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347 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Fatto di lieve entità nello spaccio: 150 grammi negano lo sconto
L'Imputato è stato condannato per la detenzione di 150 grammi di hashish, suddivisi in due panetti e idonei a ricavare 880 dosi singole. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato rinvio dell'udienza per legittimo impedimento del difensore e richiedendo la riqualificazione del reato come fatto di lieve entità nello spaccio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che, durante la normativa emergenziale, la richiesta di rinvio trasmessa senza istanza di trattazione orale non impedisce lo svolgimento del processo. Inoltre, il rigetto della riduzione di pena è stato confermato non solo per il quantitativo, ma anche per l'assenza di redditi leciti, i contatti consolidati con clienti e fornitori e l'ammissione dell'attività illecita per sanare difficoltà economiche. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Coltivazione di Stupefacenti: Quando non è Fatto di Lieve Entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per detenzione illecita e coltivazione di tredici piante di marijuana. L'imputato aveva impugnato la sentenza, sostenendo un vizio motivazionale e la mancata applicazione della fattispecie di lieve entità. La Suprema Corte ha ritenuto infondate le argomentazioni difensive. Ha sottolineato che la spontanea indicazione delle piante e la quantità di stupefacente ricavabile (circa 9800 dosi) escludevano la possibilità di considerare il fatto di lieve entità. La condanna e il pagamento delle spese processuali sono stati confermati.
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Detenzione illecita di droga: ricorso inammissibile per il Lavoratore
Un Lavoratore è stato condannato per detenzione illecita di droga, nello specifico 40 grammi di cocaina destinati allo spaccio. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la sentenza d'appello non aveva motivato adeguatamente la qualificazione del fatto e la quantità di principio attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto le motivazioni della sentenza d'appello sufficienti, evidenziando che la modalità di detenzione (185 dosi) e il principio attivo escludevano l'uso personale. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali.
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Traffico di Stupefacenti: L’Aggravante Ingente Quantità tra Accordi e Prove
Due soggetti, il Ricorrente Principale e il Coimputato, sono stati condannati per traffico di hashish con l'aggravante ingente quantità. Il Coimputato aveva concordato la pena in appello, rinunciando ai motivi di ricorso. Il Ricorrente Principale contestava la condanna, in particolare l'applicazione dell'aggravante ingente quantità, sostenendo la mancanza di accertamenti analitici sul principio attivo. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Coimputato per il precedente accordo. Ha rigettato il ricorso del Ricorrente Principale, confermando che l'aggravante ingente quantità era provata da intercettazioni e sequestri, che dimostravano la disponibilità di grandi quantitativi di droga, anche senza analisi specifiche su piccole quantità.
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Uso personale o spaccio: conta il profilo economico
L'Imputato è stato fermato con circa 1,35 grammi di crack suddivisi in cinque involucri, oltre a una somma di denaro contante. La difesa ha sostenuto la tesi della detenzione per uso personale, giustificando il contante con un recente prelievo bancomat e contestando la destinazione allo spaccio. I giudici hanno invece confermato la responsabilità penale per spaccio di lieve entità. La decisione si fonda su plurimi elementi indiziari: il superamento della soglia massima tabellare, la suddivisione in dosi, il possesso di strumenti di confezionamento, lo stato di disoccupazione e la presenza di rilevanti risparmi bancari non giustificati da redditi leciti recenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna.
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Condanna per Detenzione Illecita di Stupefacenti: Ricorso Inammissibile
Un Lavoratore è stato condannato per detenzione illecita di stupefacenti (hashish), con pena di sei mesi di reclusione e multa. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'affermazione di responsabilità e il trattamento sanzionatorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il possesso di un quantitativo di droga superiore al limite tabellare, unito alle modalità di confezionamento (un unico pezzo), rende inverosimile l'uso personale. La pena è stata ritenuta congrua, considerando i precedenti penali del Lavoratore. La sentenza conferma la responsabilità del Lavoratore e la validità della pena.
