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Presunzione Relativa

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383 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sdemanializzazione: la strada pubblica diventa cancello privato
Una società immobiliare ha acquistato un edificio a Napoli e ha chiesto il libero transito su una rampa di scale adiacente, sostenendo l'esistenza di una servitù di uso pubblico. La strada era però sbarrata da un cancello installato da alcuni proprietari confinanti. Anche il Ministero della Cultura è intervenuto rivendicando la natura pubblica dell'area. I giudici di merito hanno accertato che la rampa era stata oggetto di sdemanializzazione in forza di un regio decreto del 1867 e venduta a privati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società immobiliare, confermando che la presunzione di demanialità della strada è stata superata dalle prove di proprietà privata. Di conseguenza, la sdemanializzazione ha legittimato la chiusura del passaggio da parte dei privati.
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Associazione di stampo mafioso: l’arresto non spezza il vincolo
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti dell'Indagato, accusato di far parte di un'associazione di stampo mafioso. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni, l'identificazione vocale dell'indagato e chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare a causa di una precedente carcerazione per estorsione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la carcerazione non interrompe automaticamente la partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, permanendo il vincolo associativo (affectio societatis) in assenza di elementi concreti di dissociazione. Inoltre, le intercettazioni tardive rispetto al decreto autorizzativo sono pienamente utilizzabili e l'identificazione vocale da parte della polizia giudiziaria non richiede perizia fonica. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Misure alternative per reati ostativi: stop ai divieti assoluti
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibili le richieste di affidamento in prova, detenzione domiciliare e semilibertà presentate da un condannato per associazione mafiosa, a causa della mancata collaborazione con la giustizia. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, evidenziando che le recenti riforme legislative hanno trasformato la presunzione di pericolosità per chi non collabora da assoluta a relativa. Di conseguenza, il giudice deve valutare concretamente se il condannato abbia reciso i legami con la criminalità organizzata. La Suprema Corte ha quindi rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame basato sulle nuove regole in materia di misure alternative per reati ostativi.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per L'Indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Indagato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo di essere un semplice debitore dei capi del gruppo e non un membro attivo, contestando anche l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'acquisto costante di droga per la rivendita integra la partecipazione all'associazione, poiché crea un affidamento stabile. Inoltre, per questo reato opera una presunzione di adeguatezza del carcere, superabile solo provando la rescissione totale dei legami con il gruppo criminale. Di conseguenza, L'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della custodia cautelare in carcere e di altre misure restrittive nei confronti di cinque soggetti accusati di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Gli indagati contestavano la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e la presunta mancanza di una struttura organizzata complessa. I giudici hanno chiarito che per il reato associativo opera una presunzione di pericolosità che il mero decorso del tempo non è sufficiente a superare. Inoltre, l'esistenza del sodalizio criminoso non richiede un'organizzazione complessa, essendo sufficiente la stabile disponibilità di mezzi, come veicoli modificati o locali adibiti a deposito. Di conseguenza, tutti i ricorsi sono stati rigettati.
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Confisca allargata: conti del figlio salvi dai reati del padre
Il caso riguarda il ricorso di un cittadino contro la confisca allargata di conti correnti personali e societari, disposta in seguito alla condanna del padre per associazione mafiosa. Il ricorrente ha dimostrato che le somme derivavano da bonifici tracciabili per attività lavorative lecite con un'università. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la presunzione di illecita accumulazione non si applica automaticamente ai beni intestati a terzi. In questi casi, spetta all'accusa dimostrare l'effettiva disponibilità del condannato e la fittizietà dell'intestazione, nonché la sproporzione rispetto ai redditi del terzo. La Suprema Corte ha quindi annullato il provvedimento di confisca, rinviando alla Corte d'appello per un nuovo esame dei documenti difensivi.
