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Permesso Premio — Anno 2023

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100 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Permesso Premio

Provvedimenti

Permesso premio: la Cassazione cancella il no all’ergastolano
Il Detenuto, condannato all'ergastolo per omicidio aggravato da metodo mafioso, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta, ritenendo che l'istante non avesse assolto l'onere di provare l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che, per ottenere il permesso premio, il detenuto non deve fornire una prova impossibile, ma è sufficiente che alleghi elementi concreti (come la regolare condotta carceraria, la lunga carcerazione e la mancanza di beni) idonei a smentire la sua pericolosità sociale. Il giudice ha poi il dovere di valutare tali elementi e, se necessario, approfondire l'istruttoria d'ufficio.
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Regime di semilibertà negato: buona condotta contro gravità dei reati
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di ammissione al regime di semilibertà avanzata da un detenuto, condannato per omicidio e tentato omicidio. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valorizzazione del suo percorso di volontariato esterno e dei permessi premio già fruiti. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Tribunale. I giudici hanno evidenziato che, nonostante la condotta regolare, permane una insufficiente revisione critica dei gravissimi reati commessi e una persistente difficoltà nella gestione della rabbia e delle relazioni interpersonali nei momenti di tensione. Di conseguenza, è necessario un ulteriore periodo di osservazione in carcere prima di concedere la misura alternativa. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Affidamento in prova al servizio sociale: il parere non basta
Il Condannato, con una condanna a tre anni di reclusione per spaccio di ingenti quantitativi di marijuana, ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, nonostante il parere favorevole degli educatori del carcere, evidenziando la presenza di precedenti penali specifici e la mancanza di una reale rielaborazione critica dei reati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che il giudice non è vincolato dalle relazioni degli organi di osservazione penitenziaria. La decisione ribadisce che l'ammissione ai benefici deve rispettare il principio di gradualità, valutando l'effettiva evoluzione della personalità e la pericolosità sociale del soggetto. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio negato: l’ergastolano dissociato resta in cella
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto, condannato all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, contro il diniego del permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto insufficiente la sua generica lettera di dissociazione, evidenziando il suo ruolo di spicco nel clan come custode delle armi e la mancanza di un lavoro. La Suprema Corte ha confermato che, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019 abbia superato il divieto assoluto di benefici per i non collaboranti, spetta comunque al detenuto l'onere di allegare elementi concreti e specifici che dimostrino l'effettiva rescissione dei legami con la criminalità organizzata e l'assenza di pericoli di ripristino. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Misure alternative alla detenzione: no se il lavoro è a rischio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva la concessione di misure alternative alla detenzione, in particolare l'affidamento in prova e la semilibertà. Il Tribunale di sorveglianza aveva negato i benefici evidenziando che il detenuto proponeva di lavorare nella stessa attività (trasporto di pane) utilizzata in precedenza per occultare e trasportare un ingente carico di cocaina per conto della criminalità organizzata. Inoltre, i datori di lavoro proposti (padre e fratello) avevano gravi precedenti penali. La Cassazione ha confermato che tale contesto lavorativo e familiare non garantisce un sicuro percorso di risocializzazione, richiedendo invece una graduale sperimentazione tramite permessi premio prima di concedere la semilibertà. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso premio negato: la Cassazione esige il piano rieducativo
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto la concessione di un permesso premio perché l'osservazione della sua personalità da parte degli esperti del carcere non era ancora conclusa e mancava un progetto di reinserimento specifico. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che tale completamento non fosse necessario. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che per ottenere il permesso premio occorre prima completare l'analisi della personalità e definire un piano trattamentale adeguato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio e mafia: la Cassazione cancella il no automatico
Il Tribunale di Sorveglianza negava il permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per reati di stampo mafioso, ritenendo non superata la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, evidenziando la contraddittorietà della decisione. Il Tribunale aveva infatti escluso collegamenti attuali con la criminalità organizzata, ma aveva comunque negato il beneficio basandosi sulla mancata dissociazione formale e sulla residenza dei familiari nei territori d'origine. Inoltre, i giudici non avevano acquisito le necessarie informazioni dalla Procura nazionale antimafia e dal Comitato per l'ordine pubblico. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento, disponendo un nuovo esame.
