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Presunzione Relativa

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383 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Competenza territoriale nei reati tributari: condanna annullata
La rappresentante legale di una società veniva condannata per il reato di dichiarazione fraudolenta tramite l'uso di fatture per operazioni inesistenti. La difesa eccepiva l'incompetenza del Tribunale di Monza, poiché la sede legale ed effettiva dell'azienda si trovava a Limbiate, comune compreso nel circondario del Tribunale di Milano. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la competenza territoriale nei reati tributari legati alla dichiarazione delle persone giuridiche si determina in base al domicilio fiscale (sede legale), salvo prova di sede fittizia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio le sentenze di merito e ha disposto la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero di Milano.
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Accertamento bancario e onere della prova: il fisco vince
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento IRPEF nei confronti di un contribuente per un bonifico ricevuto dalla Cina. Il contribuente ha sostenuto che si trattasse di prestiti a lungo termine, senza tuttavia fornire prove documentali concrete. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando che i versamenti sul conto corrente fanno scattare la presunzione legale di reddito imponibile. In questi casi opera l'inversione dell'onere della prova: spetta al cittadino dimostrare la natura non tassabile delle somme ricevute. La Corte ha chiarito che l'accertamento bancario e onere della prova si applica a tutti i soggetti, compresi i lavoratori dipendenti e i non occupati, e che semplici affermazioni generiche non bastano a superare la contestazione del fisco. Il contribuente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Equa riparazione legge Pinto: indennizzo anche per cause minime
Un lavoratore ha richiesto l'equa riparazione legge Pinto per l'eccessiva durata di una causa di lavoro durata oltre sette anni per recuperare 600 euro di stipendi arretrati. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che il danno non fosse stato dimostrato e che il valore della causa fosse irrisorio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore. I giudici hanno stabilito che il danno morale causato dalla lentezza della giustizia si presume sempre, senza che il cittadino debba dimostrarlo. Inoltre, il valore modesto della causa non cancella il diritto all'indennizzo, ma può solo limitarne l'importo massimo. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: incastrato il meccanico
Un meccanico incensurato, custode di droga per un'associazione criminale, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa contestava l'utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche provenienti da un diverso procedimento per tentata estorsione, lamentando la mancanza di connessione tra i reati e l'assenza di una motivazione espressa sulla loro indispensabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato la piena utilizzabilità delle intercettazioni per reati con arresto obbligatorio in flagranza, come il narcotraffico. La Corte ha chiarito che il requisito dell'indispensabilità può essere motivato anche implicitamente nel provvedimento cautelare. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere.
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Gratuito patrocinio: negato al boss con lo stipendio del clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto, condannato per associazione mafiosa, contro il diniego del gratuito patrocinio. La legge prevede una presunzione di superamento dei limiti di reddito per chi è condannato per reati di mafia, sul presupposto che abbia percepito guadagni illeciti. Nel caso specifico, le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia hanno confermato che il ricorrente riceveva un regolare stipendio dall'organizzazione criminale. Il detenuto non ha fornito prove contrarie idonee a dimostrare la sua reale condizione di povertà, limitandosi a indicare aiuti leciti da parte dei familiari. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il rifiuto del beneficio e ha condannato l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Presunzione di fruttuosità dei capitali all’estero: Fisco vince
Il caso nasce dall'inserimento del nome di un contribuente in una lista di clienti di un professionista svizzero, legata alla creazione di trust esteri. L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento per capitali non dichiarati all'estero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che per i capitali non dichiarati nel quadro RW opera la presunzione di fruttuosità dei capitali all'estero. Di conseguenza, si presume che le somme detenute oltreconfine continuino a esistere e a produrre interessi anche negli anni successivi, a meno che il contribuente non fornisca la prova contraria della loro dismissione o della loro infruttuosità.
