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15 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Categoria di persone legate da stretti vincoli di parentela o affinità con l'imputato, come genitori, figli, coniuge, fratelli e nipoti, ai quali la legge riconosce tutele specifiche nel processo.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Estorsione ai genitori: la violenza cancella ogni esenzione
Un uomo chiedeva continuamente denaro ai propri genitori ricorrendo a minacce e violenze fisiche, configurando la tentata estorsione ai genitori. La difesa dell'imputato sosteneva l'applicabilità dell'esenzione prevista per i delitti contro il patrimonio commessi ai danni dei familiari, affermando che la violenza fisica fosse separata dalle pretese economiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impiego di violenza fisica diretta verso i familiari esclude qualsiasi causa di non punibilità. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Revoca della misura cautelare nulla senza notifica ai familiari
La Corte di Assise aveva disposto la scarcerazione di un imputato accusato di omicidio all'estero, ritenendo assente la condizione della sua presenza in Italia al momento della misura. Il Procuratore della Repubblica ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la mancata notifica dell'istanza ai familiari della vittima deceduta. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del pubblico ministero, stabilendo che nei reati con violenza alla persona la revoca della misura cautelare è inammissibile se la richiesta non viene preventivamente notificata ai prossimi congiunti della persona offesa deceduta. I giudici di legittimità hanno pertanto annullato senza rinvio il provvedimento di scarcerazione, confermando l'invalidità del percorso procedimentale seguito dal giudice di merito.
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Testimonianza dei prossimi congiunti: la condanna resta valida
L'Imputato è stato condannato per i reati di lesioni personali e minacce nei confronti di due persone. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'invalidità della dichiarazione resa dalla moglie dell'accusato, la quale non era stata avvertita della facoltà di astenersi dal deporre. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha stabilito che la testimonianza dei prossimi congiunti assunta senza il preventivo avviso non è inutilizzabile, ma genera una nullità relativa. Tale vizio deve essere eccepito immediatamente dalla parte presente, a pena di decadenza. Inoltre, il ricorso è risultato generico per non aver dimostrato l'incidenza della testimonianza sull'esito della decisione tramite la prova di resistenza. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Testimonianza dei prossimi congiunti: la Cassazione annulla
Un uomo viene condannato per lesioni personali. Durante il processo, un parente dell'imputato depone come testimone a sua difesa, ma il giudice d'appello dichiara nulla la deposizione poiché il testimone non era stato avvertito della facoltà di astenersi. La Corte di Cassazione annulla questa decisione. I giudici chiariscono che l'omesso avvertimento sulla testimonianza dei prossimi congiunti genera una nullità relativa. Questo tipo di vizio non può essere rilevato d'ufficio dal giudice se le parti non lo hanno eccepito tempestivamente. Di conseguenza, la testimonianza del parente deve essere pienamente valutata. La sentenza viene annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Falsa testimonianza per salvare il figlio: condannata la madre
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una madre condannata per falsa testimonianza. La donna, per proteggere il figlio accusato del furto di un cellulare, aveva dichiarato il falso in tribunale, sostenendo che il dispositivo fosse un regalo della vittima. La Cassazione ha confermato la condanna, escludendo le attenuanti generiche a causa di precedenti specifici della ricorrente, e l'ha condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inutilizzabilità delle intercettazioni: la madre parla e il figlio paga
L'Imputato, condannato per rapina aggravata e furto pluriaggravato, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'utilizzo di alcune conversazioni intercettate in cui la madre rivelava dettagli colpevolizzanti. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle intercettazioni, invocando la facoltà dei prossimi congiunti di astenersi dal testimoniare prevista dal codice di rito. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la facoltà di astensione si applica esclusivamente alle testimonianze rese davanti al giudice e non alle registrazioni di conversazioni private. Di conseguenza, è stata esclusa l'inutilizzabilità delle intercettazioni tra familiari, confermando la condanna dell'Imputato e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Colloqui in carcere: negato l’accesso ai conviventi dei parenti
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero della Giustizia contro la decisione che autorizzava un detenuto in regime di 41-bis a svolgere colloqui con il convivente della sorella. Il Tribunale di sorveglianza aveva equiparato il convivente della sorella a un familiare, applicando la legge sulle unioni civili. La Cassazione ha invece chiarito che l'equiparazione tra coniuge e convivente di fatto riguarda solo il convivente diretto del detenuto e non si estende ai conviventi dei suoi parenti. Di conseguenza, il convivente della sorella resta una terza persona e non ha un diritto automatico ai colloqui in carcere, i quali possono essere autorizzati solo in presenza di motivi eccezionali valutati dal direttore dell'istituto. La decisione è stata annullata con rinvio.