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Permesso premio: il detenuto modello vince contro il silenzio
Il Tribunale di Sorveglianza negava il permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per reati associativi, motivando il rigetto con la mancata giustificazione della scelta di non collaborare con la giustizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando il proprio eccellente percorso rieducativo (quattro lauree conseguite) e l'illegittimità di tale pretesa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che, dopo la storica sentenza della Corte Costituzionale n. 253/2019, la mancata collaborazione non costituisce un divieto assoluto. Inoltre, a causa dell'entrata in vigore del D.L. 162/2022, che ha ridisegnato i requisiti per l'accesso ai benefici per i non collaboranti, i giudici di merito dovranno rivalutare il caso. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio, imponendo un nuovo esame basato sulla nuova normativa.
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Revoca del permesso premio: la madre non può fare da garante
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca del permesso premio precedentemente concesso a un detenuto. La concessione originaria era subordinata alla presenza di un volontario come accompagnatore. Tuttavia, l'indisponibilità del volontario ha modificato le condizioni di fatto poste alla base del beneficio. Il difensore ha proposto ricorso, sostenendo che la madre del detenuto avrebbe potuto sostituire il volontario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della decisione. I giudici hanno chiarito che i provvedimenti di sorveglianza sono adottati allo stato degli atti e possono essere revocati se mutano i presupposti di fatto. Inoltre, la madre è stata ritenuta non idonea a svolgere la necessaria funzione di controllo.
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Permesso premio: la Cassazione annulla il no basato sul passato
Il Tribunale di Sorveglianza negava a un detenuto il permesso premio, basandosi sulla gravità dei reati passati, su presunti legami mafiosi e su informative negative della polizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando che l'aggravante mafiosa era stata esclusa nei giudizi e che i giudici avevano ignorato il suo percorso rieducativo positivo in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la gravità del reato non può escludere automaticamente il beneficio e che i giudici devono valutare concretamente la condotta attuale. La Suprema Corte ha quindi annullato il diniego, ordinando un nuovo esame del caso.
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Permesso premio all’ergastolano: la Cassazione smentisce il diniego
Il Tribunale di sorveglianza negava la concessione di un permesso premio a un detenuto condannato all'ergastolo per reati di stampo mafioso, ritenendo non ancora maturo il suo percorso di revisione critica, nonostante la relazione positiva del carcere. Il detenuto proponeva ricorso evidenziando la contraddittorietà della decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che per l'accesso al permesso premio non è richiesto il completo ravvedimento del condannato, essendo il beneficio stesso uno strumento di rieducazione e reinserimento. I giudici di legittimità hanno annullato il provvedimento con rinvio, ordinando una nuova valutazione che spieghi in modo logico l'eventuale diniego e verifichi rigorosamente l'effettiva recisione dei legami con la criminalità organizzata.
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Permesso premio negato all’ergastolano: pesa il passato mafioso
Un detenuto condannato all'ergastolo per un omicidio di stampo mafioso risalente al 1989 ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo insufficiente il percorso di rieducazione e non provata la reale rottura dei legami con la criminalità organizzata. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere più pericoloso e di aver interrotto ogni contatto illecito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando il diniego del permesso premio. I giudici hanno chiarito che, per i reati gravi, non basta la regolare condotta carceraria, ma serve una profonda revisione critica del proprio passato e la prova certa del distacco definitivo dall'ambiente mafioso, elementi ritenuti ancora superficiali nel caso specifico.
