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P.Q.M.

115 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

P.Q.M., sigla della locuzione per questi motivi, nel diritto processuale italiano, civile e penale, è una sigla che viene posta a capoverso nella parte conclusiva delle sentenze, per introdurre l'esposizione della decisione finale della corte. Più raramente viene usato anche P.T.M., che sta per per tali motivi.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Distrazione delle spese: errore materiale riparato
La controversia nasce dal ricorso promosso da un Istituto Bancario contro alcuni Cittadini. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della banca e condanna quest'ultima a pagare le spese processuali. Tuttavia, i giudici omettono nel dispositivo la richiesta distrazione delle spese a favore del difensore, il quale si era formalmente dichiarato antistatario. I Cittadini presentano quindi istanza di correzione di errore materiale. La Suprema Corte accoglie il ricorso e corregge il provvedimento originario. I giudici stabiliscono che l'omessa pronuncia sull'istanza di distrazione delle spese costituisce una mera svista materiale, correggibile senza dover ricorrere a una nuova e complessa impugnazione ordinaria. La banca deve pagare direttamente il legale.
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Nome sbagliato, giustizia corretta: la Correzione errore materiale
Un Istituto Finanziario ha richiesto alla Corte di Cassazione la Correzione errore materiale in una precedente ordinanza. La Corte aveva erroneamente indicato il nome di un Cittadino come 'Antonio' anziché 'Angelo' in due punti chiave del documento. Dopo aver esaminato gli atti, la Corte ha confermato l'esistenza dell'errore. Ha quindi disposto la Correzione errore materiale, modificando il nome del Cittadino da 'Antonio' ad 'Angelo' nell'ordinanza precedente. Questo assicura la corretta identificazione delle parti e la precisione degli atti giudiziari.
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Giudicato esterno tributario: il Fisco perde sul caso tartufi
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un imprenditore il mancato versamento dell'IVA sull'acquisto di tartufi, chiedendo l'emissione di autofattura. Il contribuente ha sostenuto che le merci provenivano dall'estero e che l'ufficio non aveva provato l'acquisto sul suolo nazionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'amministrazione finanziaria. La decisione si fonda sull'efficacia del giudicato esterno tributario: una precedente sentenza definitiva tra le stesse parti, riguardante un'altra annualità, aveva già accertato l'assenza di prove sull'acquisto dei tartufi in Italia. Poiché gli elementi fondamentali del rapporto non cambiano da un anno all'altro, il primo verdetto vincola le decisioni successive, bloccando le pretese del Fisco.
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Rapporto di parasubordinazione e perizie: la banca vince
Un professionista ha svolto per anni perizie immobiliari per conto di un istituto di credito. Dopo la mancata assegnazione di nuovi incarichi, il perito ha citato la banca chiedendo il risarcimento dei danni e sostenendo l'esistenza di un rapporto di parasubordinazione. Secondo il lavoratore, la cessazione degli incarichi equivaleva a un recesso ingiustificato. I giudici hanno respinto le domande del tecnico. La Corte di Cassazione ha confermato che la semplice attribuzione continuativa di singoli mandati non dimostra un rapporto di parasubordinazione, poiché mancano l'inserimento stabile nell'azienda e il coordinamento spazio-temporale imposto dal committente.
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Responsabilità amministratore società: l’inerzia non salva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni nei confronti di un ex componente del consiglio di amministrazione. La Curatela del fallimento ha promosso un'azione risarcitoria a causa di spese ingiustificate e ammanchi di cassa. L'ex amministratore ha sostenuto la mancanza di una propria accettazione formale del rinnovo della carica e l'assenza di un ruolo attivo nella gestione aziendale. I giudici hanno stabilito che l'accettazione della carica sociale non richiede forme solenni e può avvenire in modo tacito. Inoltre, il disinteresse concreto nell'attività societaria non esenta da responsabilitá amministratore societá, configurando una grave negligenza. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'obbligo di risarcire oltre settantunomila euro.
