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Art. 6 l. fall.

0 provvedimenti

Legittimazione al fallimento: il creditore non deve escutere prima il delegato
Un'azienda (Il Creditore) ha chiesto il fallimento di un'altra azienda (Il Debitore Originario) e del suo socio accomandatario, basandosi su un credito. Il Debitore Originario contestava la legittimazione al fallimento del Creditore, sostenendo che, a causa di un accordo di delegazione cumulativa con una terza azienda (Il Nuovo Debitore), il Creditore avrebbe dovuto prima tentare di riscuotere dal Nuovo Debitore (beneficium ordinis). La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Debitore Originario. Ha stabilito che la solidarietà passiva e il beneficium ordinis sono compatibili. Un creditore può chiedere il fallimento del debitore originario anche se il debito è sussidiario, senza dover prima escutere il delegato.
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Fallimento: Cassazione annulla per mancato Accertamento Incidentale
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una Società dichiarata fallita a causa di un presunto debito erariale. La Società aveva contestato la decisione, sostenendo che non era stato effettuato un adeguato accertamento incidentale fallimento sulla fondatezza del credito. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice deve sempre verificare, anche se in via incidentale, la validità del credito contestato dal debitore prima di dichiarare il fallimento. La sentenza di appello è stata cassata e la causa rinviata per un nuovo giudizio, dando ragione alla Società sulla necessità di un'indagine più approfondita.
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Fallimento su istanza del PM: Modello 45 basta, non serve reato
La Corte di Cassazione ha chiarito che il Pubblico Ministero può chiedere il fallimento di un'azienda anche se le informazioni sull'insolvenza provengono da un registro di notizie non costituenti reato (Modello 45), senza la necessità di una formale notizia di reato. L'Azienda aveva contestato il Fallimento su istanza del PM, sostenendo che il Pubblico Ministero non avesse la legittimazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la conoscenza dello stato di insolvenza, acquisita nell'ambito delle attività istituzionali del PM, è sufficiente per avviare la procedura fallimentare, indipendentemente dall'esito di eventuali procedimenti penali.
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Dichiarazione di fallimento: l’Azienda perde contro la Banca sull’usura
Un'Azienda è stata dichiarata fallita su richiesta di una Banca. L'Azienda ha contestato la Dichiarazione di fallimento, sostenendo che il credito della Banca derivava da tassi usurari su conto corrente e mutui, e che essa vantava un controcredito superiore. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo, ritenendo insufficienti le prove dell'Azienda. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che per la Dichiarazione di fallimento è sufficiente un accertamento incidentale del credito e che le perizie di parte sull'usura non hanno valore probatorio autonomo. Il ricorso dell'Azienda è stato rigettato.
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Azienda Fallita: la Prova dei Requisiti di Fallibilità è Cruciale
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un'Azienda che contestava la propria dichiarazione di fallimento. L'Azienda non è riuscita a dimostrare di non superare i requisiti di fallibilità, ovvero di essere al di sotto delle soglie dimensionali previste dalla legge per evitare il fallimento. La documentazione contabile semplificata presentata dall'Azienda è stata ritenuta insufficiente e inattendibile. La Corte ha ribadito che spetta al debitore provare la propria non fallibilità, e che la documentazione deve essere idonea a rappresentare la reale situazione economica. Il ricorso dell'Azienda è stato dichiarato inammissibile, confermando la decisione di fallimento.
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Fallimento aziendale: ricorso inammissibile contro il rinvio al Tribunale
Un'Azienda Creditrice ha chiesto il fallimento di un'Azienda Debitore. Il Tribunale ha inizialmente respinto la richiesta. La Corte d'Appello ha poi accolto il reclamo dell'Azienda Creditrice, rimettendo gli atti al Tribunale per la dichiarazione di fallimento. L'Azienda Debitore ha presentato ricorso in Cassazione contro questa decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso "Ricorso inammissibile fallimento" perché il decreto della Corte d'Appello, che rimette gli atti al Tribunale per la dichiarazione di fallimento, non è un provvedimento definitivo e non può essere impugnato direttamente in Cassazione. La sentenza di fallimento è l'atto definitivo impugnabile.
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Dichiarazione di Fallimento: Pagamento personale non estingue debito
Un'Azienda Creditrice ha chiesto la **dichiarazione di fallimento** di un'Azienda Debitore per un finanziamento non restituito. L'Azienda Debitore ha sostenuto che il debito fosse estinto per compensazione, poiché il suo Rappresentante Legale aveva pagato i fornitori dell'Azienda Creditrice usando fondi ricevuti dall'Azienda Debitore. I giudici di merito hanno dichiarato il fallimento, ritenendo che il Rappresentante Legale avesse agito a titolo personale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda Debitore, confermando la decisione di fallimento e ribadendo che la valutazione dei fatti spetta ai giudici di merito, se adeguatamente motivata.
