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Generalità

53 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La generalità è il carattere della norma giuridica che non si rivolge ad uno o più soggetti determinati ma ad una pluralità indeterminata di soggetti. Si pensi ad una norma che punisce l'omicidio, la quale si rivolge ad una pluralità indeterminata di soggetti (tutti coloro che hanno commesso un omicidio), non ad un soggetto determinato (Tizio che ha commesso un omicidio). È generale la norma che possiede tale carattere, particolare (o ad personam) quella che non lo possiede. La generalità della norma è collegata all'astrattezza, sebbene possano esistere norme astratte ma non generali e norme generali ma non astratte. L'una e l'altra rispondono ad una triplice esigenza: ovviare all'impossibilità pratica per l'ordinamento di prevedere tutte le possibili combinazioni e varianti che si possono verificare nella realtà; assicurare la certezza del diritto, prevedendo compiutamente a priori le regole cui i soggetti si debbono attenere; assicurare uniformità di disciplina e, quindi, parità di trattamento. Vi possono essere diversi gradi di generalità ed astrattezza: il massimo grado di generalità è raggiunto dalle norme che si rivolgono a "chiunque" (si pensi all'art. 575 del Codice penale italiano: "Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno"), il massimo grado di astrattezza da quelle che si riferiscono a "qualunque fatto". Le norme che presentano il massimo grado di generalità e astrattezza sono dette di diritto comune o generale, in contrapposizione alle norme di diritto speciale che delimitano la classe dei soggetti cui si rivolgono o dei fatti cui si riferiscono, sottraendoli all'applicazione del diritto comune (si noti che anche queste norme sono generali ed astratte, ma tale carattere è circoscritto entro la classe dei soggetti o fatti da esse delimitata). Un tempo si riteneva che la generalità, assieme all'astrattezza, fosse carattere essenziale della norma giuridica. Oggi, invece, una diffusa impostazione teorica, risalente ad Hans Kelsen, ritiene che l'esercizio di un potere si risolva sempre nella produzione di una norma giuridica, sia quando si estrinseca in atti normativi, quelli che rientrano tra le fonti del diritto (costituzione, legge, regolamento ecc.), sia quando si estrinseca in altri atti precettivi, quali sono i provvedimenti amministrativi e giurisdizionali ed i negozi giuridici di diritto privato, solo che, nel secondo caso, le norme prodotte non hanno i caratteri di generalità ed astrattezza che presentano invece le norme prodotte dalle fonti del diritto. Peraltro, anche atti formalmente normativi possono in certi casi contenere norme non generali ed astratte: ne è un esempio la cosiddetta legge-provvedimento, legge meramente formale priva di contenuto normativo.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Nome sbagliato in sentenza: la Cassazione conferma la correzione errore materiale
Un giudice dell'esecuzione ha corretto un errore materiale nel nome di un condannato in una sentenza definitiva. Il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione, sostenendo che non fosse un semplice errore materiale ma una questione più complessa relativa all'identificazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il giudice dell'esecuzione può correggere le generalità del condannato se l'identità fisica della persona è certa, anche se inizialmente citata con un nome diverso. La correzione errore materiale è quindi legittima.
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Revoca patrocinio a spese dello Stato: non basta l’incertezza dell’identità
Un Lavoratore ha richiesto il patrocinio a spese dello Stato per la sua difesa. Il Tribunale ha revocato questo beneficio a causa di dichiarazioni contraddittorie sulle sue generalità e sulla disponibilità economica. Il Lavoratore ha contestato la revoca, sostenendo che i documenti dimostravano la sua identità e che la revoca della ammissione al beneficio richiede una condanna definitiva per false dichiarazioni, non solo incertezze. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Ha stabilito che la revoca del patrocinio a spese dello Stato è possibile solo dopo una sentenza irrevocabile che accerta le false dichiarazioni. L'incertezza sulle generalità può rendere inammissibile la richiesta iniziale, ma non giustifica la revoca successiva senza una condanna.
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Identità Falsa: Quando il Reato Istantaneo Non Ammette Ripensamenti
Un individuo è stato condannato per aver fornito false dichiarazioni sulla propria identità a un pubblico ufficiale, reato previsto dall'Art. 495 del Codice Penale. L'imputato aveva inizialmente fornito dati non veritieri, salvo poi offrire di mostrare un documento corretto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il reato di false dichiarazioni identità è un reato istantaneo: si consuma nel momento in cui vengono rese le false generalità, rendendo irrilevanti i successivi tentativi di correzione. L'individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Falsa Dichiarazione a Pubblico Ufficiale: La Cassazione e le Generalità Contestate
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Individuo condannato per falsa dichiarazione a pubblico ufficiale, ai sensi dell'Art. 495 c.p. L'Individuo aveva contestato la sua responsabilità, sostenendo che non fosse stato accertato il momento esatto delle false generalità. La Corte ha ribadito che il reato si configura anche se la vera identità non viene accertata o se, tra più dichiarazioni diverse, una fosse vera. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, e l'Individuo è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Falsa Dichiarazione Identità: Condanna Confermata per Generalità Multiple
Un individuo è stato condannato per aver fornito una falsa dichiarazione identità a un pubblico ufficiale durante un arresto. L'uomo aveva dichiarato generalità diverse in varie occasioni. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che non era stata accertata quale delle sue dichiarazioni fosse effettivamente falsa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ribadito che il reato di falsa dichiarazione identità si configura anche quando un soggetto fornisce molteplici generalità diverse, senza che sia necessario accertare quale sia quella vera. L'importante è che le dichiarazioni siano false.
