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347 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Cocaina e 400g di hashish: no a spaccio di lieve entità
Le forze dell'ordine hanno fermato un uomo nei pressi di un locale pubblico. L'imputato custodiva nel taschino nove involucri di cocaina per oltre quattordici dosi singole. La successiva perquisizione dell'auto e della casa ha consentito di sequestrare oltre quattrocento grammi di hashish, corrispondenti a oltre ottocento dosi. I giudici di merito hanno condannato il soggetto a due anni e otto mesi di reclusione e dodicimila euro di multa, escludendo lo spaccio di lieve entità. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione per ottenere la riqualificazione del reato nella fattispecie meno grave. La Suprema Corte ha respinto il ricorso. I giudici hanno confermato che la notevole quantità di hashish, l'alta purezza della cocaina e l'organizzazione della detenzione escludono tassativamente l'ipotesi attenuata.
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Detenzione di sostanze stupefacenti tra uso e reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione e duemila euro di multa inflitta a un individuo per la detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. L'imputato possedeva venticinque grammi di hashish caratterizzati da un principio attivo particolarmente elevato, pari al trenta per cento. L'uomo sosteneva che lo stupefacente fosse destinato a un esclusivo consumo individuale, chiedendo l'applicazione della sola sanzione amministrativa. I giudici hanno invece ritenuto provata la destinazione allo spaccio a causa della quantità e della concentrazione della sostanza. Il ricorso della difesa è stato dichiarato inammissibile perché riproduceva argomentazioni generiche e già ampiamente superate nei gradi precedenti, con conseguente condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria a favore della cassa delle ammende.
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Cocaina nel fanale: esclusa la lieve entità del reato
L'Imputato è stato fermato lontano da casa alla guida di un'auto in cui erano nascosti, nel vano del fanale posteriore, oltre 100 grammi di cocaina (pari a circa 130 dosi). La Corte d'appello ha escluso l'ipotesi di lieve entità, qualificando il fatto come spaccio ordinario. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando la mancata valutazione globale delle circostanze. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per concedere la lieve entità, serve una valutazione complessiva di mezzi, modalità e quantità della sostanza. Nel caso specifico, la quantità rilevante e il sofisticato metodo di occultamento escludono la minima offensività della condotta, confermando la gravità del reato.
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Spaccio di lieve entità: la cocaina pura nega lo sconto
Due imputati sono stati condannati per detenzione e spaccio di cocaina. La polizia ha sequestrato oltre 42 grammi di sostanza con un principio attivo purissimo (tra il 74% e il 77%), già suddivisa in 55 dosi ma ulteriormente tagliabile fino a 191 dosi commerciali. La difesa ha richiesto la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, sostenendo la minima offensività della condotta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'elevata purezza e il quantitativo della droga indicano un collegamento stabile con canali di rifornimento di alto livello. Questo scenario esclude l'applicazione della circostanza attenuante, richiedendo una valutazione globale e non parcellizzata di tutti gli indici di reato.
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Droga in panetti e contanti: niente lieve entità del fatto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e il diniego delle circostanze attenuanti generiche, dopo essere stato condannato per detenzione di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la detenzione di 432 grammi di droga, suddivisa in panetti e con un elevato principio attivo, unita al possesso di denaro non giustificato dal reddito, esclude la lieve entità del fatto a causa della professionalità dell'attività di spaccio. Inoltre, i precedenti penali specifici dell'uomo giustificano pienamente il diniego delle attenuanti generiche. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: il quaderno dei clienti nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di droga a carico di un uomo trovato in possesso di circa nove grammi di cocaina suddivisi in dosi. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità, evidenziando la modesta quantità di stupefacente e l'assenza di legami stabili con la criminalità organizzata. Tuttavia, i giudici hanno respinto la richiesta a causa del ritrovamento, presso l'abitazione dell'imputato, di un quaderno contenente la contabilità dell'attività illecita, con nomi di clienti e somme di denaro. Questo elemento dimostra una gestione organizzata e continuativa dello spaccio, che esclude l'applicazione della circostanza attenuante. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: armi e droga blindano la cella
L'Indagato ha impugnato l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere per detenzione di ingenti quantitativi di droga (oltre 115 kg di marijuana, hashish e cocaina) e armi clandestine. La difesa contestava l'applicazione dell'aggravante dell'ingente quantità, lamentando la mancata determinazione del principio attivo tramite perizia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'indagato non ha un reale interesse a contestare tale aggravante, poiché la misura della custodia cautelare in carcere rimane pienamente giustificata dagli altri gravi reati contestati, tra cui il possesso di cocaina e di numerose armi da fuoco. Di conseguenza, l'esclusione dell'aggravante non avrebbe comunque comportato una sostituzione della misura carceraria con una meno afflittiva.
