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Art. 6 Legge Fallimentare

24 provvedimenti

Fallimento Aziendale: Cassazione Conferma l’Accertamento dello Stato di Insolvenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei legali rappresentanti di una Società Fallita. Questi ultimi contestavano l'accertamento dello stato di insolvenza della loro azienda. Essi sostenevano che la Corte d'Appello avesse valutato erroneamente la situazione finanziaria, considerando debiti contestati e attivi sottostimati. La Cassazione ha ribadito che la valutazione dei fatti spetta ai giudici di merito. Ha confermato che la Società Fallita non possedeva beni immobili né liquidità sufficienti a coprire i debiti accertati. Il ricorso mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in Cassazione, e non ha dimostrato omesso esame di fatti decisivi.
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Fallimento revocato: la soglia di fallibilità salva l’azienda
Un creditore ha chiesto il fallimento di un'Azienda, inizialmente dichiarato dal Tribunale. La Corte d'Appello ha revocato il fallimento, ritenendo che i debiti scaduti e insoluti dell'Azienda fossero inferiori alla soglia di fallibilità prevista dalla legge, anche grazie a una rateizzazione con l'Agenzia delle Entrate. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la rateizzazione fosse inefficace perché successiva alla dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la valutazione dell'ammontare dei debiti è una questione di fatto, non riesaminabile in Cassazione. L'Azienda non è stata dichiarata fallita, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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Prededucibilità Credito Professionale: Non è Automatica nel Fallimento
Un Professionista ha chiesto la **prededucibilità credito professionale** per l'assistenza fornita a un'Azienda nel presentare la propria istanza di fallimento. Il Tribunale ha negato questa priorità di pagamento, ritenendo che l'attività non fosse strettamente funzionale alla procedura, dato che il fallimento era già stato richiesto da altri. Il Professionista ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la prededucibilità di un credito professionale non è automatica. Richiede invece una valutazione concreta sull'effettiva strumentalità e funzionalità delle prestazioni del professionista rispetto alla procedura fallimentare. Il Tribunale aveva già effettuato tale valutazione, quindi la decisione non poteva essere messa in discussione.
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Istanza di fallimento: revocata se il credito è solo presunto
Un Ente Pubblico ha presentato un'istanza di fallimento contro una Società, basandosi su un credito non definitivo derivante da una sentenza impugnata. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento, ma la Corte d'Appello ha revocato la decisione, ritenendo il credito incerto dopo una valutazione sommaria. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca del fallimento, stabilendo che il giudice fallimentare deve sempre verificare autonomamente la reale sussistenza del credito, anche se esiste una sentenza non definitiva. Inoltre, la Cassazione ha accolto il ricorso della Società, riscontrando che i giudici d'appello avevano omesso di decidere sulla richiesta di risarcimento danni per l'ingiusta iniziativa fallimentare. La causa torna in appello per quantificare i danni.
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Dichiarazione di fallimento: la garanzia vince sull’arbitrato
Una società cede le proprie quote garantendo l'acquirente da future passività. A seguito di un'ispezione fiscale, l'amministrazione finanziaria emette pesanti accertamenti. Di fronte al disinteresse della venditrice, l'acquirente aderisce alla rottamazione delle cartelle esattoriali e chiede il rimborso attivando la garanzia contrattuale. Ottenuto un sequestro conservativo sull'unico immobile della venditrice, l'acquirente ne chiede la dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione conferma la dichiarazione di fallimento, stabilendo che il giudice fallimentare può accertare in via provvisoria (incidenter tantum) il credito del richiedente, anche in presenza di una clausola arbitrale. Inoltre, lo stato di insolvenza è provato dalle enormi perdite accumulate e dall'inattendibilità dei bilanci della società debitrice.
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Concordato ritirato? Il PM può chiedere il fallimento
Una società immobiliare, dopo aver chiesto di accedere al concordato preventivo, rinuncia alla domanda. Nonostante ciò, sia un creditore che il Pubblico Ministero presentano istanza di fallimento. La società si oppone, sostenendo che la rinuncia al concordato avesse tolto al PM il potere di agire. La Cassazione ha respinto questa tesi, affermando un principio chiave: la legittimazione del PM all'istanza di fallimento, una volta acquisita la notizia di insolvența durante la procedura di concordato, non viene meno con la semplice rinuncia del debitore. Di conseguenza, il fallimento dichiarato è stato ritenuto valido.