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Detenzione illecita di stupefacenti: ricorso in Cassazione inammissibile
Due imputati sono stati condannati per detenzione illecita di stupefacenti (marijuana e cocaina) con finalità di spaccio, a seguito di giudizio abbreviato. Hanno presentato ricorso in Cassazione, contestando la responsabilità e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Ha confermato che il quantitativo e le modalità di confezionamento delle droghe escludevano l'uso personale. Ha inoltre ribadito che il giudice non deve motivare analiticamente il diniego delle attenuanti generiche. I ricorrenti devono pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione non rivaluta i fatti
Un Lavoratore è stato condannato per spaccio di stupefacenti. Ha presentato ricorso lamentando che il fatto dovesse essere qualificato come spaccio di lieve entità, data la quantità di droga (40 grammi) e l'assenza di un luogo di stoccaggio o di dosi preparate. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il ricorso chiedeva una rivalutazione della condotta, non consentita in sede di legittimità, e non un'errata qualificazione del fatto evidente 'ictu oculi'. Il Lavoratore ha perso il ricorso e dovrà pagare le spese processuali.
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Spaccio di droga: quando il “fatto di lieve entità” non è riconosciuto
Un Lavoratore, già sottoposto a restrizione domiciliare per spaccio, ricorre contro la condanna per detenzione di cocaina, chiedendo il riconoscimento del fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato la professionalità criminale del Lavoratore, la violazione delle prescrizioni e l'elevata quantità (141 dosi) e purezza (86% di principio attivo) della droga. Questi elementi, uniti alla sua capacità di diffondere sostanze stupefacenti in modo non occasionale, hanno escluso la possibilità di considerare il fatto come di lieve entità.
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Detenzione ai fini di spaccio e porto d’armi: ricorso respinto
L'Imputato propone ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per i reati di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e porto abusivo di armi. I giudici di merito avevano accertato la detenzione di quasi cinquanta grammi di cocaina con un elevato principio attivo, pari a circa l'ottantanove per cento, unitamente al possesso ingiustificato di un coltello a serramanico. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile poiché la difesa si è limitata a riproporre le stesse argomentazioni già respinte nei precedenti gradi, senza contestare in modo specifico le motivazioni della decisione impugnata. Conseguentemente, la Corte condanna L'Imputato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione nega lo sconto di pena
Un uomo condannato per detenzione e traffico di droga ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato chiedeva di derubricare la condotta nel reato di spaccio di lieve entità, contestando la gravità del fatto. Gli agenti avevano rinvenuto dosi di eroina e hashish destinate allo spaccio, idonee a confezionare oltre ottocento dosi singole. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta del ricorrente. I giudici hanno confermato che l'elevata quantità di principio attivo, la presenza di sostanze diverse e l'inserimento dell'imputato in una rete organizzata escludono l'ipotesi attenuata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il condannato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: le dosi bloccano il ricorso
Un uomo condannato per il reato di detenzione ai fini di spaccio ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato sosteneva la mancanza di prove circa la destinazione della droga a terzi. Gli elementi rilevati dalle forze dell'ordine comprendevano 47,34 grammi di resina di cannabis suddivisi in sette pezzi, sufficienti per produrre 124 dosi medie, unitamente a materiale da confezionamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la decisione dei gradi precedenti. L'insieme degli elementi logici e probatori dimostra la finalità di spaccio della sostanza. Il ricorrente deve ora pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ospite o spacciatore: no allo spaccio di lieve entità
L'Imputato è stato condannato per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di essere un semplice ospite dell'appartamento in cui le forze dell'ordine hanno trovato un ingente quantitativo di cocaina e materiale da confezionamento. Inoltre, la difesa ha richiesto il riconoscimento dello spaccio di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno evidenziato che l'imputato è stato fotografato mentre cedeva dosi e preparava la sostanza. Inoltre, l'elevato quantitativo di droga e l'alto principio attivo escludono la tenuità del fatto. L'Imputato deve quindi pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate: inutile la confessione
