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Fatto di lieve entità nello spaccio: 150 grammi negano lo sconto

L’Imputato è stato condannato per la detenzione di 150 grammi di hashish, suddivisi in due panetti e idonei a ricavare 880 dosi singole. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato rinvio dell’udienza per legittimo impedimento del difensore e richiedendo la riqualificazione del reato come fatto di lieve entità nello spaccio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che, durante la normativa emergenziale, la richiesta di rinvio trasmessa senza istanza di trattazione orale non impedisce lo svolgimento del processo. Inoltre, il rigetto della riduzione di pena è stato confermato non solo per il quantitativo, ma anche per l’assenza di redditi leciti, i contatti consolidati con clienti e fornitori e l’ammissione dell’attività illecita per sanare difficoltà economiche. L’Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 18860 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il fatto di lieve entità nello spaccio e la detenzione di sostanze

La detenzione e la cessione di sostanze stupefacenti rappresentano condotte punite con estrema severità dall’ordinamento penale italiano. Tuttavia, il legislatore prevede un trattamento sanzionatorio attenuato per le ipotesi di minore gravità, definito comunemente come fatto di lieve entità nello spaccio. Questa fattispecie consente una notevole riduzione delle pene edipendenti nei casi in cui i mezzi, le modalità della condotta oppure la quantità ridotta della sostanza dimostrino un impatto sociale contenuto. Una vicenda giudiziaria recente ha riguardato un soggetto trovato in possesso di due panetti di hashish per un peso complessivo di centocinquanta grammi. Da tale quantitativo era possibile ricavare oltre ottocento dosi medie giornaliere. Il difensore dell’imputato ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione per annullare la sentenza di condanna. La difesa ha sostenuto due motivi distinti. In primo luogo, ha eccepito la violazione delle norme procedurali per il mancato rinvio dell’udienza a causa di un impegno professionale del legale. In secondo luogo, ha richiesto la riqualificazione del reato nella forma attenuata.

L’assenza di trattazione orale nel processo penale

La Corte di Cassazione ha esaminato innanzitutto la doglianza di natura procedurale sollevata dal difensore dell’imputato. Durante il periodo caratterizzato dalla normativa emergenziale sanitaria, le modalità di svolgimento delle udienze penali hanno subito importanti modifiche strutturali. La disciplina speciale stabiliva la trattazione cartolare del processo come regola generale, salvo un’esplicita istanza di discussione orale presentata tempestivamente dalle parti. Nel caso di specie, l’avvocato dell’imputato aveva inoltrato tramite trasmissione telematica una richiesta di rinvio dell’udienza per concomitanti impegni professionali. Tuttavia, la difesa aveva omesso di depositare la preventiva richiesta di trattazione orale della causa. I giudici di legittimità hanno ribadito un orientamento ormai ampiamente consolidato nella giurisprudenza di legittimità. In assenza di una formale istanza di discussione in presenza, il giudice d’appello non deve rinviare l’udienza per l’adesione del difensore all’astensione o per altri impegni del legale. Di conseguenza, la doglianza procedurale è stata dichiarata manifestamente infondata.

Le motivazioni: i criteri per valutare il fatto di lieve entità nello spaccio

Affrontando il merito della qualificazione penale, la Suprema Corte ha analizzato i presupposti indispensabili per concedere la fattispecie attenuata. La valutazione sull’applicabilità del fatto di lieve entità nello spaccio non si limita mai all’esame del solo dato ponderale della sostanza sequestrata. Nel caso concreto, oltre alla presenza di un quantitativo idoneo a soddisfare ben ottocentottanta dosi singole, emergevano diversi elementi di natura oggettiva e soggettiva del tutto ostativi. I giudici del merito avevano accertato che l’imputato non svolgeva alcuna attività lavorativa lecita e non percepiva redditi trasparenti. Inoltre, lo stesso imputato aveva confessato di praticare l’attività illecita per risolvere gravi problemi economici personali. L’analisi complessiva ha evidenziato una vera organizzazione dell’attività illecita, caratterizzata da un giro d’affari continuativo e da legami stabili sia con i canali di rifornimento sia con gli acquirenti. La Corte ha confermato che tali fattori escludono in radice la possibilità di considerare il reato di minore gravità.

Le conclusioni: le conseguenze pratiche della sentenza

La decisione pronunciata dalla Corte di Cassazione ha determinato l’inammissibilità finale del ricorso presentato dall’imputato. Tale esito comporta conseguenze sanzionatorie ed economiche molto rigide per la parte soccombente. L’imputato deve sostenere integralmente il pagamento delle spese processuali maturate durante il giudizio. Inoltre, la legge stabilisce che la dichiarazione di inammissibilità determinata da colpa imponga l’obbligo di versare una sanzione pecuniaria a favore dello Stato. I giudici hanno quindi condannato l’imputato al pagamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende. Questo verdetto offre un insegnamento pratico fondamentale per la difesa nelle contestazioni in materia di stupefacenti. Per ottenere il riconoscimento della minima entità non basta richiamare la tipologia della sostanza o la mancanza di armi. Occorre dimostrare l’assoluta occasionalità del fatto, l’assenza di contatti stabili con ambienti criminali e la modestia del profitto conseguito.

Richiesta della lieve entità nello spaccio di 150 grammi di hashish
La concessione dell’attenuante non dipende solo dal peso della sostanza, ma anche dalle modalità dell’azione, dall’assenza di redditi leciti e dai contatti stabili con la rete dei clienti.

Rinvio dell’udienza per impedimento del difensore senza trattazione orale
In assenza di una specifica richiesta di trattazione orale, il giudice non è tenuto a rinviare il processo per concomitanti impegni professionali dell’avvocato.

Conseguenze pecuniarie del ricorso dichiarato inammissibile in Cassazione
La dichiarazione di inammissibilità comporta il pagamento delle spese del procedimento e la condanna al versamento di una somma fino a tremila euro alla Cassa delle Ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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