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Reato Abituale

60 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un reato che si consuma attraverso la ripetizione nel tempo di più condotte della stessa specie.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Illecita gestione di rifiuti: condanna annullata per tempo
Il Tribunale condannava il legale rappresentante di una società per il reato di illecita gestione di rifiuti, infliggendogli un'ammenda di duemila euro. L'imprenditore aveva accumulato carta abrasiva e imballaggi presso il sito aziendale, ammettendo di aver utilizzato in parte il normale servizio di nettezza urbana. L'imputato proponeva ricorso per cassazione, contestando la mancata concessione della sospensione condizionale della pena ed eccependo l'intervenuta prescrizione. La Suprema Corte ha chiarito che il reato ambientale può assumere natura abituale in caso di condotte ripetute, facendo decorrere il tempo dall'ultimo atto. Ritenendo il ricorso non manifestamente infondato, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del reato per decorso dei termini di prescrizione quinquennali, annullando la condanna senza rinvio.
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Reato continuato: quando la frequentazione di pregiudicati unifica le condotte
Il Condannato, già sanzionato due volte per violazione di una misura di prevenzione (Art. 75 D.Lgs. 159/2011) per aver frequentato abitualmente pregiudicati, ha chiesto il riconoscimento del `reato continuato`. Il Tribunale aveva negato tale unificazione, sostenendo l'assenza di un unico piano criminoso. La Cassazione ha annullato questa decisione. Ha chiarito che per i reati abituali, la "programmazione" non va intesa in modo troppo rigido. La Corte ha ritenuto irrilevante che i pregiudicati fossero diversi, evidenziando come la natura del reato abituale e la contiguità temporale potessero supportare l'esistenza di un unico disegno. Il caso torna al Tribunale per una nuova valutazione.
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Esercizio abusivo di attività finanziaria: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un operatore per il reato di esercizio abusivo di attività finanziaria. L'imputato sosteneva che il tempo massimo per punire il reato fosse ormai trascorso prima della decisione di appello. I giudici hanno chiarito che l'illecito finanziario costituisce un reato a condotta abituale. Di conseguenza, il conteggio della prescrizione inizia solo con il compimento dell'ultima operazione non autorizzata. Inoltre, l'applicazione della recidiva e le sospensioni processuali hanno ulteriormente esteso i tempi a disposizione della giustizia. La Suprema Corte ha giudicato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sua piena responsabilità penale e condannandolo alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dalla carità alla molestia: vince la particolare tenuità del fatto
Una donna chiedeva abitualmente denaro a un parroco che la aiutava per spirito di carità. Nel febbraio 2019, la donna ha avanzato una richiesta improvvisa di mille euro in contanti. Il parroco ha quindi allertato le Forze dell'Ordine per l'insistenza subita. Il Giudice di Pace ha riqualificato il fatto in molestie ma ha assolto la donna per particolare tenuità del fatto, considerando l'episodio come un singolo evento non grave. Il Procuratore Generale ha impugnato l'assoluzione sostenendo che la reiterazione delle condotte ostacolasse il beneficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso confermando l'assoluzione, poiché il disturbo penalmente rilevante è stato circoscritto a un unico episodio isolato.
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Sorveglianza speciale e incontri vietati: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione inflitta a un imputato sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo aveva violato la prescrizione che vietava di associarsi abitualmente a soggetti pregiudicati. La difesa sosteneva la nullità del giudizio direttissimo per la contestazione di fatti pregressi e qualificava l'ultimo incontro come un evento fortuito e occasionale. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'eventuale vizio del rito direttissimo costituisce una nullità relativa, sanata dalla mancata eccezione preliminare nei termini di legge. Inoltre, la violazione del divieto di frequentazione integra un reato abituale: i plurimi contatti avvenuti nei mesi precedenti dimostrano la serialità della condotta illecita e la piena consapevolezza dell'imputato, smentendo la tesi del contatto casuale.
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Esercizio abusivo di attività finanziaria tra prestiti e reato
Un professionista legale è stato condannato per concorso nel reato di esercizio abusivo di attività finanziaria insieme a un finanziatore non autorizzato. L'avvocato assisteva il concedente nei recuperi crediti e garantiva la restituzione delle somme vincolando i futuri risarcimenti delle cause civili patrocinate. Il legale ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la natura occasionale e gratuita dei prestiti tra privati, l'assenza di scopo di lucro e la mancanza di dolo. I Giudici di legittimità hanno respinto integralmente il ricorso. La Corte ha confermato che il reato sussiste anche senza fini di lucro e senza interessi, purché i finanziamenti siano reiterati nel tempo verso il pubblico. La sentenza di condanna è divenuta definitiva con addebito delle spese processuali.