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Testimonianza del coniuge: quando il silenzio sana l’errore
L'Imputata viene condannata per omissione di soccorso dopo un incidente stradale. Nel processo viene utilizzato un verbale contenente le dichiarazioni di suo marito. La difesa ricorre in Cassazione sostenendo che tali dichiarazioni siano inutilizzabili, poiché le forze dell'ordine non hanno avvertito l'uomo della sua facoltà di non deporre. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'omesso avvertimento sulla testimonianza del coniuge costituisce una nullità relativa. Questo vizio deve essere contestato immediatamente dalla difesa prima o subito dopo l'atto, oppure viene sanato se le parti concordano nell'acquisire il verbale. Di conseguenza, la condanna viene confermata e l'imputata deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Falsa testimonianza: condannata la cognata senza prove
Una testimone, accusata di falsa testimonianza per aver mentito in un processo a carico di un parente, ha invocato la causa di non punibilità riservata ai prossimi congiunti. La Corte d'appello ha confermato la condanna poiché la donna non aveva dimostrato il legame di parentela. La testimone ha proposto ricorso in Cassazione producendo una dichiarazione consolare. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso: nel giudizio di legittimità non si possono presentare nuove prove documentali che richiedono una valutazione di merito. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa testimonianza: condannata la madre che mente per la figlia
Una madre, vittima di violenza privata da parte della figlia, ha mentito durante il processo a carico di quest'ultima. Il giudice di primo grado l'ha prosciolta applicando la causa di non punibilità per i parenti stretti. La Corte di Cassazione ha però accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, stabilendo che la donna non poteva mentire. Se il familiare è anche la vittima del reato, ha l'obbligo di testimoniare e dire la verità. Di conseguenza, la madre risponde del reato di falsa testimonianza. La sentenza di proscioglimento è stata annullata e gli atti sono stati rinviati al giudice per la prosecuzione del processo penale a carico della donna.
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Colloqui in carcere: no alle visite della nuora di fatto
Il Ministero della Giustizia ha impugnato il provvedimento che autorizzava i colloqui in carcere tra un detenuto e la convivente del figlio, considerata dal giudice di merito come una nuora di fatto equiparabile a un familiare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la parificazione tra coniuge e convivente introdotta dalla Legge Cirinnà si applica solo alla relazione diretta tra il detenuto e il proprio partner. Non è possibile estendere tale tutela alle relazioni di fatto indirette, come quella della compagna del figlio. Di conseguenza, la richiedente non può essere considerata familiare o prossimo congiunto ai fini dell'accesso ordinario alle visite. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio il provvedimento impugnato.
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Colloqui con familiari in carcere: il convivente della sorella escluso
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio importante sui colloqui con familiari in carcere. Un detenuto in regime di 41-bis si è visto negare il diritto di incontrare il convivente della propria sorella, sostenendo che dovesse essere equiparato a un cognato. La Corte ha respinto questa tesi. Ha chiarito che la legge sulle unioni civili (L. 76/2016) equipara al coniuge solo il convivente del detenuto, non anche i conviventi dei suoi parenti. Di conseguenza, il convivente della sorella non rientra nella nozione di 'prossimo congiunto' e non ha un diritto automatico al colloquio. La visita può essere concessa solo come a un terzo, previa autorizzazione basata su 'ragionevoli motivi', e non come un diritto familiare.
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Facoltà di astensione: quando è troppo tardi?
Un uomo, condannato per ricettazione di un cellulare, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'inutilizzabilità della testimonianza del nipote, il quale aveva la facoltà di astensione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che tale eccezione, configurando una nullità relativa, deve essere sollevata tempestivamente nei gradi di merito e non per la prima volta in sede di legittimità. La sentenza ribadisce il principio della decadenza processuale per le eccezioni non proposte nei termini di legge.
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Colloqui congiunti: inclusi suoceri e cognati
Un detenuto si è visto negare i colloqui con suoceri e cognata perché non conviventi. La Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che per il diritto ai colloqui congiunti, la nozione di 'prossimo congiunto' ex art. 307 c.p. si applica e include anche gli affini dello stesso grado, come suoceri e cognati, a prescindere dalla convivenza.
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Difensore latitante: la nomina del parente è valida?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la nomina del difensore per un latitante effettuata da un familiare non è valida. Tale facoltà è un'eccezione riservata solo ai casi di arresto o detenzione e non è estendibile per analogia. Secondo la Corte, il diritto di difesa non è violato, in quanto il soggetto che si sottrae volontariamente alla giustizia ha la possibilità di nominare autonomamente un legale.
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