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Libertà Vigilata

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197 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Competenza territoriale sorveglianza: detenuto o residente?
Il Magistrato di sorveglianza di Taranto ha sollevato un conflitto di competenza contro il Magistrato di Bari per stabilire quale ufficio dovesse decidere sul riesame della pericolosità sociale di un condannato. Al momento della richiesta, il soggetto era detenuto a Trani (sotto la giurisdizione di Bari), ma successivamente ha stabilito la propria residenza a Palagiano (sotto Taranto). La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sulla competenza territoriale sorveglianza, stabilendo che essa si radica al momento della presentazione della domanda in base al luogo di detenzione. In virtù del principio di continuità della giurisdizione, i successivi mutamenti di residenza o la scarcerazione non spostano la competenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la competenza del Magistrato di sorveglianza di Bari.
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Proroga della libertà vigilata: i fatti nuovi superano la difesa
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga della libertà vigilata per un cittadino, basandosi anche su elementi di comportamento emersi dopo la decisione di primo grado. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'utilizzo di tali fatti sopravvenuti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la valutazione sulla pericolosità sociale richiede un giudizio prognostico in continua evoluzione. Di conseguenza, il giudice può legittimamente esaminare elementi successivi emersi nel contraddittorio per confermare o smentire la persistenza della pericolosità. Il ricorrente è stato condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: condanna passata non basta per la misura
Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura della libertà vigilata per un anno nei confronti di un uomo condannato per associazione mafiosa. Il condannato ha fatto ricorso, lamentando che la sua pericolosità sociale fosse stata considerata attuale in modo automatico, basandosi solo sulla gravità del reato passato risalente al 2013 e ignorando la sua buona condotta in carcere e un possibile errore di persona. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice non può presumere l'attualità del pericolo. Anche per reati gravi, occorre una valutazione concreta del comportamento recente del soggetto e del suo effettivo distacco dalle logiche criminali. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Legittimo impedimento a comparire: annullata la decisione
Il Detenuto, sottoposto alla misura della libertà vigilata, ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Egli aveva espresso la volontà di partecipare all'udienza davanti al Magistrato di Sorveglianza mentre era in carcere. Successivamente, veniva posto agli arresti domiciliari per un'altra causa. Il giudice, pur conoscendo la nuova condizione, ha celebrato l'udienza senza disporre la sua traduzione o partecipazione a distanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la detenzione domiciliare costituisce un legittimo impedimento a comparire. Di conseguenza, l'udienza celebrata in sua assenza è nulla. La Suprema Corte ha annullato i provvedimenti precedenti e ha ordinato un nuovo giudizio.
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Revoca della libertà vigilata: fuggire all’estero non basta
Il caso riguarda la richiesta di revoca della libertà vigilata presentata da un condannato per associazione mafiosa e lesioni personali. Dopo aver scontato la pena detentiva, l'uomo si era trasferito in Germania, avviando un'attività lavorativa e una relazione affettiva. Sulla base di questo allontanamento volontario, egli sosteneva fosse venuta meno la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha invece confermato il rigetto della richiesta. I giudici hanno evidenziato che il trasferimento all'estero ha costituito una deliberata sottrazione alla misura di sicurezza, senza che vi sia stato un reale distacco dagli ambienti criminali d'origine o una revisione critica del proprio passato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Condotta regolare ma legami mafiosi: resta la pericolosità sociale
Il Tribunale di sorveglianza ha prorogato per un anno la misura della libertà vigilata nei confronti di un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la valutazione della sua pericolosità sociale non potesse basarsi esclusivamente sui suoi trascorsi criminali in un clan ormai dissolto, evidenziando la propria condotta regolare e l'impegno nella ricerca di un lavoro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che la condotta formalmente corretta non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale e visibile dissociazione dall'ambiente mafioso d'origine e se il contesto familiare e territoriale non offre garanzie di contenimento. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Misura di sicurezza nel patteggiamento: serve la motivazione
Tre imputati concordano un patteggiamento per associazione a delinquere e truffa. Il giudice applica la pena richiesta ma aggiunge d'ufficio la libertà vigilata per un anno, senza motivare la pericolosità sociale dei soggetti. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando la mancanza di motivazione su questo punto. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la misura di sicurezza nel patteggiamento, se non concordata e se facoltativa (come nel caso dell'associazione a delinquere semplice), richiede una specifica motivazione sulla pericolosità sociale di ciascun condannato. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza limitatamente alla misura applicata e rinvia al Tribunale per un nuovo esame.