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Rumore Notturno: Gestore Condannato per Disturbo Quiete Pubblica
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un gestore di locale per il **disturbo della quiete pubblica**. L'uomo, in qualità di legale rappresentante di una società, aveva causato rumori molesti con musica ad alto volume e schiamazzi dei clienti durante le ore notturne. La Corte ha ribadito che il reato si configura quando il rumore disturba un numero indeterminato di persone, indipendentemente dalla necessità di misurazioni tecniche. Il ricorso del gestore, che lamentava un'erronea applicazione della norma e la prescrizione del reato, è stato dichiarato inammissibile. Il gestore dovrà pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Traffico illecito di rifiuti: Appelli Inammissibili, Condanne Confermate
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili o infondati i ricorsi di tre individui, precedentemente condannati per associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti. Gli imputati contestavano l'affermazione di responsabilità, la mancata applicazione di circostanze attenuanti e la compatibilità tra i reati. La Corte ha confermato la logicità delle motivazioni dei giudici precedenti, ribadendo che il traffico illecito di rifiuti può concorrere con l'associazione a delinquere e che le attenuanti generiche richiedono elementi positivi. Le condanne e le spese legali sono state confermate.
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Traffico illecito di rifiuti: serve un’organizzazione reale
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per il reato di traffico illecito di rifiuti e illeciti ambientali connessi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro imputati, confermando le condanne e sanzionandoli con il pagamento delle spese e della sanzione alla Cassa delle ammende per la gravità dei fatti e la genericità dei motivi. Al contrario, la Corte ha accolto il ricorso di un quinto imputato, annullando la sentenza nei suoi confronti con rinvio. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato di traffico illecito di rifiuti non basta la semplice attività individuale di raccolta e vendita di rottami con un autocarro. Occorre infatti una vera organizzazione professionale di mezzi e capitali, non rappresentata dalla sola disponibilità di un'area usata come semplice luogo di deposito temporaneo.
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Stalking e prescrizione: continue molestie bloccano l’estinzione
La vicenda riguarda un imputato condannato per atti persecutori nei confronti dei vicini. L'uomo sosteneva l'avvenuta estinzione del reato per decorso del tempo, ritenendo isolate le condotte successive al 2011. I giudici hanno invece accertato che i comportamenti molesti, come insulti, smorfie e getti d'acqua contro l'attività commerciale delle vittime, sono proseguiti con costanza fino al 2021. La Corte di Cassazione ha chiarito il rapporto tra stalking e prescrizione nei reati abituali: per spostare in avanti il termine iniziale non servono episodi gravi autonomi, ma basta qualsiasi azione che rinnovi l'ansia e il disagio della persona offesa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale e il risarcimento delle spese legali in favore delle parti civili.
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Atti persecutori in famiglia: condanna definitiva per il figlio
La vicenda nasce dall'occupazione forzata di un fabbricato di proprietà del Padre da parte del Figlio, rimasto senza casa dopo uno sfratto. La convivenza forzata ha generato continue liti, minacce e violenze. La condotta è culminata in una brutale aggressione fisica, durante la quale il Figlio ha strappato una collanina e un telefono al genitore. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore per rapina, lesioni e atti persecutori in famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Figlio. La Suprema Corte ha confermato la piena attendibilità della vittima e la gravità dello stato d'ansia subito dal genitore, costretto a mutare le proprie abitudini di vita. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende e pagare le spese processuali.
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Reato continuato escluso tra maltrattamenti e lesioni
Un condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione di revocare la condanna per maltrattamenti e di riconoscere il reato continuato con altri delitti successivi, tra cui lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e violazione del divieto di avvicinamento. Il richiedente sosteneva che l'estinzione di un singolo episodio di lesioni per remissione di querela facesse cadere l'intera accusa di maltrattamenti e che tutti i fatti facessero parte di una pianificazione unitaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il delitto di maltrattamenti resta in piedi anche se singoli episodi non sono punibili isolatamente. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso il reato continuato: la semplice tendenza a delinquere o la commissione occasionale di più reati nel tempo non equivalgono a un disegno criminale unico e preventivamente deliberato.
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Traffico illecito di rifiuti: confermate le condanne penali
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di trasportatori, gestori aziendali e proprietari di terreni per traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale. I ricorrenti contestavano l'organizzazione dell'attività, la sussistenza del danno ambientale su terreni già degradati e la partecipazione soggettiva. La Suprema Corte ha chiarito che l'impiego dei mezzi d'impresa dimostra la natura organizzata del fatto. Inoltre, nel reato abituale in concorso, basta la condotta continuativa di uno solo dei partecipanti, purché gli altri ne siano consapevoli. Il reato di inquinamento scatta anche su aree già compromesse, poiché ogni ulteriore sversamento aggrava il deterioramento naturale. La concessione della sospensione condizionale della pena può essere subordinata all'effettiva bonifica del terreno.