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Esigenze cautelari: il tempo cancella il pericolo di cella
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione a delinquere e traffico illecito di biomasse. La difesa ricorreva in Cassazione contestando la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che l'indagato si trovava gia in custodia da cinque anni per fatti risalenti al periodo 2014-2017. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando l'ordinanza limitatamente alle esigenze cautelari. I giudici hanno stabilito che il tempo trascorso dai fatti deve essere sempre valutato dal giudice per verificare la persistenza del pericolo, anche in presenza di reati gravi che prevedono una presunzione di pericolosita. La decisione e stata quindi rinviata al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Custodia cautelare in carcere: legittima difesa o agguato?
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di omicidio in concorso. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando l'utilizzabilità dei fotogrammi estratti dai video di sorveglianza e invocando la legittima difesa, sostenendo di aver reagito a un agguato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva. I giudici hanno chiarito che per la custodia cautelare in carcere basta la sintesi della polizia giudiziaria sui video e che la legittima difesa è esclusa se si inseguono gli aggressori in fuga. Inoltre, il concorso di persone non richiede un accordo preventivo, bastando un'intesa spontanea durante l'azione.
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Permesso premio: il detenuto modello vince contro il silenzio
Il Tribunale di Sorveglianza negava il permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per reati associativi, motivando il rigetto con la mancata giustificazione della scelta di non collaborare con la giustizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando il proprio eccellente percorso rieducativo (quattro lauree conseguite) e l'illegittimità di tale pretesa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che, dopo la storica sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019, la mancata collaborazione non costituisce un divieto assoluto. Inoltre, a causa dell'entrata in vigore del D.L. 162/2022, che ha ridisegnato i requisiti per l'accesso ai benefici per i non collaboranti, i giudici di merito dovranno rivalutare il caso. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio, imponendo un nuovo esame basato sulla nuova normativa.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato aveva avanzato una rinuncia al ricorso, risultata priva di idonea procura speciale. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati di stampo mafioso può essere superata solo provando la rescissione dei legami con l'associazione criminale. Nel caso di specie, i risalenti e consolidati legami con la criminalità organizzata e i gravi precedenti penali escludono l'applicazione di misure meno afflittive, rendendo irrilevanti anche le esigenze familiari prospettate dalla difesa.
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Esigenze cautelari: il tempo cancella la custodia in carcere
Il Tribunale di Catanzaro confermava la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata al narcotraffico. L'indagato ricorreva in Cassazione contestando sia i gravi indizi sia la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando il lungo tempo trascorso dai fatti, avvenuti nel 2017, e l'assenza di nuovi reati. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile la contestazione sugli indizi, ma ha accolto il ricorso sul secondo punto. I giudici hanno stabilito che il decorso del tempo e la possibilità di applicare misure meno severe, come gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, richiedono una motivazione specifica e non formule generiche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame sulle esigenze cautelari.
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Esigenze cautelari: il tempo cancella il carcere preventivo
Un indagato è stato sottoposto a custodia in carcere per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2018 per riscuotere il pizzo da un imprenditore. La difesa ha fatto ricorso contestando la sussistenza delle esigenze cautelari a distanza di oltre quattro anni dai fatti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su questo punto specifico. Pur confermando i gravi indizi di colpevolezza e l'aggravante mafiosa, la Corte ha stabilito che il lungo tempo trascorso attenua la presunzione di pericolosità sociale. Il Tribunale del Riesame avrebbe dovuto valutare concretamente se le esigenze cautelari fossero ancora attuali, non potendosi limitare a formule generiche sul contesto criminale. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: anche il silenzio è complicità
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere a carico di un indagato accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'assenza di prove di una sua reale partecipazione, evidenziando che l'indagato era rimasto in silenzio durante le riunioni del gruppo criminale. I giudici hanno invece stabilito che la semplice presenza silenziosa ("convitato di pietra") alle riunioni operative tenutesi a casa del capo del sodalizio dimostra la piena condivisione del programma criminoso. Inoltre, l'indagato avrebbe dovuto maneggiare armi da fuoco. Di conseguenza, opera la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere prevista dalla legge, non superata dalle argomentazioni difensive. Il ricorso è stato rigettato.