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Interrogatorio di garanzia: la libertà vigilata resta valida
Il Sottoposto alla misura di sicurezza provvisoria della libertà vigilata ha impugnato il provvedimento che ne confermava la validità, lamentando il ritardo nello svolgimento dell'interrogatorio di garanzia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'interrogatorio di garanzia è obbligatorio anche per le misure di sicurezza provvisorie, pena l'inefficacia della misura stessa. Tuttavia, trattandosi di libertà vigilata (misura non detentiva), il termine per compiere l'atto è di dieci giorni dall'esecuzione e non di cinque (riservato alla custodia in carcere). Poiché l'atto è avvenuto entro i dieci giorni, la misura resta pienamente valida ed efficace.
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Buona condotta ma legami mafiosi: la pericolosità sociale
Il Tribunale di Sorveglianza applica la misura della libertà vigilata per tre anni a un uomo condannato per associazione mafiosa. Il difensore ricorre in Cassazione, sostenendo che la pericolosità sociale non sia attuale e che non si sia considerata la buona condotta in carcere. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziando il suo ruolo di rilievo nel clan, la mancanza di un percorso di revisione critica del proprio passato e le frequentazioni con pregiudicati dopo la scarcerazione, segnalate dalle forze dell'ordine. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna per casa vuota
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per la violazione della sorveglianza speciale. Il Sottoposto, soggetto alla misura di prevenzione con obbligo di soggiorno, non era stato trovato in casa durante due controlli serali della polizia. La difesa sosteneva che l'uomo si fosse trasferito, ma tale variazione di domicilio non era mai stata comunicata formalmente alle autorità. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, oltre a un anno di libertà vigilata. La Cassazione ha ribadito che il mancato rispetto delle prescrizioni e l'omessa comunicazione del cambio di dimora integrano pienamente il reato, evidenziando una spiccata propensione a delinquere del ricorrente, condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Persistenza della pericolosità sociale: confermata la libertà
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava la misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni. Il Tribunale aveva basato la decisione sulla gravità del reato, sui precedenti penali e sulla condotta del soggetto, evidenziando il mancato distacco dalle proprie responsabilità penali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché basato su contestazioni di fatto non proponibili in sede di legittimità. I giudici hanno ribadito che, per revocare o non applicare la misura, occorre accertare la cessazione della pericolosità sociale tramite fatti nuovi e concreti. Di conseguenza, è stata confermata la persistenza della pericolosità sociale del Condannato, con sua condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Libertà vigilata: no all’applicazione automatica senza prove
L'Imputato, condannato per rapina, ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente ha lamentato la totale mancanza di motivazione circa la sua effettiva pericolosità sociale e una discrepanza sulla durata della misura tra motivazione e dispositivo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la libertà vigilata non può essere applicata in modo automatico o presunto. Il giudice ha l'obbligo di accertare e motivare concretamente la pericolosità sociale del soggetto basandosi sugli indici di legge. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla misura di sicurezza, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio sul punto.
