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Presunzione Relativa

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383 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Patrocinio a spese dello Stato: presunzione e mafia
Un detenuto condannato in via definitiva per associazione mafiosa ha richiesto l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, sostenendo di trovarsi in stato di non abbienza. A supporto dell'istanza ha presentato attestati di studio universitario in carcere e vaglia postali inviati dalla madre. Il giudice ha respinto la richiesta applicando la presunzione di reddito illecito derivante dall'appartenenza al sodalizio criminale, confermata dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che attestava il versamento di uno stipendio periodico da parte del clan. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, ribadendo che la semplice frequenza di corsi o gli aiuti familiari non bastano a superare la presunzione di redditi illeciti, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e a una sanzione.
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Patrocinio a spese dello Stato e redditi del clan mafioso
Un detenuto condannato in via definitiva per associazione mafiosa ha richiesto l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta applicando la presunzione legale di reddito superiore ai limiti derivante dai proventi criminali. Il richiedente ha presentato ricorso sostenendo il proprio percorso rieducativo e gli aiuti economici inviati mensilmente dalla madre. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il richiedente non ha offerto prove concrete e idonee a vincere la presunzione di reddito illecito, confermata invece dalle dichiarazioni attendibili di un collaboratore di giustizia.
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Associazione finalizzata al narcotraffico e custodia cautelare
L'Indagato propone ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che conferma la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico e diversi delitti di cessione e raffinazione di sostanze stupefacenti. La difesa contesta l'autonomia della motivazione, la brevità temporale delle condotte contestate e l'assenza di esigenze cautelari attuali. La Corte di Cassazione rigetta integralmente il ricorso. I giudici ermellini chiariscono che la partecipazione associativa può desumersi anche dalla commissione di reati-scopo particolarmente rilevanti in un lasso di tempo limitato. Inoltre, per tali reati opera una presunzione relativa di pericolosità sociale che giustifica la massima misura carceraria in mancanza di elementi contrari concreti forniti dalla difesa. L'Indagato resta pertanto in custodia cautelare in carcere con condanna al pagamento delle spese di giudizio.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il caso riguarda un uomo accusato di essere il braccio destro operativo del capo di un'associazione criminale dedita al traffico di droga. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione del reato. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di prove sulla sua reale partecipazione e sostenendo che il tempo trascorso dai fatti avesse ormai affievolito le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per i reati di associazione finalizzata al narcotraffico opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere. Il decorso del tempo non attenua automaticamente tale misura, specialmente quando il ruolo del soggetto è di rilievo e l'attività criminosa risulta sistematica.
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Associazione di stampo mafioso: confermato il carcere
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che manteneva la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di stampo mafioso. La difesa sosteneva il ridimensionamento delle intercettazioni e il decorso del tempo senza nuove condotte criminose. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la partecipazione a un'associazione di stampo mafioso sussiste con la costante disponibilità del soggetto verso il gruppo criminale, anche mediante mansioni operative minime. Inoltre, la presunzione di pericolosità e la misura del carcere possono superarsi soltanto dimostrando la recessione dal sodalizio o lo scioglimento della banda, mentre il semplice tempo trascorso non basta a cancellare le esigenze cautelari.
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Custodia cautelare in carcere: niente domiciliari per il boss
L'Imputato, condannato in primo grado a 16 anni per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, ha richiesto la sostituzione della misura cautelare con gli arresti domiciliari. A sostegno della richiesta ha allegato l'allontanamento dal gruppo criminale, il trasferimento di residenza in un'altra regione e la propria dissociazione formale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. Per il reato di associazione mafiosa opera infatti una presunzione assoluta di adeguatezza della misura carceraria. I giudici hanno stabilito che la semplice dissociazione non basta a dimostrare l'effettiva rottura dei legami criminali, considerando il ruolo apicale del soggetto, la lunga militanza e le precedenti violazioni delle prescrizioni. Di conseguenza, l'Imputato rimane ristretto nella struttura carceraria.