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Ricorso inammissibile: quando l’appello non basta a cambiare la condanna
Un Lavoratore, condannato per guida in stato di ebbrezza, ha presentato ricorso in Cassazione. Egli lamentava nullità processuali, vizi di motivazione della sentenza di appello e il mancato riconoscimento di circostanze attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. Questo è avvenuto perché le sue argomentazioni erano ripetitive e non si confrontavano in modo specifico con le motivazioni della sentenza impugnata. Il Lavoratore ha perso e dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Recidiva confermata: ricorso inammissibile per spaccio di droga
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Lavoratore condannato per detenzione e spaccio di hashish. Il Tribunale di Livorno lo aveva condannato in giudizio abbreviato, riconoscendo attenuanti generiche equivalenti alla recidiva. La Corte d'Appello di Firenze aveva ridotto la pena, ma confermato la responsabilità e l'Applicazione della recidiva. Il Lavoratore ha impugnato la sentenza lamentando vizi di motivazione e l'eccessività della pena. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo la motivazione della Corte d'Appello sull'Applicazione della recidiva ampia e persuasiva, basata sui precedenti e sulla "pervicacia nel delinquere" del Lavoratore. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto di energia elettrica: negate le attenuanti generiche
Un Lavoratore è stato condannato per furto continuato di energia elettrica, utilizzata per la sua attività commerciale, per un valore di 951,95 euro. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando il mancato riconoscimento delle **circostanze attenuanti generiche**. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la gravità del fatto può giustificare il diniego delle attenuanti. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Reato di estorsione o truffa: la Cassazione decide
Un uomo ha minacciato ripetutamente un anziano per costringerlo a consegnare somme di denaro. Il prelievo bancario è fallito solo per l'intervento del personale dell'istituto di credito. La difesa ha chiesto di derubricare l'accusa in truffa aggravata da pericolo immaginario, sostenendo che il pericolo prospettato non fosse reale. I giudici di merito hanno invece confermato la condanna per estorsione continuata e recidiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato. Il supremo collegio ha stabilito che sussiste il reato di estorsione quando la minaccia costringe la vittima a scegliere tra pagare o subire il danno paventato, a prescindere dalla realizzabilità materiale del male prospettato.
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Conflitto di competenza penale: la Cassazione decide tra Catania e Siracusa
Il Tribunale di Catania si è dichiarato incompetente in un processo penale per reati di immigrazione clandestina e riciclaggio, trasmettendo gli atti al Tribunale di Siracusa. Catania ha ritenuto Siracusa competente basandosi sul luogo di sbarco (Pozzallo). Il Tribunale di Siracusa ha sollevato un conflitto di competenza penale, sostenendo che Pozzallo rientrava nel circondario del Tribunale di Ragusa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il conflitto insussistente e ha ordinato la restituzione degli atti al Tribunale di Siracusa. La Corte ha chiarito che non vi era uno stallo processuale che giustificasse il suo intervento, poiché Siracusa aveva già indicato un terzo giudice competente.
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Permesso premio ed ergastolo: stop alle prove impossibili
Un detenuto condannato all'ergastolo per reati associativi di stampo mafioso ha richiesto un permesso premio pur senza aver collaborato con la giustizia. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza ritenendo non provata la recisione dei legami con il crimine organizzato. La Corte di Cassazione ha annullato il rigetto. Il detenuto deve soltanto allegare elementi fattuali indicativi del percorso rieducativo e dell'assenza di contatti mafiosi. Spetta poi al giudice attivare i poteri istruttori d'ufficio per verificare la situazione, senza imporre al carcerato una prova impossibile.
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Appropriazione indebita e riserva di proprietà: la Cassazione
Un acquirente compra beni strumentali per la propria attività commerciale stipulando una vendita a rate con patto di riservato dominio. L'acquirente omette il pagamento integrale del prezzo, rifiuta la restituzione delle merci richieste formalmente dal venditore e provvede a rivendere i beni a terzi trattenendo il ricavato. L'acquirente sostiene che la condotta integri solo un inadempimento civile e non il reato contestato. La Corte di Cassazione respinge la tesi difensiva e conferma la condanna penale a un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di appropriazione indebita e riserva di proprietà. L'acquirente perde la causa e deve rifondere le spese legali.
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Omicidio stradale: il cellulare e la sosta vietata della vittima
Un conducente seguiva un trasporto eccezionale di notte per effettuare riprese promozionali. Durante la guida su uno svincolo poco illuminato, l'automobilista parlava al cellulare senza vivavoce e manteneva una velocita non adeguata al tratto stradale. Il veicolo travolgeva un altro conducente, fermo a bordo carreggiata ed uscito dall'abitacolo senza giubbotto riflettente. La vittima decedeva per le ferite. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omicidio stradale. I giudici hanno stabilito che l'imprudenza della vittima non esclude la responsabilita del guidatore. Un veicolo fermo sulla carreggiata non costituisce un ostacolo imprevedibile. Il conducente deve sempre regolare la velocita e mantenere l'attenzione per evitare impatti con ostacoli avvistabili.