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Lieve entità nei reati di droga: il taxi non salva il corriere
L'Imputato è stato fermato a bordo di un taxi con circa 50 grammi di cocaina ad altissima purezza (74,6%), pari a 248 dosi. Durante il controllo, ha opposto resistenza ferendo due agenti. Condannato in appello a tre anni di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità nei reati di droga, valorizzando il basso peso complessivo del principio attivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la lieve entità nei reati di droga non si misura solo sulla quantità, ma richiede una valutazione globale: l'elevata purezza della sostanza, il numero di dosi ricavabili, il trasporto su mezzo pubblico e i precedenti penali specifici dell'uomo dimostrano un'attività di spaccio strutturata e non occasionale. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese e 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: cocaina pura, condanna dura
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sorpreso con 40,75 grammi di cocaina purissima a Napoli. La difesa lamentava la mancata verifica di cause di non punibilità, ma i giudici hanno ritenuto il ricorso del tutto generico. L'elevata purezza della sostanza, pari al 97,88% di principio attivo, e il numero di dosi ricavabili escludono l'ipotesi di lieve entità per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato, che aveva ammesso la destinazione allo spaccio, è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna per il vano motore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio e porto ingiustificato di armi. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto circa 387 grammi di hashish nascosti nel vano motore della sua auto e un coltello. La difesa sosteneva che la mancanza di analisi sul principio attivo escludesse la prova dello spaccio. I giudici hanno invece stabilito che la quantità elevata e l'occultamento nel motore dimostrano chiaramente l'intenzione di spacciare. L'assenza di analisi sul principio attivo giustifica solo la qualificazione del fatto come fatto di lieve entità, ma non cancella il reato. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: spaccio pesante e sanzioni
Il caso riguarda un uomo condannato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato aveva fatto ricorso in Cassazione chiedendo che il reato venisse riqualificato come fatto di lieve entità, data la natura delle droghe. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'ingente quantitativo di droga e l'elevato principio attivo dimostrano un commercio su larga scala, incompatibile con la lieve entità. Inoltre, la detenzione contemporanea di droghe di tabelle diverse (come droghe leggere e pesanti) configura più reati in concorso tra loro. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una multa alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di stupefacenti: la fuga cancella la tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. L'uomo era stato trovato in possesso di hashish equivalente a 227 dosi. La difesa sosteneva l'uso personale e chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto la richiesta, evidenziando che il soggetto non aveva un lavoro per giustificare l'acquisto, aveva tentato la fuga e non aveva mostrato alcun ravvedimento. La Suprema Corte ha confermato che la valutazione sulla tenuità richiede un esame complessivo della condotta, non solo della quantità di droga. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio o uso personale? No alla particolare tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. L'imputato sosteneva che l'hashish rinvenuto fosse destinato all'uso personale e richiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno tuttavia confermato la destinazione allo spaccio, evidenziando l'elevato principio attivo della sostanza (pari a trentanove dosi), la suddivisione in involucri e il possesso di bilancini di precisione. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali specifici dell'uomo, che delineano un profilo di abitualità criminosa incompatibile con il beneficio richiesto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Semi leciti, ma è reato: l’efficacia drogante della cannabis
Due commercianti hanno impugnato il divieto temporaneo di esercitare il commercio di fiori e piante, applicato per aver venduto online derivati della canapa. La difesa sosteneva che la merce provenisse da sementi certificate a basso contenuto di THC, escludendo l'efficacia drogante della cannabis. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la commercializzazione al pubblico di foglie, infiorescenze, olio e resina di canapa integra reato, a meno che i prodotti non siano totalmente privi di effetti psicotropi. Per stabilire la rilevanza penale, l'efficacia drogante della cannabis va valutata sul quantitativo totale del principio attivo sequestrato (nella specie oltre 9 grammi di THC, pari a centinaia di dosi), e non sulle singole confezioni. Di conseguenza, i commercianti hanno perso il ricorso e dovranno pagare le spese processuali.
