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Libertà Vigilata

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197 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Mandato di arresto europeo: stop alla consegna automatica
Un cittadino straniero, dopo aver scontato una pena in Germania, viola l'obbligo di sorveglianza della condotta impostogli dai giudici tedeschi. La Germania emette quindi un mandato di arresto europeo per processarlo. La Corte di appello italiana dispone la consegna dell'uomo, ma la Cassazione annulla la decisione. I giudici supremi stabiliscono che, per concedere l'estradizione, è necessario verificare il principio della doppia punibilità. Bisogna cioè accertare se la violazione commessa all'estero sia considerata reato anche in Italia. Poiché la Corte di appello non ha verificato se la misura tedesca sia assimilabile alla libertà vigilata (la cui violazione in Italia non è reato) o a una pena accessoria, il caso viene rinviato per un nuovo esame.
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Libertà vigilata: l’accordo civile non cancella la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un uomo ritenuto il mandante di un tentato omicidio. Il ricorrente aveva commissionato l'assassinio di un rivale per motivi ereditari a esponenti della criminalità locale. Nonostante l'arresto tempestivo del killer abbia impedito l'evento e le parti abbiano successivamente risolto la lite civile con una transazione, i giudici hanno ritenuto concreto l'accordo criminoso e persistente la pericolosità sociale dell'uomo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il contatto con la criminalità organizzata e la gravità del piano originario giustificano pienamente la misura applicata.
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Pericolosità sociale: l’accordo non cancella il tentato omicidio
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un soggetto, ritenuto il mandante di un tentato omicidio legato a dissidi ereditari. L'omicidio non si era consumato solo grazie al tempestivo arresto del killer incaricato. La difesa sosteneva che l'accordo fosse astratto e che la pericolosità sociale non fosse più attuale, poiché la controversia civile sui terreni era stata risolta con un accordo pacifico. I giudici hanno invece respinto il ricorso, stabilendo che la pericolosità sociale rimane concreta e attuale. Questo a causa della gravità del fatto, del ricorso a esponenti della criminalità organizzata e del movente economico originario, elementi che non vengono cancellati da un successivo accordo privato.
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Libertà vigilata e mafia: la Cassazione nega la revoca
Il Condannato ha proposto ricorso contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata dopo l'espiazione della pena detentiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della libertà vigilata richiede la verifica attuale della pericolosità sociale del soggetto al momento dell'esecuzione della misura. Nel caso specifico, la pericolosità è stata ritenuta persistente a causa dei gravi precedenti per associazione mafiosa, dell'assenza di segni di rieducazione durante la detenzione e del rientro del soggetto nello stesso contesto criminale d'origine. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: confermata la durata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per furto aggravato. Il ricorrente contestava l'applicazione e la durata della misura di sicurezza della libertà vigilata, lamentando una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della durata della misura rientra nella piena discrezionalità del giudice, il quale ha rispettato i criteri di legge. Inoltre, la legge stabilisce una durata minima di un anno per questa misura. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato e il condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga della libertà vigilata: violare le regole costa caro
Il Ricorrente ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che confermava la proroga della libertà vigilata a causa della sua persistente pericolosità sociale. I giudici di merito hanno basato la decisione sulle ripetute violazioni delle prescrizioni e sul curriculum criminale del soggetto, che in passato aveva subito un aggravamento della misura con il collocamento in una colonia agricola per irreperibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e mirato a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patto sulla pena, ma la libertà vigilata non è automatica
Il Tribunale applicava a un soggetto, tramite patteggiamento per cessione di sostanze stupefacenti, la pena di quattro anni e sei mesi di reclusione, disponendo inoltre la misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'applicazione automatica della misura di sicurezza in assenza di un'effettiva valutazione della sua pericolosità sociale, considerando anche la sua condizione di incensurato e la confessione resa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che la libertà vigilata non può essere applicata in modo automatico. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza sul punto specifico, rinviando la decisione al Tribunale per un nuovo e approfondito esame della reale pericolosità del soggetto.
