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Proroga Del Regime 41-Bis

33 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Proroga del regime 41-bis: ricorso inammissibile
Un detenuto sottoposto al carcere duro ha contestato la proroga del regime 41-bis disposta dal Ministero della Giustizia. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto il reclamo, evidenziando il concreto pericolo di ripristino dei collegamenti con l'organizzazione criminale di origine, ancora attiva sul territorio. Il detenuto ha presentato ricorso per Cassazione sostenendo un vizio di motivazione del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile a causa della genericità delle censure difensive, che si limitavano a riproporre argomenti già esaminati e risolti dai giudici di merito. L'ordinanza ministeriale di proroga del regime 41-bis rimane pienamente valida ed efficace. Il ricorrente ha subito la condanna alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende per aver instaurato un giudizio privo dei requisiti minimi di specificità.
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Proroga del regime 41-bis: confermato il carcere duro per il boss
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis nei confronti di un detenuto ritenuto esponente di spicco della criminalità organizzata. I giudici hanno valorizzato il ruolo strategico dell'uomo in gravi delitti del passato, le condanne per reati di mafia e il reimpiego di capitali illeciti in attività commerciali intestate a parenti. La perdurante operatività del clan e il concreto rischio di ripristino dei contatti con l'esterno hanno giustificato il mantenimento della misura di rigore. Il detenuto ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità e manifesta infondatezza, condannando il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Proroga del regime 41-bis confermata dopo ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza confermava il decreto ministeriale di proroga del regime detentivo speciale a carico di un detenuto. Il provvedimento accertava la sussistenza di tutti i requisiti di legge e la persistente pericolosità del soggetto. Il detenuto impugnava l'ordinanza dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando un presunto difetto di motivazione e una non corretta applicazione delle norme. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile a causa della genericità delle censure mosse, trattandosi di una mera riproposizione di argomenti già ampiamente e correttamente vagliati. A seguito della decisione sulla proroga del regime 41-bis, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Proroga del regime 41-bis: basta la probabilità dei contatti
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per due anni a carico di un detenuto, considerato figura di vertice di un'associazione mafiosa. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove certe sul pericolo di mantenimento dei contatti con il clan. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, ai fini della proroga del regime detentivo speciale, non serve la prova certa dei collegamenti con l'organizzazione criminale, ma basta una ragionevole probabilità basata sulla caratura criminale del soggetto e sull'attuale operatività del clan. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: confermato il carcere duro al detenuto
Un detenuto affiliato a una cosca di criminalità organizzata ha presentato reclamo contro la decisione che disponeva la proroga del regime 41-bis a suo carico. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta confermando la pericolosità sociale e il pieno inserimento del soggetto nella struttura mafiosa. La difesa ha quindi promosso ricorso per Cassazione contestando una presunta carenza di motivazione e la violazione dei diritti fondamentali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del detenuto totalmente inammissibile per la manifesta infondatezza e la genericità dei motivi presentati, trattandosi di una mera ripetizione di argomentazioni già valutate. La pronuncia ha confermato la proroga della misura restrittiva e ha condannato il ricorrente alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Proroga del regime 41-bis: confermato il carcere duro per il boss
Un detenuto sottoposto a regime carcerario speciale ha impugnato il provvedimento che ne confermava l'isolamento. Il ricorso contestava un presunto difetto di motivazione circa la persistenza dei requisiti di pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato l'istanza e confermato la piena legittimità della proroga del regime 41-bis. I giudici hanno accertato la presenza di elementi concreti che attestano il rischio attuale di contatti con il gruppo mafioso originario. Il ricorrente ha subito la condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga del regime 41-bis: buona condotta in carcere non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime 41-bis per un esponente apicale della criminalità organizzata. Il detenuto aveva contestato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza evidenziando la propria condotta penitenziaria positiva, lo svolgimento di attività lavorative interne, il beneficio della liberazione anticipata e il tempo trascorso dalle ultime condanne. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che il lavoro penitenziario e i buoni comportamenti intramurari non bastano ad escludere la pericolosità sociale. In assenza di una chiara dissociazione dal sodalizio di origine, e a fronte della perdurante operatività del clan e della presenza di familiari affiliati, permane il concreto rischio di contatti con l'esterno che giustifica il mantenimento del carcere duro.
