Una persona viene condannata per l'impossessamento illecito di beni culturali, tra cui reperti dell'età del ferro e frammenti di vasi greci. L'imputato sosteneva di averli trovati casualmente in un unico contesto, ma i giudici hanno ritenuto la sua versione implausibile. La diversità cronologica e tipologica dei reperti indicava, al contrario, una raccolta sistematica nel tempo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo un principio fondamentale: i beni archeologici, anche se affiorati in superficie, appartengono allo Stato. Spetta a chi li detiene dimostrare la legittimità del possesso, invertendo l'onere della prova. La tesi del ritrovamento fortuito non è bastata a escludere la colpevolezza.
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