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Applicazione della libertà vigilata: sicurezza pubblica e diritti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della libertà vigilata per la durata di due anni nei confronti di un soggetto precedentemente condannato per associazione a delinquere. Il Tribunale di Sorveglianza aveva disposto la misura di sicurezza ritenendo sussistente la pericolosità sociale del soggetto, derivante dalla sua passata affiliazione a un noto sodalizio criminale. Il condannato ha proposto ricorso contestando la valutazione della sua pericolosità, ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la tutela della sicurezza pubblica con i diritti individuali del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga della libertà vigilata: violare le regole costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la proroga della libertà vigilata per un anno nei confronti di un soggetto, a causa della sua persistente pericolosità sociale. L'uomo ha sistematicamente violato le prescrizioni imposte, come l'obbligo di presentazione in Questura e le direttive del Centro di Salute Mentale. Il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della sua pericolosità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la sicurezza pubblica con i diritti individuali del sottoposto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Accertamento della pericolosità sociale: vietato se prematuro
Il Tribunale di Sorveglianza di Lecce aveva confermato la pericolosità sociale di un condannato, disponendo la misura della libertà vigilata per due anni. La difesa ha impugnato la decisione, evidenziando che il condannato stava ancora espiando la pena detentiva in carcere, con scadenza nel 2027, e che la valutazione era prematura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale deve essere compiuto in prossimità dell'esecuzione della misura di sicurezza. Solo in quel momento è infatti possibile valutare l'effettivo percorso rieducativo del condannato e la concretezza del pericolo. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio i provvedimenti impugnati, accogliendo le tesi della difesa.
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Ricorso per cassazione personale: l’errore che costa tremila euro
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino aveva dichiarato inammissibile il reclamo proposto da un cittadino contro la revoca della sua libertà vigilata. Il cittadino ha quindi deciso di presentare un ricorso per cassazione personale, firmando l'atto di proprio pugno senza l'assistenza di un legale abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma introdotta dalla Legge 103/2017, non è più consentito presentare un ricorso per cassazione personale. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un avvocato iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Misura di sicurezza detentiva: no alla revoca dopo il giudicato
Il Condannato, precedentemente condannato in via definitiva per associazione mafiosa ed estorsione, ha richiesto la revoca della misura di sicurezza detentiva dell'assegnazione a una casa di lavoro, ritenendola illegale perché applicata in modo automatico e senza una valutazione concreta della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la scelta di applicare una misura di sicurezza detentiva, disposta con la sentenza di condanna ormai irrevocabile, è coperta dal giudicato. Di conseguenza, eventuali vizi di motivazione o contestazioni sulla pericolosità dovevano essere sollevati durante il processo principale e non possono essere ridiscussi davanti al giudice dell'esecuzione.