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Revoca della custodia cautelare: le regole sul decorso del tempo
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro il rigetto della sua istanza di revoca della custodia cautelare agli arresti domiciliari. La difesa sosteneva la cessazione delle esigenze cautelari a causa del comportamento corretto tenuto dall'indagato e del tempo trascorso dai fatti contestati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il breve periodo trascorso dal ripristino della misura non supera la presunzione di pericolosità sociale. I comportamenti illeciti pregressi mantengono il loro valore d'insieme e le questioni temporali già valutate sono coperte da preclusione. La richiesta di revoca della custodia cautelare è stata quindi respinta con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per i clan
Un indagato per associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, la quale confermava la custodia cautelare in carcere. La difesa contestava la gravità degli indizi, l'assenza di un ruolo definito nella struttura criminale e l'insussistenza di esigenze cautelari attuali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, evidenziando che le intercettazioni e le indagini dimostrano un chiaro inserimento del soggetto nel gruppo. Questo inserimento si deduce anche dal sostegno economico fornito alle famiglie dei sodali detenuti. Inoltre, per i reati associativi di droga vige la presunzione di idoneità della sola custodia cautelare in carcere, non superata da elementi di senso contrario. L'indagato rimane ristretto in carcere e condannato alle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo trascorso non basta
L'imputato, accusato di reati di droga e associazione a delinquere, ha chiesto la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il trascorrere del tempo dai fatti e la buona condotta tenuta durante una precedente misura attenuassero il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il solo decorso del tempo non è sufficiente ad attenuare le esigenze cautelari o a superare la presunzione di pericolosità prevista per i reati più gravi. Per ottenere una misura meno afflittiva servono elementi concreti e nuovi che dimostrino l'effettiva recisione dei legami con il contesto criminale. Il semplice rispetto delle prescrizioni non costituisce una prova sufficiente del cambiamento di vita.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
L'Imputato, accusato di reati finanziari aggravati dal metodo mafioso, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti e la cessazione delle attività di famiglia avessero azzerato le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per i reati di criminalità organizzata opera una presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere che dura per tutta la vicenda cautelare. Il semplice decorso del tempo, senza prove concrete di un effettivo ravvedimento o del venir meno della pericolosità sociale, non è sufficiente a superare questa presunzione. Di conseguenza, l'Imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Esigenze cautelari nel reato associativo: arresti in famiglia
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un'indagata accusata di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico gestita dalla propria famiglia. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari nel reato associativo, facendo leva sulla giovane età, sull'incensuratezza della donna e sul tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il forte vincolo familiare e l'inserimento stabile nella rete di spaccio superano la presunzione di non pericolosità derivante dallo stato di incensurata. Di conseguenza, la richiesta di annullamento della misura cautelare è stata respinta, confermando la legittimità degli arresti domiciliari e condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: basta la fiducia, no al rito
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione mafiosa e di una dedita al narcotraffico. La difesa sosteneva l'assenza di prove di un'affiliazione formale e la mancanza di reati specifici commessi dall'indagato. I giudici hanno chiarito che, per applicare la custodia cautelare in carcere, non serve un rito formale di ingresso nel clan, né la commissione di singoli reati. È sufficiente la costante messa a disposizione del gruppo, dimostrata dalla partecipazione a riunioni operative in cui si pianificavano lo spaccio e il sostentamento dei detenuti. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa a carico di un indagato, ritenuto affiliato a una cosca locale. La difesa sosteneva l'insufficienza della sola affiliazione formale e l'estinzione delle esigenze cautelari per via del tempo silente di tre anni tra i fatti e l'arresto. I giudici hanno invece stabilito che la partecipazione formale, i riti di battesimo e il rispetto delle regole del clan dimostrano una stabile messa a disposizione. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, la presunzione di pericolosità sociale non viene meno con il semplice decorso del tempo, ma richiede la prova di una reale dissociazione o dello scioglimento del sodalizio. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Contributi di bonifica: il proprietario perde in Cassazione
Un nudo proprietario ha impugnato una cartella di pagamento riguardante i contributi di bonifica per l'anno 2012, sostenendo l'assenza di un beneficio diretto per il suo immobile e contestando vizi di notifica e di firma dell'atto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando la decisione di secondo grado. I giudici hanno stabilito che l'inclusione dell'immobile nel perimetro di contribuenza fa presumere l'esistenza di un vantaggio specifico per la proprietà. Di conseguenza, spetta al cittadino dimostrare l'eventuale inesistenza del beneficio o il mancato funzionamento delle opere. Inoltre, la Corte ha confermato la validità della notifica tramite raccomandata diretta e la legittimità della firma digitale stampata sulla cartella. Il contribuente perde la causa e deve pagare i contributi.