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Desistenza del creditore istante: non salva dal fallimento
La Corte di Cassazione chiarisce l'inefficacia della desistenza del creditore istante se interviene dopo la dichiarazione di fallimento. Un'azienda, dichiarata fallita su richiesta di un creditore, aveva tentato di revocare la sentenza presentando una successiva dichiarazione con cui il creditore rinunciava alla pretesa. La Corte ha stabilito che la situazione di insolvenza va valutata al momento della sentenza. Una volta dichiarato il fallimento, la procedura acquista rilevanza pubblica (effetti erga omnes) e non è più nella disponibilità del singolo creditore. Per essere valida, la prova del pagamento del debito deve avere data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento. Di conseguenza, la successiva desistenza è irrilevante e il fallimento viene confermato.
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Fallimento in Estensione: SRL fallita travolge il socio occulto
La Corte di Cassazione affronta un caso di fallimento in estensione. Una società a responsabilità limitata, una volta fallita, si rivela essere solo la facciata di una più grande 'società di fatto' gestita da un imprenditore individuale. Il tribunale estende il fallimento anche a quest'ultimo e a un'altra società coinvolta. L'imprenditore si oppone, sostenendo vizi di procedura e l'impossibilità di estendere il fallimento partito da una S.r.l. La Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo due principi chiave. Primo: se i creditori o il curatore si uniscono alla richiesta di fallimento, sanano l'eventuale difetto di iniziativa del Pubblico Ministero. Secondo: il fallimento in estensione si applica anche se l'impresa fallita originariamente è una società di capitali, confermando che la sostanza dei rapporti economici prevale sulla forma giuridica.
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Fallimento Holding di Fatto: Condannata Anche Senza Nome
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del fallimento di una holding di fatto e dei suoi soci. La vicenda nasce dall'azione del curatore di una società controllata, che ha chiesto il fallimento della holding 'occulta' per i gravi danni patrimoniali subiti a causa di una gestione abusiva. La Corte ha stabilito un principio chiave: il fallimento della holding di fatto è possibile anche se questa non ha mai agito spendendo il proprio nome. L'enorme debito derivante dal risarcimento del danno (ex art. 2497 c.c.) è sufficiente a dimostrare lo stato di insolvenza e a giustificare la dichiarazione di fallimento, esteso anche ai soci illimitatamente responsabili.
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Notifica Istanza di Fallimento: ‘Sconosciuto’ in sede? Si fallisce
La Corte di Cassazione ha affrontato un caso sulla validità della notifica istanza di fallimento a una società. Un creditore aveva avviato la procedura, ma la notifica via PEC era fallita. L'ufficiale giudiziario, recatosi presso la sede legale, aveva dichiarato la società 'sconosciuta' senza effettuare ulteriori ricerche, depositando l'atto presso la Casa Comunale. La società debitrice ha contestato la validità della notifica, ma la Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno stabilito che, una volta tentata senza successo la notifica presso la sede, l'ufficiale non è tenuto a compiere altre indagini. La notifica con deposito in Comune è quindi perfettamente valida e il fallimento è stato confermato.
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Giudicato Esterno nel Fallimento: Debitore Salvo? La Cassazione
Una società immobiliare, dichiarata fallita, si oppone alla decisione. Sostiene che una sentenza, diventata definitiva in un altro processo, dimostra che il creditore non aveva il diritto di chiedere il fallimento. La Corte di Cassazione ha però respinto il ricorso. Ha chiarito che l'efficacia del cosiddetto giudicato esterno nel fallimento dipende dalla perfetta identità della questione legale. In questo caso, le due cause si basavano su presupposti giuridici diversi. Di conseguenza, la prima sentenza non poteva bloccare la procedura fallimentare, che è stata confermata.
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Decreto ingiuntivo giudicato e fallimento: la guida
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 11607/2024, ha stabilito che un credito accertato con decreto ingiuntivo giudicato non può essere riesaminato nel merito durante il procedimento di fallimento. L'autorità del giudicato impedisce al debitore di sollevare nuove contestazioni, anche se l'opposizione al decreto era stata tardiva a causa di una norma poi dichiarata incostituzionale. L'inadempimento di un singolo debito, se rivelatore di una crisi strutturale, è sufficiente a determinare lo stato di insolvenza.