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Custodia cautelare in carcere: l’età non cancella il pericolo
Il Tribunale di Reggio Calabria confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, aggravate dal metodo mafioso. La difesa proponeva ricorso per cassazione, contestando l'identificazione dell'indagato nelle intercettazioni telefoniche e l'assenza di esigenze cautelari, valorizzando la sua giovane età e l'incensuratezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che, per reati di tale gravità, opera una presunzione relativa di pericolosità sociale. Di conseguenza, spetta alla difesa fornire la prova contraria per evitare la custodia cautelare in carcere, elemento non avvenuto nel caso di specie. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Associazione di stampo mafioso: la lite familiare porta in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione di stampo mafioso. La vicenda nasce da una lite familiare per una separazione, degenerata in scontri armati tra due clan rivali. L'indagato è intervenuto attivamente per mediare il conflitto, parlando a nome del proprio gruppo criminale e usando espressioni tipiche del gergo mafioso. La difesa sosteneva che l'intervento fosse solo di natura personale e familiare. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che la mediazione dimostrasse la sua piena organicità al clan. Per questo reato opera una presunzione di pericolosità che impone il carcere, superabile solo provando la totale rescissione dei legami con l'organizzazione, prova che la difesa non ha fornito. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Dimissioni inutili: confermata la custodia cautelare in carcere
Un operatore portuale, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico internazionale, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi, evidenziando la partecipazione a soli due episodi e le dimissioni volontarie dal lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione della custodia cautelare in carcere, bastano gravi indizi di colpevolezza senza la necessità di precisione e concordanza richieste per la condanna. Inoltre, le dimissioni non eliminano il pericolo di reiterazione del reato, poiché i legami criminali e la disponibilità del badge d'accesso al porto persistevano. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato contestava la mancanza di prove sul suo ruolo specifico nel gruppo criminale a conduzione familiare operante in Calabria. I giudici hanno invece confermato la solidità del quadro indiziario, basato su videoriprese di cessioni di droga, intercettazioni con linguaggio criptico e dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che per la configurabilità del reato associativo basta una struttura minima e un accordo anche informale tra almeno tre persone. Inoltre, opera la presunzione di adeguatezza del carcere, non superata dalla difesa. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Associazione finalizzata al narcotraffico: ruolo minimo, carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato sosteneva l'assenza di prove sulla sua stabile partecipazione al gruppo criminale e contestava la necessità della misura carceraria. I giudici hanno chiarito che per la configurabilità del reato associativo non occorre una struttura complessa, ma basta un accordo anche informale tra almeno tre persone con compiti distribuiti. Nel caso specifico, i filmati e le intercettazioni dimostravano il ruolo attivo dell'indagato nell'occultamento e nella vendita di marijuana per conto del sodalizio. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza di gravi indizi e il concreto pericolo di recidiva, ritenendo inadeguati gli arresti domiciliari e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Misure cautelari personali: l’asta è chiusa ma il pericolo resta
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico l'obbligo di firma, nei confronti di un'indagata per turbativa d'asta aggravata dal metodo mafioso. La difesa chiedeva la revoca della misura sostenendo che, essendo l'asta immobiliare ormai conclusa ed essendo l'indagata incensurata, non vi fosse più il pericolo di commettere altri reati. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando che la condotta faceva parte di un piano criminale più ampio per riacquistare i beni di famiglia. Inoltre, la presenza dell'aggravante mafiosa fa scattare una presunzione di pericolosità che l'indagata non è riuscita a smentire. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non salva dalla mafia
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un soggetto accusato di associazione mafiosa. La difesa proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che il decorso di un anno e otto mesi dai fatti contestati, definito tempo silente, avesse fatto venire meno le esigenze cautelari di recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che, per i reati di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità sociale. Il semplice decorso del tempo, senza una reale dissociazione dall'organizzazione o altri elementi concreti di rottura, non è sufficiente a superare tale presunzione e a evitare la custodia cautelare in carcere.
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Contestazioni a catena: l’ordine di arresto che salva la custodia
Il caso riguarda un indagato sottoposto a due diverse misure cautelari per estorsione e associazione mafiosa. L'indagato ha richiesto l'inefficacia della misura per associazione mafiosa, invocando la retrodatazione dei termini di custodia cautelare per evitare le cosiddette contestazioni a catena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, ai fini del calcolo della retrodatazione, la prima ordinanza è quella eseguita per prima cronologicamente, non quella emessa per prima. Inoltre, trattandosi di associazione mafiosa (reato permanente con contestazione aperta), opera la presunzione di prosecuzione della condotta criminosa in assenza di prove contrarie fornite dalla difesa. Di conseguenza, non sussistendo i presupposti per la retrodatazione, la misura cautelare resta pienamente efficace e l'indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
L'Imputato, condannato in appello a oltre dodici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti (il cosiddetto "tempo silente") e la condotta non più pericolosa avessero affievolito le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il decorso del tempo non attenua automaticamente la pericolosità sociale del soggetto. Nei contesti di criminalità organizzata, la gravità dei reati commessi richiede elementi concreti e rigorosi per superare la presunzione di adeguatezza della misura carceraria, non bastando la mera rinuncia ad alcuni motivi di appello o il riconoscimento di generiche attenuanti. L'Imputato rimane quindi in carcere.
