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Insinuazione Al Passivo — Anno 2022

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131 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Insinuazione Al Passivo

Provvedimenti

Insinuazione al passivo fallimentare e imposta di registro
Una società acquirente ha acquistato un complesso aziendale da una clinica successivamente fallita. In seguito, la società ha chiesto l'insinuazione al passivo fallimentare per recuperare sia una somma pagata a un terzo creditore, sia l'imposta di registro versata per l'atto di acquisto. Il Giudice Delegato e il Tribunale hanno ammesso con riserva il primo importo, ma hanno escluso le spese fiscali di registro perché il contratto di vendita poneva i tributi a carico esclusivo dell'acquirente. Durante la causa in Cassazione, la società ha incassato interamente la somma ammessa con riserva tramite i riparti fallimentari. I Giudici di Legittimità hanno dichiarato estinta la lite sul credito rimborsato e hanno confermato l'esclusione definitiva delle spese di registro, rigettando le pretese della società acquirente e condannandola alle spese processuali.
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Insinuazione al passivo dei premi INAIL: la Cassazione decide
L'ente previdenziale ha richiesto l'ammissione di crediti per premi assicurativi e sanzioni nei confronti di una società fallita. Il Tribunale ha respinto l'opposizione, ritenendo insufficiente la documentazione contabile prodotta senza la dimostrazione analitica dei singoli lavoratori e delle retribuzioni effettive. L'ente ha proposto ricorso in Cassazione evidenziando il valore vincolante della denuncia originaria dei lavori mai formalmente revocata dall'impresa per le attività ancora in essere. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la denuncia aziendale vincola l'imprenditore per il principio di autoresponsabilità. Pertanto, la produzione delle comunicazioni periodiche dell'impresa costituisce prova sufficiente per l'insinuazione al passivo.
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Sequestro antimafia e accertamento tributario: decide il fisco
Un Comune ha notificato due avvisi di accertamento relativi alla tassa rifiuti (TARES) a una società commerciali per annualità antecedenti alla misura cautelare. Successivamente la società è stata sottoposta a sequestro antimafia e posta in amministrazione giudiziaria. I giudici d'appello hanno annullato gli atti impositivi, ritenendo che spettasse solo al giudice della prevenzione accertare i crediti tributari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune e ribaltato la decisione. Riguardo al tema Sequestro antimafia e accertamento tributario, la Suprema Corte ha stabilito che la misura cautelare non blocca il potere del Comune di accertare tributi sorti prima del sequestro. Il giudice della prevenzione valuta solo l'ammissione del credito al passivo concorsuale, mentre la verifica della legittimità della tassa resta di competenza esclusiva del giudice tributario.
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Insinuazione al passivo del terzo datore di ipoteca: Cassazione divisa
Il caso concerne l'**insinuazione al passivo del terzo datore di ipoteca** in un fallimento. Un creditore ipotecario aveva concesso un finanziamento a una società, garantito da ipoteca sui beni di un'altra società poi fallita (il terzo datore di ipoteca). Il Tribunale aveva ammesso il credito al passivo. Il Curatore del Fallimento ha contestato, sostenendo che il creditore non fosse un creditore del fallito e dovesse partecipare solo alla distribuzione del ricavato dei beni ipotecati. La Corte di Cassazione ha rilevato un contrasto giurisprudenziale sulla questione, con due orientamenti opposti. Per la complessità e l'importanza della questione, la Corte ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, al fine di risolvere il contrasto e stabilire un principio di diritto.
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Sequestro antimafia e tributi: i limiti del potere d’incasso
Un Comune ha emesso ingiunzioni di pagamento per la TIA relative ad anni precedenti al sequestro antimafia subìto da una società. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato gli atti impositivi, ritenendo che l'accertamento dei crediti spettasse in via esclusiva al giudice della prevenzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Comune, stabilendo un importante principio in materia di sequestro antimafia e tributi. Il sequestro di beni non priva il Comune del potere di accertare i tributi dovuti per periodi antecedenti alla misura cautelare. Il giudice tributario conserva la competenza esclusiva nel decidere la fondatezza e l'importo della tassa, mentre il giudice della prevenzione si limita a verificare l'idoneità del titolo per l'inserimento dello stesso nello stato passivo.
