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Istanza Di Fallimento

36 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La richiesta formale, presentata da un creditore o da altri soggetti legittimati, con cui si chiede al tribunale di dichiarare il fallimento di un'impresa.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Competenza Territoriale Fallimento: Sede Trasferita ma il Tribunale non Cambia
Una società in liquidazione ha contestato la competenza territoriale del Tribunale di Rimini per la dichiarazione di fallimento, sostenendo di aver trasferito la propria sede effettiva a Pesaro prima dell'istanza. La società ha affermato che la sede di Rimini era solo un recapito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato la competenza del Tribunale di Rimini. Questo perché il trasferimento della sede legale era avvenuto meno di un anno prima della richiesta di fallimento. In questi casi, la legge stabilisce che il tribunale competente rimane quello della sede originaria, per evitare manovre dilatorie.
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Istanza di fallimento: rinvio per trattative o rinuncia?
Una società debitrice impugna la dichiarazione di fallimento sostenendo che la richiesta di rinvio per trattative avanzata dai creditori equivalesse a una rinuncia implicita agli atti. La debitrice lamenta inoltre l'abuso del diritto da parte degli istanti per mancato perfezionamento degli accordi transattivi. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso confermando il fallimento. La Suprema Corte chiarisce che la richiesta di rinvio è un mero atto neutro del processo e non comporta alcuna rinuncia alla istanza di fallimento. Inoltre, la presenza di un credito insoluto certo e superiore alla soglia di legge legittima pienamente la procedura concorsuale. La tutela della buona fede non blocca la pronuncia giudiziale in presenza di un dissesto oggettivo e di trattative mai perfezionate formalmente.
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Istanza di fallimento: cambiali insolute e prova del debito
Un'azienda fornitrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice per oltre 121.000 euro, documentati da vaglia cambiari insoluti emessi a saldo di forniture. La società debitrice ha contestato la legittimazione della creditrice, sostenendo di aver saldato ogni fornitura tramite bonifici anticipati e contestando le causali dei titoli. I giudici di merito hanno confermato il fallimento, rilevando l'assenza di riscontri oggettivi del pagamento da parte del debitore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della debitrice, ribadendo che per l'istanza di fallimento non serve una sentenza definitiva sul credito, ma basta un accertamento incidentale della pretesa.
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Istanza di fallimento: credito contestato e debiti fiscali
Un imprenditore individuale ha impugnato la dichiarazione di fallimento richiesta da una società commerciale estera. Il debitore sosteneva che il credito di 139.000 euro fosse contestato in un giudizio separato e che il rappresentante della creditrice non avesse provato i propri poteri. Contestava inoltre il proprio stato di insolvenza, avendo richiesto la definizione agevolata per i debiti tributari di oltre 500.000 euro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che l'istanza di fallimento è pienamente valida anche se il credito è contestato, purché il tribunale ne verifichi sommariamente la sussistenza. La Suprema Corte ha inoltre confermato il dissesto economico irreversibile del debitore di fronte alla sproporzione tra i debiti fiscali scaduti e il modesto patrimonio personale rimasto.
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Istanza di fallimento: debiti contestati e soglia minima
Una società fornitrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice per crediti contestati. La debitrice ha pagato la quota certa tramite deposito in giudizio e ha disconosciuto il resto dei documenti contabili. La Cassazione aveva già annullato una prima decisione, ordinando ai giudici d'appello di quantificare il credito contestato del fornitore per verificare la soglia minima di legge. I giudici del rinvio hanno invece confermato il dissesto guardando l'intero bilancio societario senza chiarire il credito originario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della debitrice, ribadendo che il giudice di rinvio deve rispettare rigorosamente i limiti imposti e accertare specificamente il credito azionato dall'istante.
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Istanza di fallimento nulla con la delega del decreto ingiuntivo
Una società creditrice ha presentato un'istanza di fallimento contro un'azienda debitrice, utilizzando la vecchia procura alle liti rilasciata solo per ottenere un decreto ingiuntivo. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, ma i giudici di appello hanno revocato la decisione per difetto di rappresentanza dell'avvocato. Il curatore fallimentare ha impugnato il verdetto sostenendo la validità del mandato generale o la necessità di un termine per regolarizzare l'atto. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del curatore. La procura ottenuta per recuperare un singolo credito non autorizza ad avviare la procedura concorsuale. Quando la controparte contesta tempestivamente il vizio, il creditore deve produrre subito la nuova procura senza attendere inviti dal giudice. La revoca del fallimento resta quindi definitiva.