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Evasione contributiva o omissione: l’avvocato batte l’INPS
Un avvocato riceveva dall'INPS un avviso di addebito per contributi omessi alla Gestione Separata. La Corte d'Appello riteneva prescritti i contributi di un anno e applicava alle restanti somme le sanzioni più lievi per omissione anziché per evasione contributiva, accertando la buona fede del professionista: i suoi redditi erano infatti facilmente verificabili dal fisco tramite la dichiarazione dei redditi (quadro CM), nonostante la mancata compilazione del quadro specifico (quadro RR). L'INPS ricorreva in Cassazione sostenendo che la mancata comunicazione integrasse automaticamente un'ipotesi di evasione contributiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente previdenziale, confermando che la valutazione sulla buona fede del contribuente spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. L'INPS perde la causa.
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Scambio elettorale politico-mafioso: no al carcere su sospetti
Un candidato alle elezioni regionali viene sottoposto a custodia in carcere per l'ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso, avendo presumibilmente accettato il sostegno di un clan in cambio di denaro. Successivamente, il GIP attenua la misura concedendo gli arresti domiciliari, poich" lo svolgimento delle elezioni ha ridotto il pericolo di reiterazione del reato. Il Tribunale, su appello del Pubblico Ministero, ripristina il carcere basandosi sul solo dispositivo di un'altra decisione non ancora motivata. La Corte di Cassazione annulla il provvedimento di ripristino, stabilendo che il giudice non pu" basarsi su supposizioni senza aver letto le motivazioni scritte del provvedimento precedente. Inoltre, per questo reato non vige una presunzione assoluta di adeguatezza del carcere, consentendo al giudice di valutare elementi di novit per alleggerire la misura.
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Custodia cautelare in carcere: spaccio di droga, non affitto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Partecipante contro la misura della custodia cautelare in carcere. L'indagato era accusato di far parte di un'associazione dedita allo spaccio di cocaina e marijuana a Giardini Naxos, con l'aggravante di voler agevolare un noto clan mafioso locale. La difesa sosteneva che i contatti telefonici fossero legati alla locazione di un bar e contestava l'attendibilità del collaboratore di giustizia. La Suprema Corte ha però confermato la validità del quadro indiziario, ribadendo che l'interpretazione delle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito. Non essendo stati presentati elementi idonei a superare la presunzione di pericolosità, la misura carceraria è stata confermata.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso della Procura contro l'annullamento della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al narcotraffico. Il Tribunale del Riesame aveva revocato la misura ritenendo insussistenti i pericoli di fuga, inquinamento delle prove e reiterazione del reato, valorizzando il tempo trascorso dai fatti. La Cassazione ha chiarito che, per reati associativi gravi, opera una presunzione relativa di pericolosità. Il semplice decorso del tempo non basta a superare tale presunzione, soprattutto se l'indagato ricopriva un ruolo di promotore e organizzatore e ha commesso altri reati recenti. La decisione sulla custodia cautelare in carcere è stata quindi annullata limitatamente al pericolo di reitera, con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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Equo indennizzo legge Pinto: la passività cancella il risarcimento
Una società ha richiesto un equo indennizzo legge Pinto per l'irragionevole durata di un processo civile durato oltre quindici anni in primo grado. Tuttavia, nel successivo grado di appello, la società è rimasta contumace e la causa si è estinta per inattività delle parti. La Corte d'Appello ha quindi revocato l'indennizzo inizialmente concesso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando che la valutazione della durata del processo deve essere globale e non limitata a una sola fase. Inoltre, la contumacia e l'estinzione per inattività fanno scattare la presunzione legale di assenza di danno, che la società non ha superato con prove concrete. Vince il Ministero della Giustizia: nessun indennizzo è dovuto.
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