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Recidiva — Anno 2026

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1562 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Furto pluriaggravato: controllo tardivo e reato consumato
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto pluriaggravato dopo aver sottratto beni da un esercizio commerciale. La difesa ha presentato ricorso per Cassazione sostenendo la tesi del furto tentato e non consumato, facendo leva sull'attività di vigilanza presente nel locale. L'imputato contestava inoltre l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il furto rimane tentato solo se la vigilanza monitora costantemente l'azione furtiva e interviene sul fatto. Nel caso esaminato, i vigilanti non hanno controllato la condotta in tempo reale, ma sono intervenuti solo successivamente alla sottrazione della refurtiva. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese legali e a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Condanna per evasione: fuga a un mese dal fine pena confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per evasione a carico di un individuo che si era allontanato dal regime detentivo a un solo mese dalla conclusione della pena. Il soggetto ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'eccessivo aumento di pena derivante dalla recidiva. I giudici supremi hanno respinto le doglianze dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte d'appello aveva già adeguatamente valorizzato il pesante passato penale dell'imputato e la sua condotta contraria alle regole. Fuggire a ridosso del fine pena dimostra infatti una marcata insensibilità verso la legge. Oltre alla conferma della pena, il ricorrente deve pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta fraudolenta documentale: reato confermato ma pena giù
Un imprenditore è stato condannato per bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale per aver omesso la consegna delle scritture contabili al curatore, distratto risorse societarie e accumulato oltre 500.000 euro di debiti fiscali mai pagati. La difesa sosteneva che il curatore non avesse formalmente richiesto i registri contabili e che il debito tributario non fosse stato verificato dal tribunale. La Corte di Cassazione ha confermato la colpevolezza: l'obbligo di consegnare la contabilità grava direttamente sull'amministratore senza bisogno di solleciti e l'omesso versamento sistematico delle imposte integra bancarotta impropria. I giudici hanno però accolto il ricorso sull'esclusione della recidiva per decorso dei cinque anni da un vecchio patteggiamento, rinviando alla Corte di Appello per rideterminare e ridurre la pena finale.
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Reato di evasione: stop alla particolare tenuità per recidivi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per il reato di evasione, respingendo integralmente il suo ricorso. Il soggetto ha violato le prescrizioni impostegli dall'autorità giudiziaria, allontanandosi dal luogo di custodia. La difesa richiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la prevalenza delle attenuanti generiche rispetto alla recidiva contestata. I giudici di legittimità hanno escluso ogni beneficio penale a causa dell'evidente pervicacia della condotta e della marcata trasgressività manifestata. L'imputato ha tradito la fiducia accordata dall'autorità giudiziaria, dimostrando un'elevata pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali, oltre a una sanzione di tremila euro.
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Applicazione della recidiva: la Cassazione respinge il ricorso
Un imputato ha presentato ricorso per contestare il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva reiterata da parte dei giudici di merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici supremi hanno chiarito che le scelte relative al trattamento sanzionatorio non possono essere ridiscusse in sede di legittimità se sostenute da una motivazione congrua, logica e fondata sulla concreta pericolosità sociale del soggetto. L'imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto condannato a un anno, otto mesi e quindici giorni di reclusione per violazione della sorveglianza speciale continuata. La difesa sosteneva lo stato di necessità e chiedeva la non punibilità per particolare tenuità del fatto, oltre a contestare la recidiva. I giudici hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. I motivi sollevavano questioni di merito non consentite in sede di legittimità e riproducevano tesi già disattese in appello. L'abitualità della condotta, i precedenti specifici e la gravità dell'offesa impediscono il riconoscimento della tenuità del fatto. La condanna resta confermata con l'aggiunta di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: pena alta e confisca legittima
L'Imputato è stato condannato per la cessione di venti grammi di cocaina, con riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello ha rideterminato la pena a tre anni e due mesi di reclusione oltre a seimila euro di multa. Il giudice ha negato il minimo edittale e le attenuanti generiche a causa dei precedenti specifici. Ha inoltre disposto la confisca del denaro contante e degli smartphone usati per l'attività illecita. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il calcolo della sanzione e il mancato dissequestro dei beni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di merito ha motivato correttamente la pena e la confisca degli strumenti del reato. L'Imputato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un cittadino per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. L'imputato aveva contestato la valutazione delle prove, la sussistenza del dolo, il diniego delle attenuanti generiche e il riconoscimento della recidiva. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso poiché le censure riproducevano argomenti già esaminati in appello e puntavano a ottenere un nuovo esame dei fatti, precluso in sede di legittimità. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: non basta il rischio sfratto per giustificarsi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione a carico di un soggetto sottoposto a misura restrittiva. L'imputato si era allontanato dal luogo autorizzato per raggiungere un altro comune e prelevare denaro, giustificando la condotta con l'asserita necessità di evitare un imminente sfratto. I giudici hanno respinto la tesi difensiva escludendo lo stato di necessità: la difesa non ha fornito alcuna prova del pericolo attuale di un grave danno alla persona o dell'effettiva esecuzione dello sfratto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la sussistenza della recidiva e negando le attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali.
