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Permesso Premio

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416 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Permesso premio: la Cassazione cancella il no automatico
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la concessione di un permesso premio a un detenuto condannato per reati ostativi, ritenendo che non avesse dimostrato l'assenza di collegamenti con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che l'onere del richiedente si limita all'allegazione di elementi concreti (come la buona condotta e la partecipazione alla rieducazione), mentre spetta al giudice approfondire l'istruttoria anche d'ufficio. Inoltre, a causa dell'entrata in vigore di una nuova legge (la riforma del 2022 sull'ergastolo ostativo), la Cassazione ha annullato la decisione e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza. Quest'ultimo dovrà rivalutare l'istanza applicando le nuove regole procedurali e svolgendo i necessari accertamenti sul percorso rieducativo del condannato.
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Permesso premio: la buona condotta non cancella la pericolosità
Il Detenuto ha proposto ricorso contro il diniego del permesso premio stabilito dal Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere il permesso premio, la buona condotta in carcere non è sufficiente. È indispensabile accertare l'assenza di pericolosità sociale del condannato. Questa valutazione richiede un rigore ancora maggiore per chi ha commesso reati gravi e deve scontare una pena molto lunga. In questi casi, la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale impedisce la concessione del beneficio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per chi sceglie il crimine
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra diverse condanne per rapina, sostenendo che i fatti fossero legati da un unico disegno criminoso, essendo stati compiuti a breve distanza di tempo, persino durante un permesso premio. Il Tribunale ha respinto la richiesta, evidenziando una semplice dedizione abituale al crimine anziché una programmazione unitaria iniziale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato continuato richiede una pianificazione preventiva, anche di massima, di tutti i reati sin dal primo momento ideativo. La semplice scelta di vita criminale o la ripetizione sistematica di reati non bastano a dimostrare l'esistenza di un disegno unitario, configurando invece una pericolosa abitualità delinquenziale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella il silenzio.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una detenuta, condannata per omicidio in concorso, contro il diniego di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio a causa del rifiuto della donna di confrontarsi con gli educatori sui fatti di causa, mostrando una chiusura totale. La Suprema Corte ha chiarito che, sebbene la confessione del reato non sia un requisito obbligatorio per ottenere il permesso premio, l'assenza di una revisione critica del proprio comportamento impedisce di valutare positivamente la riduzione della pericolosità sociale. Di conseguenza, l'atteggiamento di chiusura verso l'equipe trattamentale rende legittimo il rifiuto del beneficio, a prescindere dalla condotta regolare all'interno del carcere e dalla disponibilità di una struttura di accoglienza esterna.
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Permesso premio negato: buona condotta contro processi aperti
Il Detenuto ha impugnato il rifiuto del Tribunale di Sorveglianza di concedergli un permesso premio. Il ricorrente sosteneva che la sua condotta regolare e l'avvio di un percorso rieducativo fossero sufficienti, ritenendo non necessaria la conclusione della revisione critica del proprio passato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la concessione del permesso premio deve rispettare il principio di gradualità. Nel caso specifico, la presenza di numerosi carichi pendenti e il recente avvio del percorso di recupero rendono prematuro il beneficio. Il Detenuto perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Reato di evasione: uscire durante il permesso premio non è reato
Un detenuto ha ottenuto un permesso premio con l'obbligo di rimanere nel proprio appartamento. Il soggetto ha violato la prescrizione allontanandosi temporaneamente dall'abitazione. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di evasione. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che la legge punisce come evasione solo il mancato o gravemente ritardato rientro in carcere dopo il permesso. La semplice violazione delle prescrizioni domiciliari durante il permesso costituisce unicamente un illecito disciplinare.
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Permesso premio: la Cassazione cancella il no all’ergastolano
Il Detenuto, condannato all'ergastolo per omicidio aggravato da metodo mafioso, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta, ritenendo che l'istante non avesse assolto l'onere di provare l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per ottenere il permesso premio, il detenuto non deve fornire una prova impossibile, ma è sufficiente che alleghi elementi concreti (come la regolare condotta carceraria, la lunga carcerazione e la mancanza di beni) idonei a smentire la sua pericolosità sociale. Il giudice ha poi il dovere di valutare tali elementi e, se necessario, approfondire l'istruttoria d'ufficio.
