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Preposto

18 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Quello di prevosto (o anche preposto, in Toscana proposto, in latino praepositus) è uno dei titoli di cui si può fregiare un presbitero della Chiesa cattolica; esso è un titolo prelatizio. Quello di prevosto è spesso confuso con il titolo di arciprete (che in rari casi è ad esso equiparato) o di decano (il cui ufficio può essere ricoperto anche da un prevosto) ed in certi casi è assegnato per tradizione ad un parroco (es: nella città di Milano). In corrispondenza con la sua origine etimologica, præpositus "posto innanzi, posto al comando" il termine si è storicamente prestato ad indicare diversi tipi di funzionari, non solo nell'amministrazione ecclesiastica, ma anche in quella civile, posti a capo di qualche particolare servizio pubblico. Per esempio, in Francia ed in altri paesi il prévôt è stato per lungo tempo, a partire dal medioevo, colui che era delegato ad amministrare e proprietà reali, riscuotere le tasse e, soprattutto giudicare, divenendo col tempo la principale autorità giudiziaria di prima istanza. Ancor oggi nei paesi anglofoni il Provost Marshal è il capo della polizia militare (a sua volta detta, a volte, provost). In alcune diocesi i prevosti non hanno solo un titolo onorifico, ma sono dei veri e propri vicari foranei incaricati di coordinare la pastorale in una porzione di territorio e con una certa autorità sui parroci delle diverse parrocchie. A seconda dei privilegi storicamente legati al titolo parrocchiale, il prevosto può anche essere mitriato se ha diritto ad indossare la mitria bianca durante le celebrazioni liturgiche solenni. Un altro privilegio di molti prevosti era quello di portare la ferula. Il vestiario ufficiale per il ruolo di prevosto è il seguente: abito nero, calze paonazze, fascia nera, rocchetto, mozzetta paonazza, tricorno nero (in alcune occasioni: cappamagna nera con mozzetta paonazza).

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Falsificazione dell’assegno bancario: banca esente da colpa
Una società inviava un assegno postale di piccolo importo, poi sottratto durante la consegna e incassato fraudolentemente per oltre novantasettemila euro presso un istituto di credito da un soggetto illegittimo. La società creditrice citava in giudizio le banche e l'ente postale per ottenere l'integrale risarcimento del danno subito. I giudici di merito escludevano la responsabilità delle banche e limitavano l'indennizzo dovuto dal servizio postale. La Corte di Cassazione ha confermato che la falsificazione dell'assegno bancario comporta la responsabilità dell'istituto solo qualora l'alterazione risulti visibile a prima vista da un impiegato medio, senza l'uso di attrezzature speciali o competenze grafologiche. Inoltre, l'omessa custodia della corrispondenza da parte del dipendente postale ricade nell'ambito contrattuale e non integra responsabilità aquiliana verso il mittente.
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Turbata libertà degli incanti: condotte pre-gara e ruolo del preposto
Due soggetti, un dipendente di un'azienda privata e un dirigente di una struttura ospedaliera pubblica, sono stati accusati di **turbata libertà degli incanti**. Essi avrebbero colluso per manipolare una gara d'appalto per la realizzazione di un data center, al fine di favorire l'azienda del dipendente. La Corte d'Appello ha confermato le condanne, pur riducendo alcune pene. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo che le condotte pre-gara possono alterare l'esito finale e che il ruolo del dirigente rientra nella figura del "preposto". La prescrizione non è stata ritenuta rilevante a causa dell'inammissibilità dei ricorsi. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una multa.
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Confisca di prevenzione: beni intestati ai familiari bloccati
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della confisca di prevenzione e della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto legato ad associazioni criminali e dei suoi familiari. I giudici hanno respinto i ricorsi dei parenti, considerati intestatari fittizi di beni mobili e immobili. L'analisi economico-patrimoniale ha evidenziato una netta sproporzione tra i redditi dichiarati e gli acquisti effettuati. Le intercettazioni telefoniche hanno inoltre provato la volontà del soggetto principale di nascondere il proprio patrimonio intestandolo ai congiunti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili le doglianze, confermando la continuità della pericolosità sociale e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Esposizione alla pubblica fede: porta vigilata e niente reato
Un avventore, infastidito dal diniego di accesso a una sala giochi, ha colpito con violenza la porta d'ingresso danneggiando la serratura e il telaio. Nei primi gradi di giudizio, l'uomo è stato condannato per danneggiamento aggravato, sull'assunto che il bene fosse protetto dall'esposizione alla pubblica fede. La Corte di Cassazione ha invece annullato la condanna, evidenziando che il dipendente era presente proprio sulla soglia dell'ingresso per impedire l'accesso. La sorveglianza diretta ed effettiva da parte del lavoratore esclude l'esposizione alla pubblica fede. Senza tale aggravante, l'episodio rientra nel danneggiamento semplice, condotta depenalizzata che non costituisce più reato. L'imputato è stato quindi prosciolto definitivamente.