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Particolare tenuità del fatto: stop per chi ha precedenti
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna d'appello, contestando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità e la conferma dell'aggravante della recidiva. I giudici di merito avevano negato il beneficio sottolineando il grave disvalore oggettivo della condotta e la presenza di numerosi precedenti penali a carico dell'accusato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che la sentenza d'appello risulta sostenuta da una motivazione logica ed esaustiva, non censurabile nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, l'applicazione della particolare tenuità del fatto resta del tutto esclusa quando la gravità della condotta e il passato criminale dell'autore attestano una marcata riprovevolezza. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese di lite e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina impropria: furto fallito o reato consumato?
Due soggetti hanno asportato una cassa automatica da un negozio e l'hanno caricata su un'auto. All'arrivo della polizia, gli autori hanno aggredito gli agenti per garantirsi la fuga dopo aver abbandonato il bottino. La difesa ha chiesto la riqualificazione della condotta in tentato furto con resistenza, escludendo la rapina impropria consumata e invocando la lieve entità del danno. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne precedenti. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di rapina impropria si perfeziona nel momento esatto in cui i soggetti acquisiscono un dominio autonomo sul bene, anche per pochi istanti. La violenza successiva, attuata per fuggire, mantiene intatta la continuità operativa con la sottrazione, rendendo legittima la condanna.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a censure generiche
L'Imputato propone ricorso dinanzi alla Suprema Corte per contestare la propria condanna, lamentando l'omessa applicazione della particolare tenuità del fatto, il riconoscimento della recidiva e il bilanciamento delle circostanze. I Supremi Giudici dichiarano l'inammissibilità del ricorso per cassazione per assoluta genericità e difetto di specificità dei motivi, confermando che l'atto riproduce censure già respinte senza muovere contestazioni puntuali alla motivazione d'appello. La Corte condanna l'Imputato alle spese legali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Malore senza prove: condanna per il reato di evasione
Un uomo sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari si allontana dalla propria abitazione senza autorizzazione. La difesa sostiene l'assenza di dolo per motivi di salute e invoca l'attenuante della costituzione spontanea oltre a contestare la recidiva. I giudici rilevano la totale mancanza di referti medici a prova del malore e accertano che il contatto con le forze dell'ordine è avvenuto solo dopo il controllo ispettivo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, confermando che sussiste a pieno titolo il reato di evasione. L'imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dai domiciliari: dieci minuti costano la condanna
Un imputato agli arresti domiciliari si è allontanato in bicicletta, in pigiama e ciabatte, percorrendo duecento metri per dissetarsi. L'uomo ha calcolato di rientrare prima del consueto controllo delle forze dell'ordine. I giudici di merito hanno confermato la condanna per il reato di evasione dai domiciliari, negando sia la non punibilità per particolare tenuità del fatto sia la pena pecuniaria sostitutiva. L'uomo ha proposto ricorso per Cassazione contestando il rigetto automatico dei benefici. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Il calcolo per eludere i controlli dimostra un dolo intenso incompatibile con la tenuità. I plurimi precedenti penali e la spavalderia manifestata giustificano pienamente il diniego delle sanzioni sostitutive.
