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Omologazione

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423 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Accordo di ristrutturazione e fallimento: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale riguardo la sorte dell'accordo di ristrutturazione dei debiti in caso di successivo fallimento dell'impresa debitrice. Secondo la Corte, la dichiarazione di fallimento rende impossibile l'attuazione del piano di risanamento, determinando la risoluzione automatica dell'accordo per impossibilità sopravvenuta. Di conseguenza, l'originaria obbligazione del creditore si riespande, e il suo credito deve essere ammesso al passivo fallimentare per l'intero importo, detratti solo gli acconti già ricevuti e non più revocabili.
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Accordo di ristrutturazione e fallimento: cosa succede
Un'impresa creditrice aveva accettato una riduzione del proprio credito tramite un accordo di ristrutturazione. Successivamente, l'impresa debitrice è fallita. I giudici di merito avevano ammesso al passivo fallimentare solo il credito ridotto. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la dichiarazione di fallimento provoca la risoluzione automatica dell'accordo di ristrutturazione per impossibilità sopravvenuta. Di conseguenza, il creditore ha diritto a veder ripristinato il suo credito nella sua interezza originaria, al netto degli acconti già ricevuti.
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Cram Down Fiscale: no senza accordo con altri creditori
Una società in crisi ha tentato di imporre un piano di ristrutturazione esclusivamente all'Amministrazione Finanziaria, che deteneva l'89% dei crediti, attraverso il meccanismo del cram down fiscale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il cram down non è una procedura autonoma, ma richiede la preesistenza di un accordo di ristrutturazione, seppur parziale, con altri creditori. Senza il coinvolgimento di una pluralità di creditori, lo strumento perde la sua natura concorsuale e non può essere utilizzato per forzare la mano al solo Fisco.
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Taratura autovelox: il certificato basta per la multa
Un automobilista contesta una multa per eccesso di velocità, sostenendo la necessità di provare non solo la calibrazione ma anche la funzionalità dell'apparecchio. La Corte di Cassazione ha stabilito che un certificato di taratura autovelox recente è prova sufficiente del suo corretto funzionamento, rigettando il ricorso. L'onere di provare il malfunzionamento specifico ricade quindi sul cittadino sanzionato.
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Proposta integrativa sovraindebitamento: i limiti
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale nelle procedure di sovraindebitamento: una volta che un creditore ha espresso il proprio dissenso su una proposta di accordo, il debitore non può presentare una proposta integrativa. Il caso riguardava un debitore che, dopo il voto contrario dell'Ente Fiscale, aveva ottenuto dal Tribunale un nuovo termine per modificare il piano. La Cassazione ha annullato la successiva omologazione, affermando che il voto del creditore cristallizza la procedura e non può essere aggirato con modifiche successive al piano. La decisione sottolinea la rigidità delle scadenze procedurali a tutela della certezza del diritto.
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Piano del consumatore: i limiti alla modifica del piano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due debitori che avevano tentato di modificare il loro piano del consumatore in fase di reclamo. La modifica, volta a escludere debiti aziendali nel frattempo estinti, è stata ritenuta tardiva. Secondo la Corte, qualsiasi cambiamento al piano deve avvenire prima del decreto con cui il giudice ne dispone la comunicazione ai creditori, e non in una fase successiva del procedimento.
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Piano del consumatore: dilazione pagamenti oltre l’anno
La Corte di Cassazione ha stabilito che in un piano del consumatore è legittima la dilazione del pagamento dei crediti privilegiati, come i mutui, anche oltre il termine di un anno previsto dalla legge. Questa possibilità è subordinata alla condizione che al creditore sia data la facoltà di esprimersi sulla convenienza economica del piano rispetto all'alternativa della liquidazione forzata dei beni. Nel caso specifico, l'impugnazione di un istituto di credito contro un piano che prevedeva un rimborso in cinque anni è stata dichiarata inammissibile, poiché il Tribunale di merito aveva correttamente valutato la maggiore convenienza del piano per i creditori.
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Accordo di ristrutturazione: il deposito non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34837/2024, ha rigettato il ricorso di una società in liquidazione contro la propria dichiarazione di fallimento. La Corte ha stabilito che, per rispettare i termini di legge, l'accordo di ristrutturazione dei debiti non deve essere solo depositato, ma anche iscritto nel Registro delle Imprese. Questa formalità è essenziale per garantire la pubblicità dell'atto e tutelare i creditori. Inoltre, sono stati ritenuti insussistenti i presupposti per il cosiddetto 'cram down fiscale', poiché la proposta all'amministrazione finanziaria era tardiva e non ne era stata provata la convenienza rispetto alla liquidazione.
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Accordo di ristrutturazione: risolto dal fallimento
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 33445/2024, stabilisce un principio cruciale in materia di diritto fallimentare. Se un'impresa, dopo aver stipulato un accordo di ristrutturazione dei debiti, viene dichiarata fallita, l'accordo si considera automaticamente risolto per impossibilità sopravvenuta. Di conseguenza, il creditore aderente ha il diritto di insinuarsi al passivo fallimentare per l'intero ammontare del suo credito originario, e non per la somma ridotta prevista dall'accordo. La Corte chiarisce che non è necessaria un'azione giudiziale da parte del creditore per ottenere la risoluzione, in quanto l'effetto è automatico e discende direttamente dalla dichiarazione di fallimento che rende irrealizzabile il piano di risanamento.
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Accordo di ristrutturazione e fallimento: la Cassazione
Un creditore aveva accettato un pagamento ridotto tramite un accordo di ristrutturazione del debito. Successivamente, l'azienda debitrice è stata dichiarata fallita. I tribunali di merito avevano ammesso il creditore al passivo fallimentare solo per l'importo ridotto. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che la dichiarazione di fallimento provoca la risoluzione automatica dell'accordo di ristrutturazione per impossibilità di esecuzione. Di conseguenza, il creditore ha il diritto di insinuare nel fallimento il suo credito per l'intero importo originario.