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Requisiti di fallibilità: onere della prova del debitore
Una società immobiliare e la sua socia illimitatamente responsabile ricorrono in Cassazione contro la sentenza che ne ha dichiarato il fallimento. Contestano la sussistenza del credito vantato dalla società energetica istante e il superamento dei requisiti di fallibilità. La Suprema Corte rigetta il ricorso, affermando principi chiave: spetta al debitore l'onere della prova di non superare tutte le soglie dimensionali previste dalla legge; la valutazione del credito da parte del tribunale fallimentare è incidentale e non richiede un accertamento definitivo; per le società, il termine annuale per la dichiarazione di fallimento decorre dalla cancellazione dal registro delle imprese, non dalla cessazione di fatto dell'attività.
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Legittimazione del creditore: basta un credito non definitivo
La Corte di Cassazione conferma che per la legittimazione del creditore a richiedere l'apertura della liquidazione giudiziale non è necessario un credito accertato con titolo definitivo. È sufficiente una valutazione sommaria e incidentale da parte del giudice, che verifichi la probabile esistenza del credito. Nel caso di specie, il ricorso di una società debitrice è stato respinto poiché basato sull'errato presupposto che il credito del fornitore dovesse essere provato da una sentenza passata in giudicato.
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Motivazione apparente: Cassazione annulla fallimento
La Corte di Cassazione ha annullato una dichiarazione di fallimento per vizio di motivazione apparente. I giudici di merito avevano respinto i bilanci della società, che dimostravano un'esposizione debitoria inferiore alla soglia di fallibilità, con una motivazione generica e pregiudiziale, senza un'analisi approfondita. La Corte ha chiarito che non è sufficiente un vago riferimento ad 'aggiustamenti contabili' per disattendere la documentazione prodotta, occorrendo una spiegazione concreta delle ragioni di inattendibilità.
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Legittimazione Pubblico Ministero: quando può agire?
Una società dichiarata fallita ha contestato in Cassazione la legittimazione del Pubblico Ministero a richiederne il fallimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo il principio consolidato secondo cui il P.M. può agire ogni volta che acquisisce la notizia di un'insolvenza (notitia decoctionis) nell'esercizio delle sue funzioni, non essendo necessaria la pendenza di un procedimento penale. La Corte ha inoltre respinto la richiesta di riesame nel merito dello stato di insolvenza, confermando i limiti del giudizio di legittimità.
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Supersocietà di fatto: la Cassazione e il fallimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 63/2024, ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'estensione del fallimento a una supersocietà di fatto. La Corte ha stabilito che l'esclusione di un presunto socio nel corso del giudizio non costituisce una modifica della domanda. Inoltre, ha confermato che l'esistenza della società occulta e il suo stato di insolvenza possono essere provati attraverso elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti, come lo svuotamento patrimoniale di una società a vantaggio delle altre del gruppo.
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Fallimento SRL: pignoramento non esclude l’attivo
Una società in liquidazione ha impugnato la propria dichiarazione di fallimento sostenendo che un suo immobile pignorato non dovesse essere conteggiato nell'attivo patrimoniale, portandolo sotto la soglia di fallibilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il pignoramento non esclude il bene dal patrimonio ai fini della valutazione della fallibilità. Inoltre, ha chiarito che la procedura di sovraindebitamento del socio unico non impedisce il fallimento della società, a causa del principio di autonomia patrimoniale che separa i due soggetti giuridici.
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Diritto al contraddittorio nel fallimento: quando basta
Una società dichiarata fallita ha contestato la violazione del suo diritto alla difesa, poiché non era stata nuovamente convocata dal tribunale dopo che la Corte d'Appello aveva rimesso gli atti per la dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la semplice comunicazione del decreto d'appello è sufficiente a garantire il diritto al contraddittorio, permettendo al debitore di segnalare eventuali fatti nuovi. Una nuova udienza non è, quindi, un passaggio sempre obbligatorio.
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Liquidazione giudiziale: basta un credito non certo
Una società immobiliare, posta in liquidazione giudiziale su istanza di una promissaria acquirente, ha contestato la richiesta sostenendo l'inesistenza del credito. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che per avviare una procedura di liquidazione giudiziale non è necessario un accertamento definitivo del credito. È sufficiente una valutazione sommaria e incidentale da parte del giudice, finalizzata a verificare la legittimità del creditore a presentare l'istanza. Nel caso specifico, la pretesa creditoria derivava dalla necessità di restituire acconti eccessivi trattenuti come penale in un contratto preliminare di compravendita immobiliare non concluso.
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