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Reato di evasione: la Cassazione nega la tenuità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per il reato di evasione, dichiarando il ricorso inammissibile. L'uomo aveva contestato la decisione dei giudici di merito invocando la forza maggiore, l'assenza di offensività della condotta e la richiesta di non punibilità per particolare tenuità del fatto, oltre alla concessione delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno respinto ogni censura. La Corte ha evidenziato la prolungata durata dell'allontanamento ingiustificato e la presenza di molteplici precedenti penali specifici, elementi che integrano la recidiva aggravata e dimostrano l'abitualità della condotta. Il ricorrente è stato condannato alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate per precedenti penali
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione nei confronti di un imputato per reingresso illegale nel territorio dello Stato. L'interessato aveva proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e la mancata prevalenza di queste rispetto alla recidiva contestata. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. Il giudice di merito ha motivato in modo logico il diniego valorizzando i molteplici e gravi precedenti penali a carico dell'uomo. Il condannato deve quindi scontare la pena inflitta, pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di furto aggravato: tubi di valore su terreno
L'Imputato ha sottratto quattro condotti ondulati in acciaio del valore di cinquantamila euro, situati ordinatamente all'interno di un terreno privato non recintato. La difesa ha sostenuto che il materiale costituisse cosa abbandonata e quindi liberamente prelevabile. I giudici di merito hanno respinto la tesi difensiva, condannando l'uomo per il reato di furto aggravato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando integralmente la condanna e comminando le spese di giudizio oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende. Per la Suprema Corte, affinché un bene sia considerato abbandonato, deve emergere con certezza la chiara volontà del proprietario di disfarsene. L'elevato valore economico dei beni e la loro ordinata collocazione su un fondo curato escludono qualsiasi presunzione di dismissione.
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Reato di estorsione: la Cassazione sul riscatto del bene
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione a carico di un uomo che pretendeva denaro per restituire un furgone rubato. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in tentata truffa. I giudici hanno chiarito la netta linea di confine tra le due fattispecie. Sussiste il reato di estorsione quando l'autore minaccia un danno reale e direttamente dipendente dalla propria volontà, come la perdita definitiva di un mezzo da lavoro. La vittima non subisce un semplice inganno, ma una vera costrizione psicologica. I giudici hanno rigettato anche le richieste relative alle attenuanti generiche e alla recidiva, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il colpevole alle spese.
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Porto di arma clandestina: annullata la pena sotto il minimo
Due uomini sono stati fermati mentre esercitavano la caccia in una zona protetta con fucili illegali. Il giudice di primo grado li ha condannati per il reato di porto di arma clandestina, applicando una pena ridotta basata su un calcolo inferiore al minimo di legge ed escludendo la recidiva solo grazie alla confessione resa. La Procura generale ha impugnato la decisione denunciando gravi errori nel calcolo sanzionatorio e nella motivazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'accusa limitatamente al trattamento sanzionatorio e alla recidiva, ordinando un nuovo processo per ricalcolare la condanna secondo i limiti minimi di legge.
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Riconoscimento della recidiva: Cassazione e motivazione
Un imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando la sentenza della Corte di Appello. Il motivo di impugnazione riguardava esclusivamente il riconoscimento della recidiva applicato dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché manifestamente infondato. I giudici hanno chiarito che la decisione di secondo grado contiene una motivazione sintetica ma logica e sufficiente. La Corte d'Appello ha infatti evidenziato adeguatamente la maggiore riprovevolezza della condotta dell'autore. Tale valutazione sui fatti non può subire censure davanti ai giudici di legittimità. A seguito del rigetto, il ricorrente deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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