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Fatto di lieve entità: anche lo spaccio organizzato può esserlo
L'Imputato è stato condannato per spaccio di cocaina. La Corte d'Appello ha escluso l'ipotesi del fatto di lieve entità, valorizzando la presenza di tre clienti stabili e di strumenti per il confezionamento in dosi a casa dell'uomo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la modica quantità di droga (pari a soli 0,63 grammi) non può essere ignorata e che una struttura organizzata minima o la continuità dello spaccio non escludono automaticamente il fatto di lieve entità. Il caso dovrà essere interamente riesaminato.
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Droga, 790 piante ma niente ingente quantità di stupefacenti
Tre imputati erano stati condannati per la coltivazione di 790 piante di marijuana. I giudici di merito avevano applicato l'aggravante dell'ingente quantità di stupefacenti. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando il calcolo della soglia di principio attivo necessario per configurare tale aggravante. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ricordando che per le droghe leggere la soglia minima è di 2 chilogrammi di principio attivo (pari a 80.000 dosi). Poiché nel caso specifico il quantitativo era inferiore, la Corte ha escluso l'aggravante. Di conseguenza, ricalcolati i tempi di prescrizione senza l'aggravante, il reato è risultato estinto per il decorso del tempo. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna.
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Soglia drogante: annullata la condanna per spaccio senza perizia
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna per spaccio a carico di un imputato, accogliendo il ricorso della difesa. La Corte d'Appello aveva confermato la responsabilità penale basandosi solo sulla testimonianza dell'agente di polizia che aveva eseguito un narcotest positivo, nonostante la difesa avesse contestato il superamento della soglia drogante. Gli Ermellini hanno chiarito che, sebbene il narcotest sia sufficiente per dimostrare la natura della sostanza, esso non prova la quantità di principio attivo. In presenza di specifiche contestazioni difensive sulla soglia drogante, è indispensabile un accertamento tecnico quantitativo o una perizia chimica tossicologica. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Spaccio di lieve entità: troppe dosi e droghe diverse dicono no
L'Imputato veniva trovato in possesso di cocaina, marijuana e hashish, quest'ultimo sufficiente per oltre quattromila dosi, oltre a materiale da taglio. Sebbene il primo giudice avesse qualificato il fatto come spaccio di lieve entità, la Corte d'Appello riformava la decisione escludendo tale attenuante a causa dell'elevato numero di dosi e della diversità delle droghe. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per concedere lo spaccio di lieve entità occorre una valutazione globale di tutti gli elementi, e che la presenza di droghe diverse e in quantità rilevanti impedisce di considerare il fatto di minore gravità. L'Imputato è stato condannato a tre anni di reclusione, a una multa di 14.000 euro e al pagamento delle spese processuali.
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Sostanze stupefacenti: 42 kg di droga e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la detenzione di circa 42 chilogrammi di marijuana. I giudici hanno rilevato che il quantitativo di principio attivo presente nella sostanza era pari a oltre 4,2 chilogrammi. Questo valore supera ampiamente la soglia limite di 2 chilogrammi di principio attivo stabilita dalla giurisprudenza di legittimità per escludere la lieve entità in materia di sostanze stupefacenti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando la gravità del fatto contestato.
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Limiti all’impugnazione della sentenza di patteggiamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due imputati contro una sentenza di patteggiamento. I ricorrenti lamentavano la mancata verifica del principio attivo della sostanza stupefacente tramite consulenza tecnica. La Suprema Corte ha stabilito che l'impugnazione della sentenza di patteggiamento è limitata esclusivamente ai casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non rientra la contestazione sulla quantità o qualità della sostanza sequestrata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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