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Recesso Unilaterale

66 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Atto con cui una delle parti di un contratto decide di sciogliere il vincolo contrattuale, esercitando un diritto previsto dalla legge o dal contratto stesso, che nel caso dell'appalto (art. 1671 c.c.) comporta il pagamento di un indennizzo.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Conclusione del contratto di appalto: prova o accordo vincolante
Un'impresa di servizi ha citato in giudizio una società sportiva chiedendo un indennizzo economico per il recesso anticipato da un presunto appalto di pulizie. La società sportiva ha sostenuto che l'attività svolta rientrasse unicamente in un periodo di prova temporaneo e non in un appalto pluriennale. I giudici hanno accertato che la committente non ha mai formalizzato l'accettazione dei preventivi inviati dall'impresa. L'invio reiterato di nuove offerte commerciali da parte dell'impresa ha confermato la mancata conclusione del contratto di appalto. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda risarcitoria poiché l'indennizzo presuppone un vincolo contrattuale perfezionato mai sorto tra le parti.
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Recesso dal contratto di appalto: indennizzo dovuto all’impresa
Una società immobiliare committente affida a un'impresa edile lavori di demolizione e di scavo. In seguito, la committente decide di affidare le opere di scavo a una ditta terza, sostenendo di non aver mai finalizzato il secondo accordo. L'impresa appaltatrice agisce in giudizio per ottenere l'indennizzo per mancato guadagno conseguente allo scioglimento del rapporto. I giudici di merito accertano che l'accordo iniziale comprendeva entrambe le opere e condannano la committente a risarcire l'appaltatore. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della committente. Il recesso dal contratto di appalto obbliga la parte committente a pagare l'indennità per il profitto perso dall'impresa, confermando la piena validità del vincolo contrattuale originario.
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Agevolazione fiscale finanziamenti: il recesso bancario cambia tutto
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una società che aveva beneficiato di un'agevolazione fiscale per finanziamenti a medio-lungo termine. L'Agenzia delle Entrate contestava l'applicazione del beneficio, sostenendo che la presenza di una clausola di recesso unilaterale a favore della banca snaturava la durata del finanziamento. La Corte ha accolto il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che se la banca può recedere in qualsiasi momento, il finanziamento non può essere considerato a medio-lungo termine ai fini dell'agevolazione fiscale finanziamenti. La sentenza precedente, favorevole alla società, è stata cassata, e il beneficio negato.
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Bando di Concorso: Durata Contratto Vincolante per l’Ente Pubblico
Un Ente Pubblico bandiva un concorso per un dirigente a tempo determinato di due anni. Il Lavoratore, selezionato, firmava però un contratto di soli sei mesi. Egli impugnava tale riduzione. La Corte d'Appello accoglieva la sua domanda, dichiarando illegittimo il termine ridotto e condannando l'Ente al risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo la **vincolatività del bando di concorso** come offerta al pubblico. Le condizioni del bando, inclusa la durata, non possono essere modificate unilateralmente dall'Amministrazione dopo l'accettazione. Il Lavoratore ha quindi ottenuto il pagamento delle differenze retributive.
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Recesso dal contratto collettivo aziendale e stop ai bonus
Alcuni dipendenti hanno chiesto il pagamento di compensi aggiuntivi previsti da un accordo aziendale. L'Azienda aveva esercitato il recesso dal contratto collettivo aziendale a tempo indeterminato, interrompendo l'erogazione dei bonus. I lavoratori sostenevano che tali premi fossero ormai diritti acquisiti e che la decisione violasse la garanzia di giusta retribuzione. La Corte di Cassazione ha rigettato le pretese dei dipendenti. I giudici hanno stabilito che il recesso dal contratto collettivo aziendale a tempo indeterminato è legittimo per evitare vincoli perpetui. Gli aumenti retributivi aziendali costituiscono componenti accessorie e non rientrano nel nucleo essenziale della retribuzione tutelato dalla Costituzione. Di conseguenza, l'Azienda ha vinto la causa e i lavoratori non rinuncianti devono pagare le spese di giudizio.