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Tentata estorsione: usare il fallimento come minaccia è reato
Un imprenditore ha tentato di incassare un credito inesistente da una società cliente utilizzando firme false su un riconoscimento di debito. Dopo la revoca del decreto ingiuntivo ottenuto con l'inganno, l'uomo ha presentato un'istanza di fallimento contro la vittima, comunicandola subito alle banche per bloccarne le linee di credito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione. I giudici hanno chiarito che l'uso di strumenti legali, come l'istanza di fallimento, configura estorsione e non truffa se finalizzato a costringere la vittima a pagare una somma non dovuta sotto la minaccia di un danno certo e irreparabile alla propria attività economica.
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Istanza di fallimento: il rinvio dell’udienza non salva il debitore
Una società immobiliare impugna la sentenza di fallimento, sostenendo che il tribunale abbia pronunciato la decisione d'ufficio. Secondo la debitrice, la richiesta di rinvio dell'udienza formulata dal creditore istante, in pendenza di trattative per un piano di rientro, equivaleva a una rinuncia temporanea. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo che la semplice richiesta di differimento è un atto neutro. Fino a quando non viene depositato un formale atto di desistenza, l'istanza di fallimento rimane pienamente valida ed efficace. Inoltre, la Suprema Corte conferma lo stato di insolvenza della società, gravata da oltre due milioni di euro di debiti e priva di liquidità, con un patrimonio immobiliare interamente ipotecato e pignorato. Di conseguenza, la società perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Istanza di fallimento: revocata se il credito è solo presunto
Un Ente Pubblico ha presentato un'istanza di fallimento contro una Società, basandosi su un credito non definitivo derivante da una sentenza impugnata. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento, ma la Corte d'Appello ha revocato la decisione, ritenendo il credito incerto dopo una valutazione sommaria. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca del fallimento, stabilendo che il giudice fallimentare deve sempre verificare autonomamente la reale sussistenza del credito, anche se esiste una sentenza non definitiva. Inoltre, la Cassazione ha accolto il ricorso della Società, riscontrando che i giudici d'appello avevano omesso di decidere sulla richiesta di risarcimento danni per l'ingiusta iniziativa fallimentare. La causa torna in appello per quantificare i danni.
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Istanza di fallimento: credito contestato contro sbilancio reale
Una società creditrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice in liquidazione, basandosi su 130 fatture non pagate. La debitrice ha contestato il credito e il proprio stato di insolvenza, sostenendo che il credito non fosse definitivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando il fallimento. La Corte ha stabilito che per presentare un'istanza di fallimento non serve un credito definitivo o un titolo esecutivo, ma basta un accertamento sommario e incidentale del giudice fallimentare sulla legittimazione del creditore. Inoltre, per le società in liquidazione, l'insolvenza si valuta sulla reale incapacità dell'attivo di soddisfare tutti i debiti.
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Notifica dell’istanza di fallimento: vince la norma speciale
Una società immobiliare ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa nei suoi confronti, sostenendo di non aver potuto difendersi a causa di un difetto nella notifica dell'istanza di fallimento. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo, ritenendo valida la procedura di notifica. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che la notifica dell'istanza di fallimento segue le regole speciali previste dalla legge fallimentare (Art. 15 L.F.), le quali prevalgono sulle norme generali del codice di procedura civile. Di conseguenza, la notifica effettuata è stata considerata pienamente valida e la società è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Istanza di fallimento: l’errore formale non salva il debitore
Una società di persone ha impugnato la propria dichiarazione di fallimento, sostenendo che l'originaria istanza di fallimento presentata dall'Agenzia delle Entrate fosse inesistente poiché firmata da un avvocato del libero foro anziché dall'Avvocatura dello Stato. La debitrice contestava inoltre la validità del debito principale derivante dalla revoca di un finanziamento pubblico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'eventuale nullità della procura alle liti deve essere sollevata immediatamente nel giudizio di reclamo e non può essere dedotta per la prima volta in Cassazione, essendosi formato il giudicato interno. Inoltre, l'esistenza di altri debiti non contestati rende legittima la dichiarazione di fallimento, a prescindere dalla contestata revoca del contributo.
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Concordato ritirato? Il PM può chiedere il fallimento
Una società immobiliare, dopo aver chiesto di accedere al concordato preventivo, rinuncia alla domanda. Nonostante ciò, sia un creditore che il Pubblico Ministero presentano istanza di fallimento. La società si oppone, sostenendo che la rinuncia al concordato avesse tolto al PM il potere di agire. La Cassazione ha respinto questa tesi, affermando un principio chiave: la legittimazione del PM all'istanza di fallimento, una volta acquisita la notizia di insolvența durante la procedura di concordato, non viene meno con la semplice rinuncia del debitore. Di conseguenza, il fallimento dichiarato è stato ritenuto valido.