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Regime di semilibertà negato: buona condotta contro gravità dei reati
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di ammissione al regime di semilibertà avanzata da un detenuto, condannato per omicidio e tentato omicidio. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valorizzazione del suo percorso di volontariato esterno e dei permessi premio già fruiti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale. I giudici hanno evidenziato che, nonostante la condotta regolare, permane una insufficiente revisione critica dei gravissimi reati commessi e una persistente difficoltà nella gestione della rabbia e delle relazioni interpersonali nei momenti di tensione. Di conseguenza, è necessario un ulteriore periodo di osservazione in carcere prima di concedere la misura alternativa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: il parere non basta
Il Condannato, con una condanna a tre anni di reclusione per spaccio di ingenti quantitativi di marijuana, ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, nonostante il parere favorevole degli educatori del carcere, evidenziando la presenza di precedenti penali specifici e la mancanza di una reale rielaborazione critica dei reati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il giudice non è vincolato dalle relazioni degli organi di osservazione penitenziaria. La decisione ribadisce che l'ammissione ai benefici deve rispettare il principio di gradualità, valutando l'effettiva evoluzione della personalità e la pericolosità sociale del soggetto. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio negato: l’ergastolano dissociato resta in cella
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto, condannato all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, contro il diniego del permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto insufficiente la sua generica lettera di dissociazione, evidenziando il suo ruolo di spicco nel clan come custode delle armi e la mancanza di un lavoro. La Suprema Corte ha confermato che, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019 abbia superato il divieto assoluto di benefici per i non collaboranti, spetta comunque al detenuto l'onere di allegare elementi concreti e specifici che dimostrino l'effettiva rescissione dei legami con la criminalità organizzata e l'assenza di pericoli di ripristino. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio negato: il passato criminale frena il riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la concessione di un permesso premio a un detenuto, evidenziando il suo lungo passato criminale e l'avvio troppo recente di un percorso rieducativo. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di Cassazione, spettando tale compito esclusivamente ai giudici di merito. Di conseguenza, il provvedimento di diniego del permesso premio è stato confermato e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: no al diniego per accuse smentite
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato la liberazione anticipata a un detenuto condannato all'ergastolo, ritenendo che non avesse partecipato alla rieducazione a causa di un presunto comportamento minaccioso verso il datore di lavoro della moglie durante un permesso premio e di altre generiche sanzioni disciplinari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che la liberazione anticipata non può essere negata sulla base di contestazioni smentite dai fatti, come la dichiarazione scritta della presunta vittima che escludeva le minacce, o di sanzioni disciplinari non meglio specificate. Ogni infrazione deve essere valutata concretamente e bilanciata con la condotta complessiva del detenuto.
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Permesso premio: la condotta formale non cancella il passato
Il Detenuto, condannato per gravi reati di stampo mafioso, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda a causa della mancata prova della rottura dei legami con la criminalità organizzata e dell'insufficienza dei risarcimenti offerti alle vittime. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per i reati ostativi, il detenuto non collaboratore deve dimostrare un reale percorso rieducativo, una revisione critica del proprio passato e l'adempimento effettivo degli obblighi risarcitori, non bastando un comportamento formale di semplice adesione alle regole carcerarie.