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Prorogatio poteri liquidatore: dimissioni non fermano il fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato che un liquidatore di società, anche se dimissionario, mantiene la legittimazione a chiedere il fallimento dell'azienda. Questo avviene grazie al principio della prorogatio poteri liquidatore, che estende i suoi poteri fino alla nomina di un successore, evitando vuoti di gestione. I soci avevano contestato sia la legittimazione del liquidatore sia l'effettivo stato di insolvenza. La Cassazione ha ribadito che l'insolvenza si valuta sulla capacità del patrimonio di soddisfare integralmente i creditori, e ha rigettato il ricorso dei soci.
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Revoca Concordato Preventivo: Azienda in Fallimento, Piano Irrealizzabile
La Corte di Cassazione ha confermato la **revoca del concordato preventivo** e la successiva dichiarazione di fallimento per un'Azienda in liquidazione. Gli Eredi, creditori per un debito significativo, avevano chiesto il fallimento. L'Azienda aveva proposto un concordato preventivo, ma il piano, basato sulla cessione di immobili, è stato ritenuto irrealizzabile nei tempi previsti. La Corte ha ribadito che lo stato di insolvenza può essere accertato anche con un singolo inadempimento e che la fattibilità del piano di concordato deve essere concreta. La sentenza ha rigettato tutti i motivi di ricorso dell'Azienda, condannandola anche al pagamento delle spese legali.
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Società in liquidazione: Dichiarazione di fallimento confermata dalla Cassazione
Una società in liquidazione ha contestato la sua Dichiarazione di fallimento, emessa su richiesta di lavoratori creditori. L'azienda sosteneva una difficoltà finanziaria temporanea e non una vera insolvenza. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento, rilevando l'assenza di liquidità, l'incompletezza contabile e un indebitamento superiore al patrimonio. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, ribadendo che la Dichiarazione di fallimento era corretta. La Corte ha riconosciuto la legittimazione dei creditori e la fondatezza dello stato di insolvenza, basandosi su vari indici fattuali. La società ha perso e dovrà pagare le spese legali.
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Dichiarazione di fallimento: il credito contestato non ferma la procedura
La Corte di Cassazione ha confermato la `dichiarazione di fallimento` di un'azienda e dei suoi soci. L'azienda contestava il credito della parte avversa e presentava nuovi documenti di pagamento. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che un credito, anche se contestato, può giustificare lo stato di insolvenza. Ha inoltre ritenuto irrilevanti i nuovi documenti, poiché il credito era già stato oggetto di un giudicato definitivo in un altro procedimento. Il ricorso dell'azienda è stato dichiarato inammissibile, con condanna alle spese.
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Dichiarazione di fallimento: il contenzioso non salva l’azienda insolvente
Un'Azienda in liquidazione è stata dichiarata fallita su istanza di un Agente della Riscossione per debiti erariali. L'Azienda ha contestato la decisione, sostenendo che i debiti fossero oggetto di contenzioso tributario e che avesse risorse per far fronte alle obbligazioni. La Corte d'Appello ha confermato la **dichiarazione di fallimento**, rilevando l'assenza di provvedimenti di sospensione per i debiti e la mancata prova della capacità patrimoniale dell'Azienda. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda. Ha ribadito che per la dichiarazione di fallimento non serve un accertamento definitivo del credito, ma basta una valutazione incidentale del giudice. L'Azienda non ha contestato adeguatamente le motivazioni sulla sussistenza del debito e sull'insolvenza.
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Istanza di fallimento: credito contestato e debiti fiscali
Un imprenditore individuale ha impugnato la dichiarazione di fallimento richiesta da una società commerciale estera. Il debitore sosteneva che il credito di 139.000 euro fosse contestato in un giudizio separato e che il rappresentante della creditrice non avesse provato i propri poteri. Contestava inoltre il proprio stato di insolvenza, avendo richiesto la definizione agevolata per i debiti tributari di oltre 500.000 euro. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che l'istanza di fallimento è pienamente valida anche se il credito è contestato, purché il tribunale ne verifichi sommariamente la sussistenza. La Suprema Corte ha inoltre confermato il dissesto economico irreversibile del debitore di fronte alla sproporzione tra i debiti fiscali scaduti e il modesto patrimonio personale rimasto.
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Requisiti dimensionali fallimento: il bilancio vale dodici mesi
Un ente creditore ha chiesto il fallimento di una società a responsabilità limitata semplificata. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento e la Corte d'Appello ha confermato la decisione, ritenendo superata la soglia di ricavi annui di duecentomila euro nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2019. La società ha fatto ricorso in Cassazione evidenziando che quel bilancio copriva in realtà sedici mesi di attività, dall'avvio nel settembre 2018 a fine 2019. I Supremi Giudici hanno accolto il ricorso, stabilendo che la verifica dei requisiti dimensionali fallimento richiede sempre il conteggio su base rigorosamente annuale di dodici mesi. Di conseguenza, i giudici di merito dovevano scorporare il quadrimestre iniziale per valutare i ricavi effettivi dei dodici mesi.