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Risarcimento danni da illecito del preposto: negato il rimborso
Un gruppo di risparmiatori ha chiesto il risarcimento danni da illecito del preposto nei confronti di una compagnia assicurativa, sostenendo che l'agente avesse incassato ingenti somme senza rilasciare i contratti di investimento. I giudici di merito hanno respinto la domanda per carenza di prove e difetto di specificità degli atti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei risparmiatori. Gli ermellini hanno evidenziato che le richieste di prova testimoniale non erano state specificamente riproposte al momento della precisazione delle conclusioni nel primo grado, intendendosi così abbandonate. Inoltre, i documenti prodotti privi di data certa non bastavano a dimostrare l'effettiva consegna del denaro. I risparmiatori sono stati condannati a pagare le spese legali.
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Cantiere e pericoli stradali: la responsabilità per infortunio
Durante l'allestimento di un cantiere stradale, un camion in transito urta il braccio di una gru che sporgeva oltre l'area delimitata. L'impatto fa oscillare il macchinario, colpendo al volto un operaio e causandogli lesioni gravissime e deformazioni permanenti. La Corte d'Appello condanna il datore di lavoro e la società cooperativa al risarcimento dei danni e al pagamento di una provvisionale di 150.000 euro, rilevando l'omessa valutazione dei rischi da traffico veicolare nel Piano Operativo di Sicurezza. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi della difesa e conferma integralmente la responsabilità per infortunio sul lavoro. La presenza di un preposto in cantiere non esonera il datore di lavoro dall'obbligo di programmare e specificare le cautele necessarie contro i pericoli della circolazione stradale.
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Responsabilità penale sicurezza alimentare: vertice o preposto?
Un procuratore speciale, responsabile della sicurezza alimentare di una catena di supermercati, era stato condannato per la cattiva conservazione di cibi in un punto vendita. La Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo che la responsabilità penale sicurezza alimentare non può essere attribuita automaticamente al vertice aziendale solo per la sua carica. Nelle strutture complesse e articolate in più sedi, la responsabilità per le violazioni igienico-sanitarie ricade sul preposto alla singola unità locale, anche in assenza di una delega scritta formale, salvo che il problema derivi da scelte strutturali o organizzative generali del titolare. La Corte ha quindi rinviato il caso per un nuovo esame.
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Sicurezza sul lavoro: condanna per il supervisore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omicidio colposo a carico di un responsabile di linea ferroviaria per un incidente mortale legato alla sicurezza sul lavoro. Un operaio è deceduto per folgorazione da arco voltaico durante la sostituzione di cavi elettrici in alta tensione. La Corte ha rilevato che il supervisore, pur essendo presente in cantiere e avendo consegnato i materiali, non ha impedito l'inizio dei lavori nonostante l'assenza del distacco della corrente e del blocco della circolazione. La decisione sottolinea come la consapevolezza del pericolo e l'omessa vigilanza integrino la responsabilità penale del preposto, rendendo inammissibile il ricorso basato su una diversa lettura dei fatti già accertati nei gradi di merito.
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Confisca antimafia: sproporzione e prova dei redditi
La Corte di Cassazione ha analizzato il ricorso relativo a una confisca antimafia applicata a diversi beni immobili e quote societarie. Il fulcro della decisione riguarda la sproporzione tra gli investimenti effettuati e i redditi leciti dichiarati dai soggetti coinvolti, ritenuti vicini a organizzazioni criminali. Mentre la maggior parte delle confische è stata confermata a causa di finanziamenti fittizi e mancanza di prove sulla provenienza lecita dei capitali, la Corte ha annullato con rinvio la decisione su un singolo immobile per totale assenza di motivazione da parte del giudice d'appello.