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Proroga del regime 41-bis: servono prove e motivazioni concrete
La Detenuta, condannata per reati di associazione mafiosa e sottoposta da diciotto anni al carcere duro, ha impugnato il decreto ministeriale che disponeva la Proroga del regime 41-bis. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto il reclamo basandosi solo sulla persistente operatività del clan di origine e sul ruolo passato della donna. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della difesa, evidenziando che la decisione impugnata presentava una motivazione meramente apparente. I giudici di legittimità hanno chiarito che non si può disporre l'estensione della misura restrittiva senza valutare concretamente il comportamento tenuto durante i lunghi anni di detenzione, le relazioni istituzionali e l'effettivo ed attuale pericolo di collegamenti con l'esterno. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Proroga del regime 41-bis: no al ricorso del boss
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato il decreto ministeriale di proroga del regime 41-bis per un detenuto condannato come capo promotore di un clan mafioso. I giudici hanno accertato la persistente e attuale pericolosità sociale dell'uomo, confermata dalle recenti indagini di polizia che documentano la piena operatività dell'organizzazione criminale sul territorio. Tale contesto evidenzia il concreto rischio di collegamenti illeciti con l'esterno. Il detenuto ha impugnato il provvedimento in Cassazione lamentando la violazione dei diritti fondamentali e una carenza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e manifestamente infondato, confermando la piena legittimità della decisione del Tribunale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Proroga del regime 41-bis: il boss perde in Cassazione
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto condannato per associazione mafiosa ed estorsione. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove sulla sua attuale pericolosità e sulla capacità di mantenere contatti con il clan. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la proroga del regime 41-bis è legittima se fondata su elementi concreti: il ruolo di vertice del condannato, l'operatività del clan e la condotta carceraria non collaborativa, segnata da numerose sanzioni disciplinari. La Cassazione ha confermato che i capimafia mantengono intatta la loro influenza anche dal carcere, rendendo necessaria la misura speciale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: la Cassazione respinge il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto, ritenendo persistente il suo legame con un clan criminale. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il controllo di legittimità sulla proroga del regime 41-bis è limitato alla violazione di legge e non consente una rivalutazione dei fatti. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno motivato adeguatamente la decisione basandosi su informative antimafia che provano i costanti contatti del detenuto con l'organizzazione criminale. Di conseguenza, il detenuto perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: no a prove nuove per il boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Roma, confermando la proroga del regime 41-bis. Il ricorrente, ex capo di un pericoloso clan camorristico, contestava la mancanza di prove nuove sulla sua attuale pericolosità. I giudici hanno chiarito che per disporre la proroga del regime 41-bis non servono nuovi elementi di fatto, ma basta accertare che non sia venuta meno la capacità del condannato di mantenere contatti con l'esterno. Nel caso specifico, il ruolo di vertice del detenuto, la perdurante operatività del clan e l'assenza di un reale ravvedimento (testimoniata da infrazioni in carcere e lettere criptiche) giustificano pienamente il mantenimento della misura restrittiva. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: no alla revoca per l’ex boss del clan
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento di proroga del regime 41-bis nei confronti di un detenuto, ex capo di un clan camorristico. Il Tribunale di sorveglianza aveva respinto il reclamo del detenuto, evidenziando la sua passata posizione di vertice, la perdurante operatività del clan sul territorio e la sua condotta carceraria non collaborativa, caratterizzata da sanzioni disciplinari e tentativi di comunicazione non autorizzati. Il detenuto ha contestato la decisione lamentando l'assenza di nuovi elementi di collegamento con l'esterno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per la proroga del regime 41-bis non servono nuovi elementi di collegamento, ma basta la persistenza del pericolo originario, valutata in base al profilo criminale e alla condotta del detenuto.
