Requisiti di Fallibilità e Onere della Prova: La Decisione della Cassazione
Con una recente ordinanza, la Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi su un tema centrale del diritto fallimentare: i requisiti di fallibilità e, in particolare, l’onere della prova che grava sul debitore che intende sottrarsi alla dichiarazione di fallimento. La decisione offre importanti chiarimenti sulla valutazione del credito che legittima l’istanza del creditore e sul momento esatto in cui un’impresa societaria può considerarsi non più fallibile. Analizziamo insieme i dettagli di questa pronuncia.
I Fatti di Causa
Una società in accomandita semplice operante nel settore immobiliare e la sua socia illimitatamente responsabile venivano dichiarate fallite dal Tribunale, su istanza di una società fornitrice di energia per un credito non pagato. La società fallita e la socia proponevano reclamo presso la Corte di Appello, la quale però confermava la sentenza di primo grado. Ritenendo errata la decisione, le due parti proponevano ricorso per Cassazione, basandolo su tre motivi principali: l’incertezza del credito, il mancato superamento delle soglie di fallibilità e l’avvenuta cessazione dell’attività d’impresa da oltre un anno.
I Motivi del Ricorso e i Requisiti di Fallibilità Contestati
Il ricorso si articolava su tre argomentazioni principali. In primo luogo, i ricorrenti sostenevano che il credito vantato dalla società energetica, che aveva dato origine alla procedura, non fosse certo, tanto che il decreto ingiuntivo originario era stato revocato in un altro giudizio. In secondo luogo, contestavano di non superare le soglie di indebitamento previste dalla legge per poter essere dichiarati falliti. Infine, affermavano di aver cessato l’attività imprenditoriale molto prima del deposito dell’istanza di fallimento, e che quindi fosse decorso il termine annuale previsto dalla legge per poter procedere.
Le motivazioni della Suprema Corte
La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso, giudicando i motivi in parte inammissibili e in parte infondati, e cogliendo l’occasione per ribadire principi consolidati in materia.
La Valutazione del Credito ai Fini Fallimentari
Sul primo punto, la Corte ha chiarito che, ai fini della legittimazione del creditore a presentare istanza di fallimento, non è necessario un accertamento definitivo e passato in giudicato del credito. È sufficiente una valutazione sommaria e incidentale (incidenter tantum) da parte del giudice fallimentare. Questo accertamento serve solo a verificare la legittimazione del creditore ad agire e non pregiudica l’esito di eventuali altri giudizi volti a stabilire l’esatta entità del debito. Pertanto, anche la revoca di un decreto ingiuntivo non esclude automaticamente la possibilità di basare un’istanza di fallimento su quel credito, se il giudice fallimentare ne ravvisa comunque la probabile esistenza.
L’Onere della Prova sui Requisiti di Fallibilità
La Corte ha affrontato il secondo motivo sottolineando un principio cruciale: è il debitore a dover provare di essere al di sotto di tutte e tre le soglie dimensionali previste dall’art. 1 della Legge Fallimentare (attivo patrimoniale, ricavi lordi e indebitamento). Nel caso specifico, i ricorrenti si erano concentrati solo sulla soglia dell’indebitamento, omettendo di censurare la decisione della Corte d’Appello che li aveva ritenuti carenti anche nella prova del mancato superamento delle altre due soglie. Di conseguenza, la censura è stata ritenuta irrilevante: anche se avessero avuto ragione sul singolo punto, non avendo provato di essere sotto soglia per tutti i parametri, la declaratoria di fallimento sarebbe rimasta valida.
Cessazione dell’Attività e Cancellazione dal Registro Imprese
Infine, riguardo al terzo motivo, la Cassazione ha ribadito una distinzione fondamentale tra imprenditore individuale e società. Mentre per il primo può rilevare la cessazione di fatto dell’attività, per una società l’unico momento rilevante ai fini del decorso del termine annuale per la dichiarazione di fallimento è la cancellazione dal registro delle imprese. Qualsiasi attività svolta in precedenza, o la mera inattività, non è sufficiente a far decorrere tale termine. La cancellazione rappresenta l’atto formale che estingue la società di fronte ai terzi e segna l’inizio del periodo entro cui può ancora essere dichiarata fallita.
Le conclusioni
Questa ordinanza consolida tre principi di grande importanza pratica. Primo, la richiesta di fallimento può basarsi su un credito anche se contestato in altre sedi, purché il giudice ne valuti sommariamente la sussistenza. Secondo, l’onere della prova per evitare il fallimento è interamente a carico del debitore, che deve fornire una dimostrazione completa e rigorosa di non superare tutte le soglie di legge. Terzo, per le società, la ‘vita’ ai fini fallimentari termina solo con la cancellazione formale dal registro imprese, un atto a cui gli amministratori devono prestare la massima attenzione.
Chi deve provare di non essere un’impresa fallibile?
Spetta al debitore l’onere di provare di trovarsi al di sotto di tutte e tre le soglie dimensionali (patrimonio, ricavi e debiti) previste dalla legge per non essere soggetto a fallimento.
Se un credito è contestato in un’altra causa, il creditore può comunque chiedere il fallimento del debitore?
Sì. Il tribunale fallimentare può compiere una valutazione autonoma e incidentale del credito al solo fine di verificare la legittimazione del creditore a presentare l’istanza, senza che ciò costituisca un accertamento definitivo del debito.
Per una società, da quando decorre il termine di un anno entro cui può essere dichiarata fallita dopo aver smesso di operare?
Il termine annuale non decorre dalla cessazione di fatto dell’attività, ma dalla data della sua cancellazione ufficiale dal registro delle imprese.