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Fallimento annullato: il concordato preventivo ha la priorità
La Corte di Cassazione interviene sul rapporto tra concordato preventivo e fallimento. Un'azienda, già oggetto di istanze di fallimento, deposita telematicamente una domanda di concordato 'in bianco'. La cancelleria la rifiuta per un errore, e il Tribunale dichiara il fallimento. La Cassazione conferma la decisione d'appello che annullava la bancarotta: la domanda di concordato, una volta accettata dal sistema telematico, è valida e deve essere esaminata prima. La sua pendenza impedisce temporaneamente la dichiarazione di fallimento, anche se si sospetta un uso strumentale della procedura. La valutazione sull'eventuale abuso spetta al primo giudice e non può essere saltata.
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Deposito spese concordato preventivo: il pagamento parziale porta al fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di un'azienda che, dopo aver chiesto l'ammissione al concordato preventivo, non aveva versato l'intera somma richiesta per le spese procedurali. Secondo i giudici, il termine per il deposito spese concordato preventivo è perentorio, ovvero non ammette ritardi o pagamenti parziali. Il mancato versamento integrale, anche di una somma modesta, non è una semplice irregolarità, ma una prova concreta dello stato di insolvenza dell'impresa. Questa incapacità di sostenere i costi della procedura stessa dimostra l'impossibilità di risanare l'azienda, giustificando la revoca del concordato e la successiva dichiarazione di fallimento.
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Desistenza del creditore istante: non salva dal fallimento
La Corte di Cassazione chiarisce l'inefficacia della desistenza del creditore istante se interviene dopo la dichiarazione di fallimento. Un'azienda, dichiarata fallita su richiesta di un creditore, aveva tentato di revocare la sentenza presentando una successiva dichiarazione con cui il creditore rinunciava alla pretesa. La Corte ha stabilito che la situazione di insolvenza va valutata al momento della sentenza. Una volta dichiarato il fallimento, la procedura acquista rilevanza pubblica (effetti erga omnes) e non è più nella disponibilità del singolo creditore. Per essere valida, la prova del pagamento del debito deve avere data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento. Di conseguenza, la successiva desistenza è irrilevante e il fallimento viene confermato.
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Bancarotta Fraudolenta: Condannato Anche se il Debito è Annullato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un liquidatore accusato di bancarotta fraudolenta per distrazione. L'imputato aveva effettuato pagamenti per estinguere passività aziendali prima che l'Agenzia delle Entrate notificasse cartelle esattoriali che poi portarono al fallimento. La sua difesa sosteneva di non aver agito per pregiudicare un creditore allora inesistente. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiave: per la bancarotta fraudolenta per distrazione è sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza di diminuire il patrimonio a danno della generalità dei creditori, anche futuri. La successiva cancellazione del debito fiscale da parte del giudice tributario è stata ritenuta irrilevante ai fini della responsabilità penale.
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Competenza territoriale fallimento: la sede legale vince sempre
Un'azienda creditrice ha presentato istanza di fallimento contro una società debitrice, generando un conflitto tra tribunali su chi dovesse gestire il caso. La Corte di Cassazione ha risolto la questione riaffermando un principio chiave sulla competenza territoriale fallimento. La Corte ha stabilito che il giudice competente è sempre quello del luogo in cui l'azienda debitrice ha la propria sede legale, come risulta dal Registro delle Imprese. In questo caso specifico, la sede era a Marsala, quindi la competenza è stata attribuita al Tribunale di Marsala, chiudendo la disputa procedurale.
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Notifica Istanza di Fallimento: ‘Sconosciuto’ in sede? Si fallisce
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso sulla validità della notifica istanza di fallimento a una società. Un creditore aveva avviato la procedura, ma la notifica via PEC era fallita. L'ufficiale giudiziario, recatosi presso la sede legale, aveva dichiarato la società 'sconosciuta' senza effettuare ulteriori ricerche, depositando l'atto presso la Casa Comunale. La società debitrice ha contestato la validità della notifica, ma la Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno stabilito che, una volta tentata senza successo la notifica presso la sede, l'ufficiale non è tenuto a compiere altre indagini. La notifica con deposito in Comune è quindi perfettamente valida e il fallimento è stato confermato.
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Desistenza istanza di fallimento: l’azienda è salva se paga
Un'azienda creditrice chiede il fallimento di una società debitrice per fatture non pagate. Prima della dichiarazione di fallimento, il creditore firma un atto di rinuncia. Nonostante ciò, il Tribunale dichiara fallita la società. La Corte di Cassazione ha chiarito un principio fondamentale: in caso di desistenza dall'istanza di fallimento, ciò che conta non è la data in cui l'atto di rinuncia viene depositato, ma se il debito è stato pagato prima della sentenza di fallimento. Se il pagamento è avvenuto prima e può essere provato con un documento avente data certa, il fallimento deve essere revocato. La Corte ha quindi annullato la precedente decisione che si era erroneamente concentrata sulla data della desistenza anziché su quella dell'eventuale pagamento.
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