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No alla misura di sicurezza nel patteggiamento senza motivi
Il GIP applicava all'Imputato una pena concordata per rapina e altri reati, aggiungendo d'ufficio la misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni. L'Imputato ricorreva in Cassazione lamentando la totale mancanza di motivazione sulla sua reale pericolosità sociale, dato che tale misura non faceva parte dell'accordo di patteggiamento. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'applicazione di una misura di sicurezza nel patteggiamento, se non concordata, richiede una specifica e rigorosa motivazione del giudice. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla libertà vigilata, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Liberazione condizionale: il limite dei 5 anni vale per tutti
Il Collaboratore, un collaboratore di giustizia condannato a trent'anni di reclusione, ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che gli negava l'estinzione della pena. Il Tribunale riteneva che il limite massimo di cinque anni di libertà vigilata per ottenere la liberazione condizionale si applicasse solo ai condannati all'ergastolo e non a chi sconta pene temporanee. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il limite dei cinque anni si applica anche alle pene temporanee massime per i collaboratori di giustizia. Inoltre, la Cassazione ha chiarito che il Tribunale di Sorveglianza è pienamente competente a decidere sugli errori di calcolo della pena residua durante la liberazione condizionale. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Pericolosità sociale: la Cassazione nega la libertà al condannato
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni nei confronti di un uomo. Il Tribunale di Sorveglianza aveva accertato l'attualità della sua pericolosità sociale basandosi sulla gravità dei reati passati (traffico di droga, rapina, evasione), sulle frequentazioni con pregiudicati, sulla scarsa collaborazione con gli assistenti sociali e sull'assenza di un lavoro stabile. Il condannato ha proposto ricorso ritenendo illogica la decisione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale va valutata al momento dell'applicazione della misura, considerando la gravità oggettiva dei fatti passati e la probabilità di commettere nuovi reati. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: la riduzione di pena non cancella la vigilanza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per diversi reati, tra cui la tentata estorsione. La Corte d'appello aveva rideterminato la pena complessiva a nove anni e dieci mesi di reclusione, applicando un aumento di quattro mesi per l'episodio di tentata estorsione, caratterizzato da una violenta aggressione fisica ai danni della vittima. Il condannato contestava sia l'entità dell'aumento di pena sia il mantenimento della misura di sicurezza della libertà vigilata, sostenendo che quest'ultima non potesse applicarsi per condanne inferiori a dieci anni. I giudici di legittimità hanno invece confermato la correttezza della decisione: l'aumento di pena era ampiamente motivato dalla gravità del fatto e la libertà vigilata resta applicabile anche sotto i dieci anni qualora persista la concreta pericolosità sociale del soggetto.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: negata la revoca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, confermando l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente contestava la sussistenza della sua pericolosità sociale attuale. I giudici di legittimità hanno invece ritenuto logica e corretta la decisione dei giudici di merito. Tale valutazione si fonda sul profondo radicamento del soggetto nel crimine organizzato, dalla cui cerchia non si è mai dissociato con atti concreti. Hanno inoltre pesato la brevità del periodo trascorso in semilibertà e l'insufficiente percorso di revisione critica dei reati commessi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Libertà vigilata e pericolosità sociale: la recidiva blocca il ricorso
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva l'assenza di una sua reale pericolosità sociale attuale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i motivi presentati riproducevano semplicemente contestazioni già esaminate e respinte dai giudici di merito. La valutazione sulla pericolosità sociale attuale è stata ritenuta corretta e logica, in quanto fondata sulle ripetute ricadute nel crimine da parte del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Revoca libertà vigilata: passato criminale blocca lo stop anticipato
Un condannato ha richiesto l'interruzione anticipata della sua misura di sicurezza. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, confermando la decisione dei giudici precedenti. La Corte ha stabilito che per la revoca anticipata della libertà vigilata non basta dimostrare di non aver commesso nuovi reati dopo la scarcerazione. Il grave passato criminale e i lunghi periodi di latitanza sono elementi negativi che prevalgono, indicando una persistente pericolosità sociale. Il semplice trascorrere del tempo non è sufficiente a dimostrare un reale cambiamento e a giustificare la fine del controllo.
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Aggravamento Misura di Sicurezza: Nuovo Reato Non Basta, Annullato
La Corte di Cassazione ha annullato un provvedimento di aggravamento della misura di sicurezza nei confronti di un uomo in libertà vigilata che aveva commesso un nuovo reato. Il Tribunale di Sorveglianza aveva trasformato la sua misura in una più severa, l'assegnazione a una casa di lavoro, senza però specificare se il nuovo illecito fosse una violazione 'particolarmente grave' o parte di una serie di trasgressioni. Secondo la Cassazione, non basta la commissione di un nuovo reato per giustificare in automatico un simile inasprimento. Il giudice deve motivare in modo dettagliato la decisione, valutando la gravità concreta del fatto. Il caso è stato quindi rinviato per un nuovo esame.
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