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Permesso premio negato: senza risarcimento niente libertà
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Detenuto contro il diniego di concessione di un permesso premio. Il richiedente, condannato per reati ostativi e non collaborante con la giustizia, non ha dimostrato la rottura dei legami con la criminalità organizzata né l'adempimento degli obblighi di riparazione civile verso le vittime. La Suprema Corte ha ribadito che, secondo la riforma Cartabia, l'accesso ai benefici penitenziari per i detenuti non collaboratori richiede prove rigorose sia sulla mancanza di pericolosità sociale sia sul risarcimento del danno, o sull'assoluta impossibilità di provvedervi. Di conseguenza, il diniego è stato confermato e Il Detenuto è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso premio: no al diniego basato su semplici sospetti
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il permesso premio a un detenuto, temendo collegamenti con la criminalità organizzata basati su fatti passati, nonostante l'avvio di un percorso rieducativo positivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, annullando il provvedimento. I giudici di legittimità hanno chiarito che per la concessione del permesso premio non serve il completamento della revisione critica del proprio passato, ma basta che tale percorso sia iniziato in modo significativo. Inoltre, il diniego non può basarsi su semplici sospetti probabilistici o condotte antecedenti alla carcerazione senza elementi concreti e attuali. Il caso torna al Tribunale per una nuova valutazione.
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Permesso premio: la Cassazione respinge il detenuto ribelle
Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione contro il rifiuto del Tribunale di Sorveglianza di concedergli un permesso premio. I giudici di merito avevano respinto la richiesta a causa della condotta indisciplinata dell'uomo, caratterizzata da gravi violazioni delle regole carcerarie, sanzioni disciplinari e un carattere fortemente impulsivo evidenziato nella relazione di sintesi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché riproduceva semplicemente le medesime obiezioni già respinte in precedenza, senza contestare validamente la decisione. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il diniego del beneficio e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: no se il lavoro è a rischio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva la concessione di misure alternative alla detenzione, in particolare l'affidamento in prova e la semilibertà. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato i benefici evidenziando che il detenuto proponeva di lavorare nella stessa attività (trasporto di pane) utilizzata in precedenza per occultare e trasportare un ingente carico di cocaina per conto della criminalità organizzata. Inoltre, i datori di lavoro proposti (padre e fratello) avevano gravi precedenti penali. La Cassazione ha confermato che tale contesto lavorativo e familiare non garantisce un sicuro percorso di risocializzazione, richiedendo invece una graduale sperimentazione tramite permessi premio prima di concedere la semilibertà. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in permesso premio: la Cassazione nega ogni sconto
Un uomo, mentre beneficiava di un permesso premio dal carcere, ha commesso un furto in abitazione ai danni di un vicino. Le forze dell'ordine lo hanno trovato in possesso della refurtiva, e l'imputato ha fornito versioni contraddittorie sulla provenienza dei beni. Dopo la condanna nei primi due gradi di giudizio, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e la mancata concessione delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il giudizio di legittimità non può rivalutare le prove già esaminate. Inoltre, la commissione del furto in permesso premio dimostra una spiccata pericolosità sociale, giustificando pienamente l'applicazione della recidiva e il diniego delle attenuanti generiche. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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No all’affidamento in prova al servizio sociale senza pentimento
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato per estorsione la misura dell'affidamento in prova al servizio sociale. Nonostante l'incensuratezza e le prospettive lavorative, i giudici hanno rilevato l'assenza di una reale revisione critica del reato, avendo il soggetto definito la pena "eccessiva". La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che la concessione della misura richiede non solo l'assenza di elementi negativi, ma anche un percorso rieducativo concreto e avviato. Nel caso specifico, l'esecuzione della pena era iniziata da poco tempo e il percorso di risocializzazione era ancora in una fase embrionale, senza che il condannato avesse mai usufruito di permessi premio.
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Permesso di necessità: il termine di 24 ore blocca il ricorso
Il Detenuto ha proposto ricorso contro la decisione della Corte di appello che ha dichiarato tardivo il suo reclamo contro il diniego di un permesso di necessità. Il ricorrente sosteneva l'illegittimità del termine di ventiquattro ore per proporre il reclamo, chiedendo l'applicazione analogica di una sentenza costituzionale riguardante il permesso premio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il termine di ventiquattro ore per il permesso di necessità è pienamente legittimo e giustificato dall'estrema urgenza e celerità della procedura, a differenza del permesso premio. Di conseguenza, il mancato rispetto del termine perentorio rende il reclamo tardivo e preclude l'esame dei motivi di merito.
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