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Buste paga come prova: la Cassazione ribalta il caso lavoro
Una Lavoratrice ha chiesto l'ammissione al passivo di un Fallimento per crediti di lavoro, inclusi ferie non godute e TFR. Il Tribunale ha respinto la sua domanda, ritenendo le buste paga e una perizia insufficienti come prova e le spese legali dei decreti ingiuntivi come una richiesta nuova. La Cassazione ha accolto il ricorso della Lavoratrice, stabilendo che le **buste paga come prova**, se firmate o timbrate dal datore di lavoro, hanno piena efficacia probatoria del credito, a meno che il curatore non le contesti specificamente. La Corte ha cassato la decisione del Tribunale, rinviando il caso per una nuova valutazione.
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Compenso advisor concordato preventivo: la Cassazione lo nega
Un professionista ha richiesto l'ammissibilità al passivo fallimentare per ottenere il compenso advisor concordato preventivo. Il Tribunale ha rigettato la domanda per due ragioni: la lettera d'incarico era priva di data certa e il lavoro svolto difettava di diligenza professionale, trattandosi di un piano inattuabile e privo di documentazione essenziale. Il professionista ha impugnato la decisione in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il professionista ha omesso di censurare entrambe le motivazioni autonome del Tribunale e ha richiesto un non consentito riesame dei fatti. Di conseguenza, il professionista perde la causa, non incassa il compenso richiesto ed è condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: vale anche se tardiva
Un'azienda sottoposta ad amministrazione straordinaria ha contestato i crediti pretesi dall'ente previdenziale e dall'agente di riscossione durante l'insinuazione al passivo. Il Tribunale territoriale aveva ammesso i debiti contributivi, ritenendo tardiva l'eccezione difensiva della società. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda. I giudici supremi hanno chiarito che la prescrizione dei contributi previdenziali opera automaticamente di diritto ed è rilevabile d'ufficio dal magistrato in qualunque momento della causa. L'ente pubblico non può infatti rinunciare alla prescrizione già maturata. La Suprema Corte ha dunque cassato il decreto impugnato per quanto riguarda i crediti contributivi, ordinando un nuovo esame dei conteggi.
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Credito in Fallimento: Cessione in Blocco Non Basta, Serve Prova Specifica
Una società di recupero crediti ha tentato di far riconoscere un credito nel fallimento di un'azienda debitrice. Il credito, originato da un conto corrente e successivamente ceduto in blocco, non è stato ammesso dal Tribunale per mancanza di prova. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che la semplice pubblicazione della cessione in Gazzetta Ufficiale non basta. Il creditore deve dimostrare in modo specifico l'inclusione del suo credito nell'operazione di cessione in blocco e fornire una solida Prova del credito in fallimento. La sentenza sottolinea l'importanza di una documentazione contrattuale chiara e puntuale per la legittimazione attiva del cessionario.
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Insinuazione al passivo del TFR: buste paga non firmate respinte
Un lavoratore ha chiesto l'insinuazione al passivo del TFR per oltre ventiseimila euro nei confronti di una società fallita. A sostegno della domanda, il dipendente ha prodotto le buste paga e i modelli CUD. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta. I giudici hanno chiarito che le buste paga prive di firma, timbro o sigla del datore di lavoro non hanno valore probatorio. Inoltre, i modelli CUD e le scritture contabili aziendali non sono opponibili al curatore fallimentare. Quest'ultimo agisce infatti come terzo estraneo rispetto al debitore fallito. Di conseguenza, senza documenti dotati di data certa o sottoscritti dal datore, il credito non risulta dimostrato e l'insinuazione al passivo del TFR viene negata.