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Sorveglianza speciale: contatti vietati e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo era stato condannato per aver violato le prescrizioni della misura, associandosi abitualmente a soggetti pregiudicati. La difesa sosteneva che gli incontri con pregiudicati diversi non integrassero l'abitualità e che il reato fosse prescritto. I giudici hanno chiarito che l'abitualità si configura anche con contatti programmati e ravvicinati con più pregiudicati di elevato spessore criminale. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di dichiarare la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico illecito di rifiuti: il patteggiamento non si cancella
L'Imputato ha concordato con il Pubblico Ministero l'applicazione della pena per i reati di traffico illecito di rifiuti e gestione illecita di rifiuti. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un errato aumento di pena per continuazione interna, sostenendo che il traffico illecito di rifiuti fosse un reato abituale unico e non frazionabile in piu condotte. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, i motivi di ricorso sono strettamente limitati dalla legge. Inoltre, stabilire se le condotte in due siti diversi costituissero un unico reato o piu reati distinti richiede una valutazione di fatto, vietata in sede di legittimita. L'Imputato e stato condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Molestia o disturbo alle persone: condanna per i clienti molesti
Tre clienti di un ristorante sono stati condannati per il reato di molestia o disturbo alle persone per aver provocato un forte disordine all'interno del locale. Gli imputati gridavano, insultavano la titolare e la cameriera, infastidivano gli altri clienti e brandivano sedie e bottiglie. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, respingendo il ricorso dei clienti. La Suprema Corte ha chiarito che il reato si configura anche con una singola azione di arrogante invadenza e disturbo, senza la necessità di comportamenti ripetuti nel tempo. Di conseguenza, i clienti perdono definitivamente la causa e devono pagare l'ammenda e le spese processuali.
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Traffico illecito di rifiuti: quando l’abbandono viene assorbito
Un imprenditore edile è stato condannato per furto aggravato di materiali lapidei, abbandono di rifiuti e traffico illecito di rifiuti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo che il reato minore di abbandono di rifiuti è assorbito in quello più grave di traffico illecito di rifiuti (oggi punito dall'art. 452-quaterdecies c.p.). Trattandosi di una condotta organizzata e continuativa, la singola azione di scarico non può essere punita autonomamente. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna per l'abbandono dei rifiuti, riducendo la pena di quattro mesi di reclusione e cento euro di multa, confermando invece la responsabilità per il furto e per il traffico illecito di rifiuti.
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Traffico illecito di rifiuti: il risparmio aziendale costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di traffico illecito di rifiuti a carico di un autotrasportatore e del gestore di fatto di un impianto di trattamento. L'autotrasportatore aveva effettuato diciannove trasporti abusivi scaricando rifiuti in capannoni dismessi. Il gestore, privo di regolare autorizzazione per la nuova società, accumulava rifiuti oltre i limiti consentiti falsificando i formulari di identificazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei due imputati, ribadendo che il reato si configura anche quando l'ingiusto profitto consiste nel mero risparmio sui costi aziendali e che l'attività organizzata non richiede strutture complesse. Di conseguenza, è stata confermata la confisca di trecentomila euro, pari all'intero fatturato della gestione illecita.
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Atti persecutori social: condanna anche con offese reciproche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di atti persecutori, commesso pubblicando continui messaggi offensivi e minacciosi su internet contro due persone. L'imputato sosteneva che la reciprocità delle offese escludesse lo stato di ansia delle vittime e invocava il principio del divieto di un secondo giudizio per lo stesso fatto. I giudici hanno chiarito che la pubblicazione ripetuta di post molesti sui social network configura il reato, poiché crea un clima intimidatorio che distrugge la serenità familiare e relazionale delle vittime. La Corte ha confermato la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore delle vittime.
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Traffico illecito di rifiuti: la Cassazione conferma le condanne
Due soggetti sono stati condannati per il reato di traffico illecito di rifiuti, realizzato attraverso una complessa organizzazione che utilizzava capannoni in varie regioni, tra cui uno a Verona. I difensori hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la competenza territoriale del Tribunale di Verona, l'assenza di un imputato all'udienza e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il traffico illecito di rifiuti è un reato abituale che si consuma nel luogo in cui si consolida l'attività organizzata (in questo caso, Verona). Inoltre, la rinuncia telefonica a presenziare all'udienza è valida e le attenuanti sono state legittimamente negate a causa della gravità e della durata delle condotte illecite. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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