L'Imputato è stato fermato con oltre 44 grammi di cocaina nella propria autovettura, corrispondenti a 212 dosi medie. Durante il processo, l'uomo ha richiesto la concessione delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo di aver ammesso la detenzione e di non aver accusato il padre presente con lui. Tuttavia, i giudici hanno respinto la richiesta a causa dei suoi precedenti penali per armi e dell'elevato numero di dosi destinate allo spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando che la confessione di fatti ovvi non basta per ottenere le circostanze attenuanti generiche. L'uomo è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: la quantità esclude lo sconto
Il Ricorrente ha impugnato in Cassazione la sentenza di condanna per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio. L'imputato chiedeva il riconoscimento dello spaccio di lieve entità per il possesso di circa 576 grammi di hashish suddivisi in cinque panetti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato come il principio attivo sequestrato, pari a oltre 101 grammi, consentisse di ricavare circa 4.000 dosi singole. Un quantitativo così elevato, destinato a un numero vasto di acquirenti, smentisce la natura ridotta dell'attività illecita. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a un versamento di 3.000 euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: la Cassazione rigetta il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per detenzione di stupefacenti. La difesa richiedeva la riqualificazione del fatto nello spaccio di lieve entità, il riconoscimento delle attenuanti generiche e la revisione dell'aumento di pena per recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che lo spaccio di lieve entità non può essere riconosciuto quando la droga presenta un'elevata percentuale di principio attivo ed è idonea a soddisfare un numero ingente di acquirenti. I gravi precedenti penali e la condotta ostile verso le forze dell'ordine giustificano inoltre il mancato sconto di pena. La semplice riproposizione dei motivi d'appello rende l'impugnazione aspecifica, determinando la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Speciale tenuità nei reati di droga: no con cocaina pura
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della speciale tenuità nei reati di droga, prevista dall'art. 62 n. 4 c.p., dopo una condanna per detenzione illecita di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha chiarito che, sebbene l'attenuante sia astrattamente applicabile ai reati di spaccio, i giudici di merito hanno correttamente escluso il beneficio. Gli agenti avevano infatti sequestrato quaranta grammi di cocaina con un principio attivo del novantotto per cento e quasi mille euro in contanti. Questi elementi attestano un giro di affari illeciti di notevole portata ed escludono qualsiasi ipotesi di fatto lieve. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato l'Imputato alle spese e a una sanzione.
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Ingente quantità di hashish: confermata la condanna
La Corte d'appello confermava la condanna dell'imputato per la detenzione a fini di spaccio di oltre ventuno chilogrammi di hashish, corrispondenti a quasi centottantamila dosi singole. I giudici applicavano l'aggravante dell'ingente quantità, considerando il volume eccezionale della sostanza e le modalità professionali di occultamento. L'imputato proponeva ricorso per cassazione contestando l'applicazione di tale aumento di pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito la validità dei parametri fissati dalle Sezioni Unite basati sul rapporto tra principio attivo e limiti tabellari. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese del giudizio insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: quantità e contanti negano la riduzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un uomo per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, respingendo la richiesta difensiva di qualificare il reato come spaccio di lieve entità. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nell'abitazione dell'imputato circa 35 grammi di eroina (pari a 194 dosi) e oltre 20 grammi di cocaina (pari a 102 dosi), insieme a un bilancino di precisione, strumenti per il confezionamento e 1.040 euro in contanti nascosti. I giudici hanno escluso la minore gravità del fatto e l'attenuante del danno di speciale tenuità, evidenziando il numero elevato di dosi, la pronta commerciabilità della droga e la disponibilità di strumenti professionali per il taglio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile con condanna alle spese.
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Fatto di lieve entità e 100 grammi di hashish: pena ridotta
L'Imputato subiva una condanna per traffico di stupefacenti a seguito del sequestro di cento grammi di hashish. I giudici di merito negavano la qualificazione della condotta come fatto di lieve entità basandosi solo sul quantitativo lordo e sulle milletrecento dosi teoricamente ricavabili. L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando l'assenza di indagini sulle modalità dell'azione e la mancanza di una rete strutturata di spaccio. La Suprema Corte accoglieva il ricorso, affermando che il solo dato ponderale non esclude la minore gravità del reato. I giudici di legittimità valorizzavano studi statistici che considerano cento grammi compatibili con la minima offensività. La Corte annullava la condanna con rinvio per la rideterminazione al ribasso della pena.
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