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Preposto di fatto e sicurezza: la sentenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omicidio colposo aggravato nei confronti di un soggetto che agiva come preposto di fatto in un cantiere edile. Nonostante l'imputato sostenesse di essere un semplice tecnico commerciale, le prove hanno dimostrato che egli impartiva ordini e gestiva la sicurezza. La morte di un operaio, caduto da un tetto privo di protezioni collettive e individuali, è stata imputata alla sua negligenza, avendo egli permesso la prosecuzione dei lavori nonostante l'assenza di misure di sicurezza e un precedente avviso di sospensione. La parola_chiave preposto di fatto è stata determinante per stabilire la responsabilità penale basata sulle funzioni realmente svolte.
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Responsabilità preponente: la società paga i danni
La Corte di Cassazione ha confermato la Responsabilità preponente di una compagnia assicurativa per l'appropriazione indebita di premi compiuta da un suo agente generale. Il caso riguardava il versamento di ingenti somme per polizze vita mai attivate. La Corte ha stabilito che il nesso di occasionalità necessaria sussiste poiché l'agente ha utilizzato la modulistica e la posizione aziendale per trarre in inganno il cliente. La prova della dazione del denaro, supportata da dichiarazioni dell'agente e presunzioni gravi, è stata ritenuta sufficiente per condannare la società al risarcimento in solido.
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Responsabilità del preponente e prova del pagamento
Una risparmiatrice ha citato in giudizio una compagnia assicurativa invocando la Responsabilità del preponente per l'operato di un agente che avrebbe incassato 80.000 euro per una polizza vita mai attivata. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso poiché la prova del pagamento non era stata fornita in modo rigoroso nei gradi di merito. La dichiarazione dell'agente è stata ritenuta non vincolante per la società in quanto resa al di fuori dei poteri conferiti e priva di riscontri documentali certi.
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Responsabilità del preponente: la Cassazione decide
Una società estera ha citato in giudizio una compagnia assicurativa e la sua agenzia generale per i danni derivanti da polizze fideiussorie false emesse da un sub-agente. Dopo il rigetto nei primi due gradi di giudizio, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. La Corte ha ribadito che la responsabilità del preponente, in questo caso la compagnia assicurativa, è di natura oggettiva ai sensi dell'art. 2049 c.c. e si fonda sul nesso di 'occasionalità necessaria' tra le mansioni affidate al sub-agente e l'illecito commesso, a prescindere da una colpa diretta della compagnia o dal fatto che la vittima non avesse verificato i poteri del sub-agente. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Responsabilità disastro ferroviario: condanne definitive
La Cassazione conferma le condanne per il rischio di disastro ferroviario causato da una collisione in galleria. L'analisi si concentra sulla responsabilità del datore di lavoro, del preposto e del direttore lavori per la mancata adozione di adeguate misure di sicurezza, evidenziando le lacune del POS e l'inefficacia della delega di funzioni.
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Delega di funzioni: quando non esonera il datore?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un datore di lavoro per violazioni della sicurezza, nonostante una delega di funzioni a un preposto. La Corte ha stabilito che la delega è inefficace se il datore di lavoro mantiene per sé un ruolo specifico di vigilanza, come quello di responsabile del servizio di prevenzione e protezione sul cantiere, conservando così la responsabilità penale per gli infortuni.
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Responsabilità datore di lavoro: non basta il preposto
La Cassazione conferma la condanna di una datrice di lavoro per violazioni della sicurezza in cantiere. La nomina di un preposto non esonera dalla responsabilità datore di lavoro per carenze organizzative. Un'archiviazione per tenuità del fatto ex art. 131-bis c.p.p. può essere considerata un precedente ostativo alla sospensione condizionale della pena.
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Legittimazione querela furto: chi può denunciare?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un individuo accusato di furto, il quale contestava la legittimazione querela furto presentata dal preposto dell'impresa proprietaria dei beni. La Corte stabilisce che non solo il proprietario, ma anche chi ha una 'detenzione qualificata' del bene (come un custode o un responsabile), è persona offesa dal reato e ha quindi il pieno diritto di sporgere querela, in quanto titolare di una relazione autonoma con la cosa sottratta.
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Responsabilità del preposto: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un collaboratore, ritenuto responsabile in solido con una compagnia assicurativa per una truffa ai danni di alcuni investitori. La decisione si fonda sul principio del giudicato interno: non avendo impugnato la sentenza di primo grado, il ricorrente non poteva contestare in Cassazione la base giuridica della sua condanna, ormai divenuta definitiva. La sua inazione ha reso la questione della sua responsabilità del preposto non più discutibile.
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