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Permesso premio: la condotta cancella la gravità del passato
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un detenuto condannato all'ergastolo per reati associativi, al quale il Tribunale di Sorveglianza aveva negato un permesso premio. Il diniego si fondava sulla gravità dei reati passati e sul rischio di riallacciare rapporti con la criminalità organizzata, nonostante il percorso di riabilitazione avviato e la condotta regolare in carcere. La Suprema Corte ha chiarito che la gravità del reato non può essere l'unico motivo di rigetto e che, per la concessione del permesso premio, non serve una completa revisione critica del passato, essendo sufficiente che tale percorso sia iniziato. Inoltre, il giudice deve valutare elementi concreti, come la distanza del luogo di fruizione del permesso dal territorio d'origine del clan. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Affidamento in prova al servizio sociale: i limiti del ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale a causa della mancanza di permessi premio, di una scarsa revisione critica del proprio passato e della debolezza del programma di reinserimento proposto. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che i giudici non avessero valorizzato la sua buona condotta e il sostegno della famiglia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in Cassazione se la decisione precedente è logicamente motivata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione personale: appello fai-da-te costa 3000€
Un condannato ha presentato un ricorso per cassazione personale contro una decisione del Tribunale di Sorveglianza in materia di permessi premio. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'appello inammissibile. Una legge del 2017, infatti, ha eliminato la possibilità per l'imputato o il condannato di presentare personalmente ricorso, rendendo obbligatoria la firma di un avvocato specializzato. Poiché il ricorso non rispettava questo requisito formale, è stato respinto senza essere esaminato nel merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a una sanzione di 3.000 euro.
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Ergastolo e Permesso Premio Negato: Senza Pentimento Resti Dentro
Un detenuto, condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidi, si è visto il permesso premio negato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo un principio chiaro: la buona condotta non basta. È indispensabile una profonda e sincera revisione critica del proprio passato criminale. Poiché il detenuto continuava a considerarsi una vittima di errori giudiziari, senza mostrare alcun distacco dal suo passato, i giudici hanno ritenuto che la sua pericolosità sociale fosse ancora presente. Questa mancanza di un reale cambiamento interiore è stata considerata un ostacolo insuperabile per la concessione del beneficio, finalizzato al reinserimento sociale.
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Ergastolo ostativo: buona condotta non basta per il permesso
Un detenuto condannato all'ergastolo ostativo per un omicidio di stampo camorristico ha richiesto un permesso premio. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la richiesta, ritenendo che il condannato non avesse fornito prove sufficienti per superare la presunzione di pericolosità e dimostrare la rottura dei legami con l'ambiente criminale. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Secondo i giudici, la buona condotta carceraria e la lunga detenzione, da sole, non bastano a vincere la presunzione di pericolosità sociale legata all'ergastolo ostativo.
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Permesso Negato: l’impugnazione del difensore vince senza delega
Un Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile il reclamo di un detenuto contro il diniego di un permesso premio. Il motivo era che l'avvocato aveva agito senza una delega specifica del suo assistito. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo un principio fondamentale: il reclamo è un vero e proprio mezzo di impugnazione. Di conseguenza, vale la regola generale per cui l'impugnazione del difensore è un suo diritto autonomo, che non necessita di alcuna delega speciale. La semplice nomina come difensore è sufficiente. La Corte ha quindi rinviato il caso al Tribunale per una nuova valutazione.
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Permesso premio negato: legami criminali battono la buona condotta
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego del permesso premio a un detenuto ostativo, condannato per reati aggravati dal fine di agevolare un'associazione camorristica. La sentenza chiarisce un punto fondamentale: anche se il detenuto non collabora con la giustizia, può in teoria accedere al beneficio. Tuttavia, ciò è possibile solo se esistono elementi concreti che dimostrino una rottura definitiva con l'ambiente criminale e l'assenza del pericolo di riallacciare i contatti. In questo caso, la mancanza di pentimento del detenuto e i legami di alcuni suoi familiari con contesti criminali sono stati ritenuti sufficienti a giustificare la decisione, confermando l'elevata pericolosità sociale del soggetto.
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Permesso Premio per Reati Ostativi: Buona Condotta Non Basta
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego di un permesso premio a un detenuto condannato per reati di associazione mafiosa e narcotraffico. La richiesta era stata respinta perché, nonostante il buon percorso carcerario, il detenuto non aveva fornito elementi concreti per dimostrare una definitiva rottura con l'organizzazione criminale di appartenenza. La sentenza ribadisce un principio fondamentale: per ottenere un permesso premio per reati ostativi, la sola buona condotta non è sufficiente. È necessario superare la presunzione di pericolosità sociale con prove specifiche che attestino l'abbandono del mondo criminale, un onere che spetta al richiedente. L'appello del detenuto è stato quindi dichiarato inammissibile.
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