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Consorzio di urbanizzazione: illegittimo il recesso unilaterale
Alcuni proprietari di villette periferiche hanno dichiarato il recesso da un consorzio di urbanizzazione, rifiutando di pagare i contributi per la manutenzione di strade, verde e impianti. I ricorrenti sostenevano la totale indipendenza dei propri immobili e il mancato utilizzo delle infrastrutture interne al comprensorio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando l'illegittimità del recesso unilaterale. I giudici hanno chiarito che, in mancanza di diversa previsione statutaria, ai consorzi di gestione residenziale si applicano le norme del condominio. Di conseguenza, il singolo consorziato non può sottrarsi alle spese di manutenzione e conservazione dei beni comuni rinunciando alla propria quota associativa, finché conserva la proprietà dell'immobile situato nel perimetro consortile.
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Irriducibilità della retribuzione e blocco dei tagli aziendali
Un dipendente ha presentato ricorso contro L'Azienda per ottenere il ripristino di un ticket compensativo quotidiano, sospeso unilateralmente dal datore di lavoro a seguito del recesso da un accordo aziendale. L'Azienda sosteneva che l'indennità fosse legata a disagi temporanei e superati. Al contrario, la magistratura ha accertato che il compenso era destinato a bilanciare le specifiche e immutabili difficoltà della conformazione geografica del territorio lavorativo. La Corte di Cassazione ha confermato che l'emolumento costituisce parte integrante del trattamento economico principale. Di conseguenza, trova applicazione il principio di irriducibilità della retribuzione, il quale impedisce al datore di cancellare la voce stipendiale. L'Azienda è stata quindi condannata a corrispondere le somme dovute ed a pagare le spese di lite.
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Irriducibilità della retribuzione: no al taglio del ticket
Un lavoratore ha agito in giudizio per ottenere il pagamento di un ticket disagi sospeso dall'azienda a seguito della disdetta unilaterale di un accordo aziendale. L'Azienda sosteneva che l'indennità fosse legata a disagi temporanei ormai superati. Al contrario, il Lavoratore ha dimostrato che il compenso era legato alla conformazione geografica del territorio di lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda confermando la decisione di secondo grado. Trattandosi di un fattore morfologico immodificabile, il compenso integrativo costituisce un elemento fisso e protetto dal principio di irriducibilità della retribuzione. L'Azienda non poteva sopprimere la voce retributiva ed è stata condannata alle spese di giudizio.
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Contratto a progetto: sospensione illegittima e risarcimento
Un lavoratore con contratto a progetto subisce la sospensione unilaterale della collaborazione da parte dell'ente committente prima del formale recesso. La Corte di Appello accoglie la domanda del lavoratore, condannando l'ente a risarcire i danni per il periodo di inattività forzata e a versare i compensi arretrati. L'ente ricorre in Cassazione contestando la quantificazione economica e la legittimità delle richieste. I giudici di legittimità, rilevando la presenza di questioni interpretative di particolare rilievo riguardanti la gestione del contratto a progetto e la tutela risarcitoria, scelgono di non decidere in camera di consiglio. La Corte emette un'ordinanza interlocutoria e rimette gli atti alla pubblica udienza della sezione lavoro.
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Contratto di subappalto: pagamento e recesso
La Corte d'Appello ha riformato una sentenza di primo grado, condannando un'impresa principale al pagamento integrale del saldo dovuto a un subappaltatore. Il caso riguardava un contratto di subappalto per l'installazione di impianti termici in 28 unità abitative. La Corte ha stabilito che l'autonomia del rapporto di subappalto rispetto al contratto principale impedisce di trasferire sul subappaltatore i rischi legati ai permessi burocratici o ai ripensamenti dei committenti finali.