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Estinzione del giudizio di cassazione: stop alla lite
La controversia di lavoro giunta all'ultimo grado di giudizio si è conclusa anticipatamente. Una delle parti o entrambe hanno formalizzato la rinuncia o l'accordo che supera il contenzioso in corso. La Suprema Corte ha verificato il venire meno dell'interesse a proseguire la causa. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato l'estinzione del giudizio di cassazione. Il provvedimento chiude definitivamente il procedimento senza necessità di ulteriori passaggi procedurali e senza riesaminare la sentenza d'appello impugnata, rendendo definitivo l'assetto stabilito o concordato.
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Contratto a termine: termine nullo ma niente conversione
Un operaio addetto alla manutenzione ordinaria ha impugnato una serie di contratti a termine stipulati con un consorzio di bonifica, chiedendo la dichiarazione di nullità della scadenza e la trasformazione del rapporto a tempo indeterminato. Il lavoratore lamentava l'assenza di reali esigenze temporanee dell'ente. La Corte di Cassazione ha accertato l'illegittimità del termine per mancanza di prova dei presupposti transitori. Tuttavia, i giudici hanno negato la conversione del contratto a termine. La specifica normativa regionale siciliana vieta infatti nuove assunzioni a tempo indeterminato negli enti consortili. La Suprema Corte ha confermato il diritto del dipendente al risarcimento economico previsto dalla legge, ma ha respinto in via definitiva la stabilizzazione nell'impiego.
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Recupero crediti ed estorsione aggravata dal metodo mafioso
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato partecipava alla riscossione del pizzo verso un imprenditore locale e, per recuperare un proprio credito personale, si era rivolto a esponenti del clan criminale. La cosca mafiosa ha imposto minacce armate alla coppia debitrice trattenendo una quota del denaro per la cassa dell'organizzazione. I giudici hanno chiarito che l'intervento mafioso nel recupero crediti trasforma la richiesta in una piena estorsione e non in un mero esercizio arbitrario delle proprie ragioni, poiché il clan persegue un profitto criminale autonomo ed ulteriore rispetto al debito originario.
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Danneggiamento aggravato: condanna per i danni nell’alloggio SPRAR
Un uomo ha distrutto lo specchio di un mobile e gli infissi dell'alloggio comunale in cui era ospitato per un progetto di accoglienza per richiedenti asilo gestito da una cooperativa. La difesa ha sostenuto l'assenza del danneggiamento aggravato poiché l'immobile era amministrato da privati e non dallo Stato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la natura di stabilimento pubblico dipende dalla funzione di interesse generale svolta, ossia l'accoglienza, a prescindere dalla gestione privata dell'immobile.
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Reato di incendio e dolo: dal danno al bar alla condanna penale
L'Imputato ha appiccato il fuoco a un esercizio commerciale provocando la distruzione dei locali. La difesa ha chiesto di derubricare l'accusa in danneggiamento seguito da incendio, sostenendo l'assenza di pericolo per la pubblica incolumità e la modesta entità economica del danno. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per il reato di incendio. I giudici hanno chiarito che, quando l'azione incendiaria mira a danneggiare ma assume dimensioni tali da generare un pericolo diffuso, si configura il reato più grave a tutela della collettività.
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Tentata estorsione aggravata: proiettile per il debito privato
Una madre richiede somme di denaro alla titolare di un salone di bellezza a favore della figlia ex dipendente. Per costringerla al pagamento, l'indagata procura una busta contenente un cornetto e un proiettile, recapitata poi nel negozio tramite complici. I giudici applicano la misura degli arresti domiciliari per il reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. La difesa impugna l'ordinanza cautelare sostenendo l'assenza di collegamenti con clan e la natura privata del debito. La Corte di Cassazione respinge l'impugnazione. I giudici confermano che recapitare un proiettile costituisce una minaccia di morte idonea a evocare la pressione criminale tipica delle mafie, rendendo legittima la misura cautelare.
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Auto di lusso e debiti: la bancarotta fraudolenta per dissipazione
L'amministratore unico di una società a responsabilità limitata subisce una condanna per il delitto di bancarotta fraudolenta per dissipazione e distrazione. L'accusa contestava l'acquisto di due auto sportive di lusso per oltre 430 mila euro e il prelievo ingiustificato di circa 49 mila euro dai conti aziendali prima del fallimento. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso dell'imprenditore. I giudici annullano senza rinvio la condanna per la presunta dissipazione delle vetture perché il fatto non sussiste: l'acquisto rientrava nelle scelte discrezionali d'impresa ed i veicoli servivano per visitare la clientela. Al contrario, la Suprema Corte conferma la responsabilità penale dell'amministratore per la distrazione del denaro prelevato senza titolo legittimo.
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