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Dichiarazione di fallimento: il debito incerto non la ferma
Una società creditrice ha chiesto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice in liquidazione. Quest'ultima si è opposta, sostenendo che il credito non fosse certo perché successivamente escluso dallo stato passivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando che per la dichiarazione di fallimento non serve un accertamento definitivo del credito. È sufficiente una verifica provvisoria del giudice basata sulle prove disponibili al momento della richiesta. La Corte ha inoltre confermato la condanna personale del liquidatore della società debitrice al pagamento delle spese processuali per aver agito senza la normale prudenza.
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Istanza di fallimento: il rinvio dell’udienza non salva il debitore
Una società immobiliare impugna la sentenza di fallimento, sostenendo che il tribunale abbia pronunciato la decisione d'ufficio. Secondo la debitrice, la richiesta di rinvio dell'udienza formulata dal creditore istante, in pendenza di trattative per un piano di rientro, equivaleva a una rinuncia temporanea. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, stabilendo che la semplice richiesta di differimento è un atto neutro. Fino a quando non viene depositato un formale atto di desistenza, l'istanza di fallimento rimane pienamente valida ed efficace. Inoltre, la Suprema Corte conferma lo stato di insolvenza della società, gravata da oltre due milioni di euro di debiti e priva di liquidità, con un patrimonio immobiliare interamente ipotecato e pignorato. Di conseguenza, la società perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Cessione di crediti in blocco: sì alla Gazzetta, no a elenchi
Una società creditrice ha chiesto il fallimento di una società debitrice per un debito derivante da uno scoperto di conto corrente. La creditrice aveva acquistato questo credito tramite un'operazione di cessione di crediti in blocco da una banca. La Corte d'Appello aveva revocato il fallimento, ritenendo che la sola pubblicazione in Gazzetta Ufficiale non provasse il trasferimento dello specifico credito. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della creditrice e della curatela fallimentare. La Corte ha stabilito che, in caso di cessione di crediti in blocco, l'avviso in Gazzetta Ufficiale che indica le categorie dei crediti ceduti è sufficiente a dimostrare la titolarità del credito. Spetta al giudice verificare se il singolo credito rientri in tali categorie, senza pretendere la produzione del contratto scritto o di un elenco dettagliato.
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Insolvenza della società in liquidazione: debiti contro immobili
Una società in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento richiesta dal curatore di un'altra società fallita, sostenendo la mancanza di legittimazione del curatore e l'assenza di un debito definitivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il curatore fallimentare ha pieno interesse e legittimazione a richiedere il fallimento del debitore per recuperare i crediti della massa. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'insolvenza della società in liquidazione si valuta su base puramente patrimoniale. Non rileva la capacità di operare sul mercato o la disponibilità di liquidità immediata, ma la semplice insufficienza dell'attivo patrimoniale a soddisfare integralmente e paritariamente tutti i creditori. Poiché i debiti superavano ampiamente i beni disponibili, la dichiarazione di fallimento è stata ritenuta pienamente legittima.
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Dichiarazione di fallimento: la contestazione non salva l’azienda
Una società estera ha richiesto la dichiarazione di fallimento di un'azienda italiana per un debito non pagato di oltre 44.000 euro. L'azienda debitrice si è opposta, contestando la validità della procura alle liti del difensore della creditrice, la certezza del credito (oggetto di opposizione) e il proprio stato di insolvenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda debitrice. I giudici hanno chiarito che la prova del potere di rappresentanza della società estera può essere presentata anche in appello. Inoltre, la contestazione del credito non impedisce la dichiarazione di fallimento se il giudice fallimentare ne accerta sommariamente l'esistenza, come avvenuto nel caso specifico grazie a una transazione da 30.000 euro. Infine, lo stato di insolvenza può essere dimostrato anche tramite la relazione del curatore fallimentare.
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Dichiarazione di fallimento: il debito contestato non salva l’azienda
La Societa Creditrice ha richiesto la dichiarazione di fallimento dell'Azienda Debitrice sulla base di un credito provvisoriamente sospeso in appello. L'Azienda Debitrice si e opposta, sostenendo che il credito fosse contestato e che i propri bilanci dimostrassero il mancato superamento delle soglie di fallibilita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda Debitrice. I giudici hanno chiarito che la dichiarazione di fallimento non richiede un accertamento definitivo del credito, essendo sufficiente una verifica sommaria del giudice. Inoltre, i bilanci dell'Azienda Debitrice sono stati ritenuti inattendibili a causa di incongruenze e della mancata iscrizione del debito contestato, confermando cosi il fallimento.
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