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Forma scritta negli appalti pubblici: la svolta in Cassazione
Un ente locale ha affidato lavori pubblici a due imprese tramite gara. Le opere sono iniziate sulla base dei verbali di aggiudicazione, ma senza stipulare un successivo contratto stipulato per iscritto. A causa di ritardi e anomalie esecutive, le imprese hanno notificato il proprio recesso e richiesto indennizzo. L'ente locale ha sostenuto la validità del vincolo tramite i soli verbali di gara, richiamando una legge del 1923. I giudici di merito hanno accolto le domande delle imprese, ritenendo necessaria la forma scritta negli appalti pubblici. L'ente ha proposto ricorso in Cassazione. La Corte Suprema ha riscontrato un importante contrasto normativo e giurisprudenziale sulla necessità di un contratto autonomo e ha disposto il rinvio della causa alla pubblica udienza per la decisione.
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Recesso nel contratto preliminare: ritardo e tutela dell’acquisto
Un'azienda edile e un consorzio firmano un contratto preliminare di compravendita. Una clausola prevede che, se i lavori durano più di tre anni, il consorzio può chiedere la risoluzione immediata e la restituzione della caparra. Passati i tre anni, i lavori continuano e l'impresa offre una sede temporanea. Successivamente, il consorzio esercita il recesso. L'impresa contesta il recesso, ritenendolo tardivo o rinunciato. La Corte d'Appello e poi la Cassazione danno ragione al consorzio. La Suprema Corte conferma la legittimità del recesso nel contratto preliminare, qualificando la clausola come condizione risolutiva non meramente potestativa. Il comportamento del consorzio non indicava una rinuncia al diritto, e l'esercizio del recesso è valido anche dopo la scadenza del termine se le parti hanno proseguito il rapporto in buona fede. L'impresa perde la causa e deve pagare le spese.
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Agevolazione tariffaria: ex dipendenti perdono lo sconto
Un gruppo di ex dipendenti ha fatto causa all'Azienda per mantenere lo sconto sulla bolletta elettrica, beneficio storicamente concesso tramite accordi collettivi. L'Azienda aveva cancellato l'agevolazione tariffaria esercitando il recesso unilaterale dagli accordi a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha respinto le richieste dei pensionati, confermando che lo sconto in bolletta non ha natura retributiva e non costituisce un diritto quesito. Di conseguenza, l'accordo collettivo può essere disdettato e il beneficio legittimamente eliminato. Vince l'Azienda.
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Recesso unilaterale dall’appalto: niente indennizzo senza prove
Un'impresa edile ha richiesto al committente un indennizzo per il mancato guadagno a seguito del recesso unilaterale dall'appalto. Il committente si era opposto lamentando vizi nelle opere. I giudici di merito hanno rigettato la richiesta di indennizzo dell'impresa poiché non è stato provato il preciso ammontare del danno, ritenendo inattendibile il prezzo globale di 495.000 euro indicato nel contratto a causa di gravi errori nel computo metrico allegato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'impresa edile. La Corte ha stabilito che, in mancanza di prove concrete sulle opere effettivamente eseguite e sui costi reali, non è possibile liquidare l'indennizzo per il recesso, nemmeno in via equitativa. L'impresa è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Superminimo individuale: l’azienda taglia, i dipendenti vincono
Un gruppo di dipendenti di una clinica medica ha richiesto il pagamento del "Superminimo individuale" fisso mensile, precedentemente stabilito da un accordo sindacale del 2000. L'Azienda aveva smesso di pagarlo nel 2014, esercitando un recesso unilaterale dall'accordo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che la dicitura dell'accordo originario, che definiva l'emolumento come "parte integrante della retribuzione mensile", ha di fatto incorporato tale somma nei contratti individuali dei lavoratori. Di conseguenza, il datore di lavoro non poteva eliminarlo o ridurlo senza il consenso dei singoli dipendenti espresso in una sede protetta. L'Azienda è stata condannata a pagare le spese legali e a mantenere il beneficio economico per i lavoratori.