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Traffico di stupefacenti: carcere anche senza contatti col boss
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione lamentando l'omessa valutazione di una memoria difensiva, l'errata qualificazione dei fatti come reati di non lieve entità e l'assenza di contatti diretti con il capo del sodalizio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omesso esame di una memoria non invalida automaticamente la decisione e che, per la sussistenza del reato associativo, non occorrono contatti diretti con tutti i membri, bastando la consapevolezza di operare per un fine comune. Infine, la qualificazione di lieve entità richiede una valutazione globale e non meramente statistica. L'indagato resta in carcere.
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Presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari e tempo
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva revocato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale aveva ritenuto superata la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari basandosi unicamente sul tempo trascorso dai fatti (circa quattro anni). La Cassazione ha chiarito che il semplice decorso del tempo non basta a escludere la pericolosità sociale. Il giudice deve valutare globalmente altri elementi concreti, come la perdurante frequentazione con i complici, la struttura familiare del gruppo criminale e l'alto livello del traffico gestito. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Presunzione di esigenze cautelari: il tempo non cancella il carcere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva revocato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di droga. Il Tribunale aveva ritenuto superata la presunzione di esigenze cautelari solo per il tempo trascorso dai fatti (circa quattro anni di "tempo silente"). La Cassazione ha chiarito che il semplice decorso del tempo non basta a escludere la pericolosità sociale. Il giudice deve valutare globalmente la personalità del soggetto, i suoi precedenti specifici risalenti nel tempo e il ruolo di rilievo ricoperto all'interno di un sodalizio criminale a conduzione familiare. La decisione di scarcerazione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Spaccio e attualità del pericolo di reiterazione: sì al carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso e della parziale disarticolazione del gruppo criminale. La Suprema Corte ha invece confermato l'attualità del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando che l'indagato ha continuato l'attività di spaccio anche dopo un precedente arresto, mostrando totale indifferenza per la giustizia. Il sodalizio ha semplicemente spostato le piazze di spaccio per eludere i controlli. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: famiglia e lavoro non salvano
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga. Nonostante la difesa sostenesse la mancanza di un pericolo attuale, evidenziando che l'indagato aveva trovato lavoro e formato una famiglia, i giudici hanno ritenuto concreto il rischio di recidiva. L'uomo, infatti, aveva continuato a collaborare con l'organizzazione criminale anche dopo un primo arresto, dimostrando indifferenza verso i provvedimenti giudiziari. La Suprema Corte ha chiarito che la nascita di un figlio con una coindagata non basta a superare la presunzione di pericolosita, dichiarando il ricorso inammissibile e confermando la misura restrittiva.
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Custodia cautelare in carcere: pena ridotta ma niente domiciliari
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato condannato in appello per reati tributari e riciclaggio aggravati dal metodo mafioso. L'imputato chiedeva la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, evidenziando la riduzione della pena in secondo grado e il tempo già trascorso in detenzione. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del diniego. Nei reati di stampo mafioso opera infatti una presunzione relativa di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere. Il semplice decorso del tempo o la riduzione della pena non costituiscono elementi di novità sufficienti a superare tale presunzione, rimanendo intatta la valutazione di elevata pericolosità sociale del soggetto.
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Sequestro di smartphone e chat: il carcere resta legittimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per traffico di droga aggravato dal metodo mafioso. La difesa contestava l'utilizzabilità dei dati estratti dal telefono di un coindagato, ritenendo che l'acquisizione delle chat richiedesse garanzie particolari. I giudici hanno chiarito che il sequestro di smartphone e chat è legittimo se eseguito con decreto del Pubblico Ministero, senza necessità di preventiva autorizzazione del giudice. I messaggi memorizzati sul dispositivo, pur tutelati come corrispondenza, possono essere analizzati tramite copia forense. Inoltre, l'aggravante mafiosa è configurabile poiché l'indagato era consapevole del contesto criminale in cui operava. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere.
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