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Proroga del regime 41-bis: il tempo non cancella il ruolo di capo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto, ex esponente di vertice di un'associazione mafiosa, contro il provvedimento di proroga del regime 41-bis. Il ricorrente sosteneva che la sua lunga carcerazione e la condotta regolare escludessero la sua attuale pericolosità. La Suprema Corte ha invece confermato la legittimità della proroga del regime 41-bis, stabilendo che il semplice decorso del tempo non cancella la capacità di mantenere contatti con la criminalità organizzata. I giudici hanno valorizzato il ruolo apicale del detenuto, l'operatività del clan e i forti legami familiari con altri affiliati per giustificare la prosecuzione del carcere duro.
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Proroga del regime 41-bis: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto, ex esponente di vertice di un clan camorristico. Il ricorrente ha impugnato la decisione, sostenendo che il provvedimento fosse ripetitivo e non considerasse il tempo trascorso, la sua condotta rieducativa e l'assenza di nuovi reati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che per la proroga del regime 41-bis non servono nuovi elementi di collegamento con la criminalità, ma basta la persistenza del pericolo originario. Nel caso specifico, il clan è ancora attivo sul territorio, il detenuto mantiene un ruolo di rilievo e la sua condotta in carcere, segnata da sanzioni disciplinari, smentisce qualsiasi percorso di rieducazione. Di conseguenza, la misura restrittiva resta pienamente giustificata per impedire contatti con l'esterno.
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Proroga del regime 41-bis: il tempo non cancella il ruolo di capo
Il Tribunale di sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per una detenuta, ritenuta figura di spicco di un clan camorristico. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo il decorso del tempo e l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la proroga del regime 41-bis non richiede la prova di nuovi contatti effettivi, ma una valutazione prognostica sulla persistente capacità di mantenere collegamenti con il clan. Nel caso specifico, il ruolo carismatico della donna, l'operatività del clan e i legami con familiari recentemente scarcerati giustificano la prosecuzione della misura di rigore, non scalfita dal mero decorso del tempo o dalla mancanza di segni di resipiscenza.
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Proroga del regime 41-bis: il boss resta al carcere duro
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto ritenuto al vertice di un'associazione mafiosa ancora attiva sul territorio. Il detenuto ha proposto ricorso per Cassazione lamentando violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che il provvedimento impugnato dimostra in modo logico e completo la permanenza del pericolo concreto di contatti tra il detenuto e la criminalità organizzata. I giudici hanno inoltre rilevato che il ricorrente ha riallacciato i rapporti con il clan durante i periodi di libertà tra le varie carcerazioni. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la legittimità della misura e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Proroga del regime 41-bis: no alla rivalutazione dei fatti
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto, ritenendo persistente la sua pericolosità sociale e la capacità di mantenere contatti con la cosca mafiosa di appartenenza. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione di legge e l'omessa valutazione di una memoria difensiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché volto a richiedere una rivalutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. I giudici hanno confermato che la decisione di merito ha correttamente esaminato gli indicatori di pericolosità. Di conseguenza, la Cassazione ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Proroga del regime 41-bis: il boss in cella perde il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime 41-bis per un detenuto, ritenuto esponente di vertice di un'associazione mafiosa. Il ricorrente ha impugnato la decisione, sostenendo che si basasse su condanne vecchie di vent'anni e che mancassero prove attuali del suo collegamento con il clan. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la proroga del regime 41-bis non richiede la prova di nuovi contatti con l'esterno, ma la persistenza del pericolo di collegamento con l'organizzazione criminale, ancora attiva sul territorio. Il ruolo di vertice del detenuto, i legami familiari e la sua condotta aggressiva in carcere giustificano il mantenimento del regime speciale. Il detenuto perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Proroga del regime 41-bis: tra finta dissociazione e carcere duro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, confermando la proroga del regime 41-bis. La difesa contestava la mancanza di motivazione sulla reale operatività del clan di appartenenza e sulla capacità del detenuto di mantenere contatti con l'esterno. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione in questa materia è limitato alla sola violazione di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno fornito una motivazione solida e logica, fondata su due condanne all'ergastolo, su una fitta corrispondenza epistolare con esponenti di spicco della criminalità organizzata e sulla natura puramente strategica della dissociazione intrapresa dal detenuto, confermando l'attualità del pericolo di collegamento con l'esterno.
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