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Agevolazioni tariffarie dei pensionati: la Cassazione dice no
Un gruppo di ex dipendenti di un'azienda energetica ha fatto causa per mantenere le agevolazioni tariffarie dei pensionati sulla fornitura di elettricità, revocate dall'azienda dopo la disdetta degli accordi collettivi. I pensionati sostenevano che lo sconto fosse un diritto quesito e parte della retribuzione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che lo sconto sulla bolletta non ha natura retributiva, poiché non è legato alla quantità o qualità del lavoro prestato. Inoltre, la Corte ha stabilito che i contratti collettivi non si incorporano per sempre nei contratti individuali. Di conseguenza, l'azienda poteva legittimamente recedere dall'accordo a tempo indeterminato per evitare un vincolo perpetuo. Gli ex dipendenti perdono definitivamente il beneficio e sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Agevolazione tariffaria: perché i pensionati perdono lo sconto
Un gruppo di ex dipendenti di un'azienda energetica ha fatto causa per mantenere l'agevolazione tariffaria sulla fornitura di energia elettrica, un beneficio storico rimosso dai successivi contratti collettivi e infine revocato dall'azienda. I pensionati sostenevano che lo sconto fosse un diritto quesito e parte integrante della retribuzione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'agevolazione tariffaria non ha natura retributiva, poiché non è legata alla quantità o qualità del lavoro svolto. Inoltre, i contratti collettivi non si incorporano per sempre nei contratti individuali, consentendo la modifica o la revoca delle agevolazioni tramite successivi accordi o recesso unilaterale. I pensionati hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese legali.
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Diritto quesito dei lavoratori: svanisce lo sconto in bolletta
Un gruppo di ex dipendenti di un'azienda energetica ha fatto causa per mantenere lo sconto sulla bolletta elettrica, rimosso dall'azienda dopo la disdetta degli accordi collettivi. I pensionati sostenevano che il beneficio fosse ormai un diritto quesito dei lavoratori e parte della loro retribuzione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'agevolazione tariffaria non ha natura retributiva, poiché non è legata alla quantità o qualità del lavoro svolto. Inoltre, non si tratta di un diritto quesito dei lavoratori: i contratti collettivi non si incorporano per sempre nei contratti individuali. Di conseguenza, in caso di accordi a tempo indeterminato, l'azienda può legittimamente recedere per evitare vincoli perpetui, lasciando ai pensionati solo una mera aspettativa di mantenimento del beneficio.
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Diritto quesito e sconti in bolletta: i pensionati perdono la causa
Un gruppo di pensionati ha fatto causa alla propria ex azienda per ottenere il ripristino delle agevolazioni tariffarie sulla fornitura di energia elettrica, eliminate a seguito della disdetta del contratto collettivo da parte della società. I pensionati sostenevano che lo sconto sulle bollette rappresentasse ormai un diritto quesito, entrato stabilmente nel loro patrimonio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori. I giudici hanno chiarito che le agevolazioni previste dai contratti collettivi non si incorporano nei contratti individuali e possono essere legittimamente revocate o modificate nel tempo. Di conseguenza, i pensionati non possono vantare alcun diritto quesito su tali benefici assistenziali e devono rassegnarsi alla perdita dello sconto, oltre a dover pagare le spese di giudizio.
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Bollette ed ex dipendenti: lo sconto non è un diritto quesito
Un gruppo di ex dipendenti di un'azienda energetica ha fatto causa per mantenere lo sconto sulla bolletta elettrica, previsto da vecchi accordi collettivi. L'azienda aveva infatti cancellato l'agevolazione tramite un recesso unilaterale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei pensionati, stabilendo che l'agevolazione tariffaria non costituisce un diritto quesito. I contratti collettivi non si incorporano per sempre nel contratto individuale di lavoro e possono essere modificati o disdettati nel tempo. Inoltre, lo sconto non ha natura retributiva poiché non è legato alla qualità o quantità del lavoro svolto. L'azienda ha quindi legittimamente eliminato il beneficio, offrendo in cambio una somma una tantum. I pensionati perdono la causa e devono pagare le spese legali.
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