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Onere prova etilometro: chi deve dimostrarne il vizio?
Una conducente viene condannata per guida in stato di ebbrezza. Il suo ricorso, basato sulla presunta inaffidabilità dell'etilometro e sulla richiesta di visionarne il libretto, viene respinto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo un principio fondamentale sull'onere prova etilometro: spetta all'imputato dimostrare un vizio specifico dell'apparecchio, non essendo sufficiente una generica contestazione per invalidare il test. La Corte ha inoltre rigettato le altre censure relative alla pena e alle attenuanti.
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Crediti prededucibili: stop dopo l’omologa del concordato
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10307 del 2025, ha stabilito un importante principio in materia di crisi d'impresa. I crediti sorti durante la fase di esecuzione di un concordato preventivo in continuità aziendale, ovvero dopo il decreto di omologazione, non sono considerati crediti prededucibili in caso di successivo fallimento. L'Agenzia delle Entrate aveva richiesto il riconoscimento della prededuzione per crediti fiscali maturati in questa fase, ma la Corte ha rigettato il ricorso. La decisione si fonda su una reinterpretazione del criterio di "funzionalità", allineandosi a un precedente orientamento delle Sezioni Unite, e mira a proteggere i creditori originari che avevano accettato il piano concordatario.
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Credito incapiente nel piano del consumatore: le regole
Un istituto di credito si è opposto all'omologazione di un piano del consumatore che prevedeva il pagamento parziale di un mutuo ipotecario. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi relativi alla durata del piano e al diritto di voto del creditore, ma ha accolto quello sul trattamento del credito incapiente. È stato stabilito che la parte del credito garantito che eccede il valore del bene ipotecato deve essere considerata come un credito chirografario e soddisfatta nella stessa misura degli altri crediti non privilegiati.
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Comportamento doloso debitore: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due consumatori sovraindebitati contro la decisione del Tribunale di respingere il loro piano di ristrutturazione del debito. La decisione si fonda sul comportamento doloso del debitore, che aveva falsamente dichiarato di non avere altri finanziamenti in corso. La Corte ha stabilito che la valutazione del dolo è un accertamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, confermando che la condotta fraudolenta del debitore preclude l'accesso alle tutele previste dalla legge sul sovraindebitamento.
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Fattibilità giuridica concordato: la durata del piano
Un'azienda creditrice ha impugnato l'omologazione del concordato preventivo di un'altra società, lamentando l'esclusione del proprio voto per conflitto di interessi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, non sul conflitto, ma sulla questione della durata decennale del piano. La Corte ha stabilito che una durata eccessivamente lunga non attiene alla mera convenienza economica, bensì alla fattibilità giuridica del piano, che il tribunale ha il dovere di verificare. La sentenza chiarisce che la realizzabilità della proposta in tempi ragionevoli è un requisito di legge inderogabile.
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Credito professionale privilegiato: la Cassazione decide
Un professionista, socio di un'associazione, ha richiesto il riconoscimento del suo credito professionale privilegiato nei confronti di una società in concordato preventivo. La Corte d'Appello aveva negato il privilegio, attribuendo la prestazione all'associazione. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, definendola un'illogica contraddizione. Se il credito è del singolo professionista, il privilegio non può essere negato riconducendo la prestazione a un soggetto terzo, l'associazione, che non era nemmeno parte in causa.
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Diritto di voto nel concordato: il conflitto di interessi
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 22843/2025, ha stabilito che il diritto di voto nel concordato fallimentare non può essere escluso sulla base di una mera inimicizia personale tra il creditore e il proponente. Un conflitto di interessi, per giustificare l'esclusione, deve essere oggettivo e preesistente alla votazione. La Corte ha inoltre confermato che il creditore, il cui voto decisivo sia stato illegittimamente 'sterilizzato', ha sempre l'interesse ad agire per opporsi all'omologazione del concordato, a prescindere da una valutazione di convenienza economica dell'alternativa fallimentare.
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Compenso ausiliario: no a tariffe da commissario
La Corte di Cassazione ha stabilito che il compenso ausiliario, nominato dal giudice nell'ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti, non può essere liquidato secondo le tariffe previste per il commissario giudiziale. La Suprema Corte ha confermato la decisione di merito che applicava i parametri generali per gli ausiliari del giudice, sottolineando la netta differenza di funzioni e compiti tra le due figure professionali. Il ricorso del professionista è stato quindi respinto.
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Compenso ausiliario: no analogia con il commissario
Un professionista, nominato ausiliario del giudice in una procedura di accordo di ristrutturazione dei debiti, ha impugnato la decisione che riduceva il suo onorario. Sosteneva che il suo ruolo fosse analogo a quello di un commissario giudiziale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il compenso ausiliario deve essere calcolato secondo le norme per i consulenti tecnici (D.M. 30.05.2002) e non quelle, più vantaggiose, previste per i commissari nelle procedure concorsuali, data la diversità dell'incarico e dei compiti effettivamente svolti.
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Cram down concordato: voto ente pubblico e omologa
La Corte di Cassazione chiarisce l'applicazione del meccanismo del cram down concordato. In un caso riguardante l'opposizione di un ente previdenziale al piano di ristrutturazione di una società, la Corte ha stabilito che il voto contrario dell'ente, se decisivo per il raggiungimento delle maggioranze, non viene neutralizzato, ma consente al tribunale di sostituire la propria valutazione di convenienza a quella dell'ente, procedendo all'omologazione del concordato. Questa interpretazione favorisce la soluzione concordataria per superare la crisi d'impresa.
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