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Fondo di Garanzia INPS per TFR e azienda cessionaria attiva
Una lavoratrice ha subito il trasferimento d'azienda dalla società originaria, poi fallita, a una nuova impresa in piena attività economica. Inserita nello stato passivo del fallimento della cedente per il trattamento di fine rapporto, la dipendente ha richiesto l'intervento del Fondo di Garanzia INPS per TFR. L'ente previdenziale ha rifiutato l'erogazione contestando la mancata escussione del nuovo datore di lavoro solvibile e obbligato in solido. La Corte di Cassazione ha accolto le ragioni dell'ente previdenziale, stabilendo che la garanzia pubblica opera solo in caso di effettiva insolvenza e non sostituisce i crediti esigibili verso l'acquirente in bonis.
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Equa riparazione: il termine decorre dall’istanza, non dall’ammissione
Un creditore ha richiesto l'equa riparazione per la durata eccessiva di una procedura fallimentare. La Corte d'Appello ha calcolato il periodo irragionevole dal decreto di ammissione al passivo. Il creditore ha contestato, sostenendo che il termine dovesse decorrere dalla data di deposito dell'istanza di ammissione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso principale. Ha stabilito che, ai fini dell'equa riparazione per irragionevole durata della procedura fallimentare, il periodo da considerare per il creditore ammesso al passivo deve includere anche la fase di verificazione che inizia con la domanda di insinuazione al passivo. La Cassazione ha cassato la decisione precedente e rinviato il caso per un nuovo esame.
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Insinuazione al passivo: ricorso nullo senza avvocato
L'Agente della Riscossione ha presentato una domanda di insinuazione al passivo nei confronti di una banca in liquidazione coatta amministrativa. Il funzionario dell'ente ha sottoscritto personalmente il ricorso, senza avvalersi del patrocinio di un avvocato. Soltanto successivamente, e dopo la prima udienza, l'ente ha depositato la procura conferita a un legale per sanare il vizio. Il Tribunale ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione: la possibilità di sanare la mancanza di procura con efficacia retroattiva presuppone che l'atto introduttivo sia stato redatto da un difensore. Poiché l'atto era firmato solo dalla parte e il termine perentorio di costituzione era scaduto, la successiva nomina dell'avvocato non ha potuto evitare la decadenza. Il ricorso dell'Agente della Riscossione è stato rigettato.
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Decreto ingiuntivo e fallimento: istanza rapida ed esito negato
Una creditrice richiede l'ammissione al passivo fallimentare di una somma ingiunta tramite decreto ingiuntivo. La donna deposita l'istanza di esecutorietà prima dell'apertura del fallimento, ma il giudice emette il decreto esecutivo solo dopo la sentenza di fallimento. Il giudice delegato e il Tribunale respingono l'opponibilità del titolo, ammettendo solo una minima quota priva di contestazioni. La creditrice ricorre in Cassazione sollevando questioni di legittimità costituzionale e lamentando ritardi burocratici non imputabili alla sua condotta. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso, ribadendo la regola cardine su decreto ingiuntivo e fallimento: l'atto giudiziario privo del provvedimento formale di esecutorietà antecedente al fallimento non produce giudicato verso la massa dei creditori. La creditrice perde il ricorso e deve provare il credito secondo le ordinarie regole concorsuali.
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Azione revocatoria ordinaria e fallimento del debitore
La curatela fallimentare di una società creditrice avvia un'azione revocatoria ordinaria contro un'impresa debitrice e la terza acquirente, contestando la compravendita di immobili. Durante la causa, anche la società debitrice fallisce. La curatela di quest'ultima subentra nel processo per recuperare i beni a favore di tutti i propri creditori. I giudici di merito dichiarano improcedibile l'originaria domanda della prima curatela e accolgono quella della curatela subentrata, compensando però le spese legali. La Corte di Cassazione conferma che il fallimento sopravvenuto della debitrice e il subentro del suo curatore rendono improcedibile l'iniziativa del singolo creditore, il quale deve insinuarsi al passivo per equivalente. Tuttavia, la Suprema Corte accoglie il ricorso sulle spese, imponendo al giudice di rinvio di verificare se la prima curatela abbia diritto al rimborso delle spese legali verso la terza acquirente.