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Libertà vigilata: il boss perde il ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per associazione mafiosa contro la misura della libertà vigilata per la durata di tre anni. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura basandosi sulla gravità del reato, sul ruolo di vertice ricoperto dal soggetto all'interno del clan e sulla totale assenza di un percorso di revisione critica del proprio passato criminale. La Suprema Corte ha stabilito che le contestazioni del ricorrente erano generiche e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati. Di conseguenza, il condannato è stato obbligato a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Aggravamento misura di sicurezza: da liberi a detenuti
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato l'aggravamento misura di sicurezza nei confronti del Ricorrente, sostituendo la libertà vigilata con l'assegnazione a una casa di lavoro per un anno. La decisione è scaturita dalle ripetute violazioni delle prescrizioni sul domicilio, dall'irreperibilità del soggetto e dalla commissione di nuovi reati durante la misura. Il Ricorrente ha impugnato il provvedimento in Cassazione con censure generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando l'aggravamento e condannando il Ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione: la firma personale costa caro
Il Ricorrente ha proposto personalmente un ricorso per cassazione contro l'ordinanza del Tribunale di sorveglianza, che aveva sostituito il ricovero in una struttura psichiatrica giudiziaria con la misura della libertà vigilata in comunità. La firma del Ricorrente era stata autenticata da un avvocato, ma l'atto non era stato redatto né sottoscritto da un difensore abilitato al patrocinio davanti alla Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Secondo la legge, infatti, la parte non può presentare personalmente il ricorso per cassazione, dovendo questo essere necessariamente firmato da un avvocato cassazionista. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pericolosità sociale: la buona condotta in cella non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per reati di stampo mafioso contro la decisione che confermava la sua pericolosità sociale e l'applicazione della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva che il tempo trascorso, la buona condotta in carcere e l'assenza di nuovi carichi pendenti dimostrassero il suo ravvedimento. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che la regolare condotta carceraria non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale revisione critica del proprio passato criminale. Inoltre, i rapporti delle forze dell'ordine confermavano la persistenza dei legami con l'organizzazione mafiosa di appartenenza. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: la perizia medica non basta per la misura
Il Tribunale di sorveglianza applicava la misura di sicurezza della libertà vigilata a un condannato per oltraggio a pubblico ufficiale, ritenuto seminfermo di mente e con dipendenze, basandosi esclusivamente su una perizia psichiatrica. Il condannato ricorreva in Cassazione, lamentando la mancata valutazione della sua condotta in carcere e delle sue attuali condizioni di vita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale non può basarsi solo sul parere degli esperti psichiatrici. Il giudice deve valutare globalmente tutti gli elementi dell'articolo 133 del codice penale, inclusi il comportamento del reo e il contesto sociale, per verificare l'effettivo e attuale rischio di recidiva. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Pericolosità sociale: no a misure automatiche per ex mafiosi
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino condannato per associazione mafiosa contro l'applicazione della misura della libertà vigilata. Il Tribunale di sorveglianza aveva confermato la misura basandosi sulla gravità del reato passato e su contatti occasionali con pregiudicati. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale non può mai essere presunta, nemmeno per reati di mafia. Il giudice deve compiere una valutazione prognostica concreta e attuale, analizzando il comportamento recente del soggetto, l'attività lavorativa e l'assenza di nuove violazioni. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento, ordinando un nuovo esame che verifichi l'effettiva e attuale pericolosità sociale del ricorrente.
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Libertà vigilata: negato il cambio casa, decide il Tribunale
Un uomo sottoposto alla misura della libertà vigilata, dopo aver ottenuto la liberazione condizionale, ha chiesto al Magistrato di sorveglianza l'autorizzazione a trasferire il proprio domicilio da Roma alla Sicilia per convivere con la compagna. Il giudice ha respinto la richiesta poiché la compagna conviveva con soggetti legati a un comitato locale e il padre di lei era un ex brigatista con relazioni qualificate con ambienti terroristici. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha stabilito che i provvedimenti del Magistrato di sorveglianza riguardanti le prescrizioni della libertà vigilata non si impugnano direttamente in Cassazione, ma tramite appello davanti al Tribunale di sorveglianza. Pertanto, la Corte ha riqualificato il ricorso in appello e ha trasmesso gli atti al Tribunale competente.
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Pericolosità sociale: nuovi reati bloccano la revoca delle misure
Il Tribunale di sorveglianza ha confermato la proroga di un anno della libertà vigilata per Il Ricorrente, ritenendo persistente la sua pericolosità sociale. L'uomo ha impugnato la decisione sostenendo che non fossero stati valutati correttamente i suoi sforzi di reinserimento e la mancanza di legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno evidenziato che, successivamente alla precedente proroga, a carico dell'uomo è emerso un nuovo procedimento per riciclaggio, con applicazione del divieto di dimora, unito alla persistente assenza di un lavoro stabile e alla frequentazione di pregiudicati. Questi elementi giustificano ampiamente la prognosi negativa sulla sua condotta futura.
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