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Contributi di bonifica: perché le vecchie sentenze non salvano
L'Azienda Agricola ha impugnato l'avviso di pagamento per i contributi di bonifica emesso dal Consorzio di Bonifica per l'anno 2012. La contribuente sosteneva l'assenza di un beneficio concreto per i propri terreni, invocando anche una precedente sentenza favorevole passata in giudicato per annualità diverse. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Agricola. I giudici hanno stabilito che l'inclusione dei terreni nel perimetro consortile e l'esistenza di un piano di classifica approvato fanno presumere il beneficio. Spetta quindi al contribuente fornire la prova contraria per superare tale presunzione. Inoltre, il giudicato esterno relativo ad anni precedenti non ha valore vincolante, poiché si basa su elementi di fatto variabili nel tempo.
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Condizioni detentive degradanti: lo Stato perde contro il detenuto
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione che concedeva a un detenuto uno sconto di pena di 244 giorni per aver subito condizioni detentive degradanti a Rebibbia, Bari e Foggia. Il Ministero contestava la mancanza di prove e la valutazione del bagno in cella, parzialmente schermato da un muretto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, se il detenuto fornisce elementi precisi, spetta all'Amministrazione dimostrare il contrario. Inoltre, la presenza di un WC non adeguatamente isolato nella cella in cui si mangia e si dorme lede la salute e la riservatezza, configurando un trattamento disumano.
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Patrocinio a spese dello Stato: negato a chi evade le tasse
Il Tribunale ha negato il patrocinio a spese dello Stato a un cittadino condannato in via definitiva per reati fiscali legati all'evasione delle imposte. La legge stabilisce che, per chi ha subito tali condanne, opera una presunzione di superamento dei limiti di reddito per accedere al beneficio. Il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di aver dimostrato la propria indigenza tramite autocertificazione e modello ISEE. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presunzione di reddito superiore ai limiti è superabile solo con prove documentali solide e aggiornate, mentre la semplice autocertificazione non ha alcun valore probatorio in questo specifico contesto. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Risarcimento per sovraffollamento in carcere: la parola non basta
Il Detenuto ha richiesto il risarcimento per sovraffollamento in carcere per un periodo di detenzione risalente agli anni 1986-1988. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda perché i registri cartacei dell'epoca erano andati perduti e le dichiarazioni del richiedente non indicavano la superficie esatta delle celle. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che, sebbene le dichiarazioni del detenuto godano di una presunzione di veridicità, esse devono essere complete. In mancanza di dati precisi sulla superficie della cella e senza registri ufficiali, non è possibile dimostrare che lo spazio individuale fosse inferiore ai tre metri quadrati. Il Detenuto perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Risarcimento per detenzione inumana: sì anche con registri persi
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il risarcimento per detenzione inumana a un detenuto poiché i registri del carcere erano andati distrutti in un'alluvione, rendendo impossibile verificare lo spazio vitale della cella. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la distruzione dei documenti non può penalizzare il detenuto. In base al principio della vicinanza della prova, se il detenuto fornisce indicazioni precise sul periodo e sul luogo di reclusione, spetta all'Amministrazione penitenziaria dimostrare il contrario. Se l'Amministrazione non può farlo, opera una presunzione di veridicità a favore del detenuto. La Cassazione ha quindi rinviato il caso per un nuovo giudizio.
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Esenzione TARI aree scoperte: azienda vince contro il Comune
Un'azienda ha contestato un avviso di accertamento del Comune relativo al mancato pagamento della TARI per l'anno 2017 su un'area scoperta di oltre 2.800 metri quadri, adibita a transito, manovra e parcheggio gratuito per i dipendenti. La Corte di giustizia tributaria di secondo grado aveva respinto il ricorso, ritenendo che l'azienda non avesse dimostrato l'impossibilità di produrre rifiuti in quell'area. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che il regolamento comunale prevede una presunzione di non tassabilità per le aree scoperte destinate a parcheggio gratuito. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza precedente, rinviando la causa per una nuova decisione che rispetti l'esenzione TARI aree scoperte prevista dalle norme locali.
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