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Insinuazione tardiva al passivo: TFR negato per inerzia
Un lavoratore dipendente ha subito il licenziamento da parte del curatore fallimentare. Dopo circa due anni dalla risoluzione del rapporto lavorativo, il dipendente ha presentato la domanda di insinuazione tardiva al passivo per ottenere il trattamento di fine rapporto. Il tribunale ha dichiarato la richiesta inammissibile a causa del ritardo non giustificato. Il dipendente ha impugnato la decisione sostenendo che i crediti maturati dopo l'apertura del fallimento non fossero soggetti a limiti temporali. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta. Il lavoratore conosceva la procedura concorsuale e non ha fornito alcuna prova che giustificasse la prolungata inerzia nell'attivare la tutela del proprio credito.
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Privilegio credito cooperativa: Cassazione annulla diniego per prove non esaminate
Una cooperativa ha richiesto il riconoscimento di un privilegio credito cooperativa nel fallimento di un'azienda, sostenendo che il credito riguardava beni prodotti dai propri soci. I giudici di merito avevano negato tale privilegio, ritenendo che i beni fossero stati prodotti da terzi e che la cooperativa non avesse fornito prove sufficienti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della cooperativa. Ha stabilito che il tribunale aveva errato nell'applicazione del principio di non contestazione e nell'omesso esame di documenti cruciali. La sentenza sottolinea l'importanza di una valutazione approfondita delle prove per il riconoscimento del privilegio credito cooperativa. La causa tornerà al Tribunale per un nuovo esame.
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Ripetizione dell’indebito nel fallimento: le prove
Una società committente ha richiesto l'ammissione al passivo del fallimento di un'impresa appaltatrice per un presunto credito residuo. La committente sosteneva di aver subito una sovrafatturazione durante i lavori e compensava le fatture non saldate con le note di credito promesse dall'appaltatrice ma mai emesse. Il tribunale ha rigettato la domanda qualificandola come ripetizione dell'indebito nel fallimento non supportata da idonee prove. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che chi agisce per la restituzione di somme indebite deve provare sia l'effettivo pagamento sia la totale mancanza di giustificazione del debito. Le scritture contabili della committente non hanno valore probatorio contro il curatore fallimentare, che agisce quale soggetto terzo a tutela della massa.
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Esecutorietà del decreto ingiuntivo: serve prima del fallimento
Una creditrice ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare di una somma rilevante, fondando la pretesa su un decreto ingiuntivo non opposto. La parte aveva depositato l'istanza per ottenere la declaratoria di definitività prima del fallimento del debitore, ma il magistrato ha formalizzato il timbro di esecutività solo in una data successiva. I giudici di merito hanno escluso il titolo esecutivo, ammettendo solo la quota provata autonomamente. La creditrice ha presentato ricorso denunciando l'illegittimità del ritardo dell'ufficio giudiziario. La Corte di Cassazione ha rigettato l'impugnazione, statuendo che l'esecutorietà del decreto ingiuntivo deve intervenire formalmente prima della sentenza dichiarativa di fallimento per avere valore di giudicato opponibile alla massa dei creditori.
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Responsabilità del mediatore immobiliare: ipoteca e limiti legali
L'Acquirente ha citato in giudizio l'Agenzia per ottenere la restituzione della provvigione e il risarcimento del danno. L'immobile acquistato risultava gravato da ipoteca e il fallimento della società venditrice aveva impedito il rogito definitivo. L'Acquirente ha invocato la responsabilità del mediatore immobiliare per violazione dei doveri informativi sui vincoli e sullo stato economico del venditore. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, rilevando che l'Agenzia aveva consegnato tempestivamente una visura ipotecaria chiara. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione e rigettato il ricorso dell'Acquirente. I giudici hanno chiarito che l'agente non deve svolgere indagini bancarie per il frazionamento né rispondere di protesti successivi all'accordo.
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