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso contro la condanna per favoreggiamento personale, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e guida senza patente. La difesa ha contestato la configurazione del reato di favoreggiamento, la valutazione degli elementi probatori, la recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso per cassazione inammissibile poiché i motivi presentati riproducevano mere censure di fatto già esaminate nei gradi precedenti e risultavano generici rispetto alla motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Corte ha reso definitiva la condanna dell'imputato, imponendo il pagamento delle spese del procedimento e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: confermata la condanna definitiva
Un imputato, condannato nei gradi precedenti per il reato di evasione, proponeva ricorso per cassazione contestando la propria responsabilità penale. La difesa sosteneva la presenza dello stato di necessità per giustificare l'allontanamento, contestando anche l'applicazione della recidiva e la quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi presentati si limitavano a riproporre le stesse tesi già esaminate e respinte nei gradi di merito, senza confrontarsi criticamente con la motivazione della sentenza impugnata. Il ricorrente mirava unicamente a ottenere una nuova valutazione delle prove, operazione preclusa in sede di legittimità. L'imputato è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina di lieve entità: contano i fatti e non i precedenti
Un uomo ha subito una condanna per il reato di rapina per aver sottratto venti batterie per auto esauste, spintonando il custode durante la fuga. La Corte di Appello ha ridotto la pena a due anni e otto mesi di reclusione, ma ha negato l'attenuante per la rapina di lieve entità a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputato e dell'ora tardo-pomeridiana del fatto. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'attenuante ha natura prettamente oggettiva: contano l'estemporaneità del gesto, la modestia della violenza fisica e l'esiguità del valore economico sottratto, non i precedenti personali dell'agente.
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Violenza sessuale e imputabilità: confermata la condanna
Un uomo ospite di una struttura di cura ha costretto due pazienti psichiatriche a compiere e subire atti sessuali. I giudici di merito lo hanno condannato per violenza sessuale aggravata, ritenendolo pienamente capace di intendere e di volere nonostante i suoi disturbi di personalità. La difesa ha presentato ricorso per Cassazione, lamentando il mancato rinnovo della perizia psichiatrica e contestando l'applicazione della recidiva, sostenendo pregresse assoluzioni per vizio di mente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Il tema centrale riguarda il rapporto tra violenza sessuale e imputabilità: i disturbi della personalità e la discontinua assunzione di farmaci non escludono la colpevolezza quando il reo comprende il disvalore delle sue azioni e sfrutta consapevolmente la vulnerabilità delle vittime.
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Concordato in appello: no al ricorso per cassazione
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale a seguito di un concordato in appello. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso per Cassazione contestando la mancata esclusione della recidiva. I Giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile perché i motivi addotti contrastano con i limiti imposti dalla legge per i procedimenti definiti tramite patteggiamento in secondo grado e risultano privi di specifica concretezza. L'Imputato perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese del giudizio e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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