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Rifiuto di Fornire Generalità: La Cassazione Conferma la Condanna
Un cittadino è stato condannato per il reato di rifiuto di fornire generalità a un agente di polizia ferroviaria. L'agente aveva agito su una segnalazione confidenziale riguardante sostanze stupefacenti. Il cittadino si era rifiutato di identificarsi e aveva tentato la fuga. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del cittadino. Ha stabilito che la notizia confidenziale era legittima per avviare il controllo e che il rifiuto di fornire generalità, unito al tentativo di fuga, escludeva la particolare tenuità del fatto.
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Errore di Nascita in Sentenza: La Correzione Errore Materiale della Cassazione
La Corte di Cassazione ha corretto un evidente errore materiale riguardante l'anno di nascita di un condannato, precedentemente indicato come 1970 anziché 1979. L'errore era presente nel frontespizio di un'ordinanza che aveva dichiarato inammissibili i ricorsi del condannato. La Procura ha segnalato il refuso, fornendo la corretta data anagrafica. La Corte ha quindi disposto la correzione errore materiale del provvedimento, assicurando l'esattezza dei dati personali. Questo intervento garantisce la precisione degli atti giudiziari.
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Falsi alias e rientro: esclusa la particolare tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno straniero condannato a otto mesi di reclusione per essere rientrato in Italia senza autorizzazione prima dei tre anni dal suo allontanamento. La difesa chiedeva l'applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. Tuttavia, i giudici hanno respinto la richiesta poiché l'imputato aveva già commesso un fatto analogo in passato, aveva fornito false generalità ed era stato registrato con sei identità diverse. Di conseguenza, la condotta non poteva considerarsi occasionale o di lieve entità. L'imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Minaccia a pubblico ufficiale: condannato il molestatore
Un uomo si è introdotto clandestinamente di notte in un condominio, suonando con insistenza il campanello di un'abitazione per costringere la residente ad aprire. Un militare della Guardia di Finanza, libero dal servizio ma qualificatosi come pubblico ufficiale, è intervenuto per interrompere il disturbo. Il soggetto ha reagito rivolgendo una minaccia a pubblico ufficiale e rifiutandosi di fornire le proprie generalità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità penale e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione di identità: mentire più volte è sempre reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di falsa attestazione di identità (art. 495 c.p.). L'imputato sosteneva l'impossibilità di stabilire in quale specifica occasione avesse mentito, avendo fornito nomi diversi in più controlli. I giudici hanno chiarito che il reato si configura in ognuna delle occasioni in cui vengono fornite false generalità alle autorità. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rifiuto di fornire le generalità: condanna record per un no al capotreno
Un passeggero è stato condannato per il reato di rifiuto di fornire le generalità (art. 651 c.p.) per essersi opposto ripetutamente alle richieste del capotreno di mostrare i documenti, acconsentendo solo dopo l'intervento della Polizia ferroviaria. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la condanna si basasse solo sulle dichiarazioni del capotreno e chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità della condotta, caratterizzata da una forte ostinazione, escludendo qualsiasi tenuità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Rifiuto di fornire le generalità: multa da 100 a 3000 euro
Durante un controllo di polizia sul territorio, un cittadino si è opposto alla richiesta degli agenti di identificarsi. Il Tribunale lo ha condannato alla pena di 100 euro di ammenda per il reato di rifiuto di fornire le generalità. Il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione, chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la condotta ostruzionistica impedisce l'applicazione della particolare tenuità dell'offesa. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Correzione dell’errore materiale: ringiovanito di dieci anni
Durante la fase di esecuzione di un provvedimento penale, emerge un errore anagrafico nell'intestazione dell'ordinanza della Corte di Cassazione. L'atto riporta erroneamente l'anno di nascita dell'imputato come 1944 anziché 1954, recependo uno sbaglio già presente nella sentenza di appello. La Suprema Corte interviene d'ufficio per rimediare a questa svista. Tramite la procedura di correzione dell'errore materiale, i giudici dispongono la rettifica della data di nascita senza modificare la sostanza della decisione precedente. L'errore viene così sanato rapidamente con rito de plano, garantendo l'esatta identificazione del soggetto coinvolto e la corretta esecuzione della pena.
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Particolare tenuità del fatto: nullo il silenzio del giudice
Un cittadino è stato condannato dal Tribunale di Pescara a 100 euro di ammenda per essersi rifiutato di fornire le proprie generalità agli agenti di polizia. La difesa aveva richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, ma il giudice di merito ha omesso qualsiasi motivazione sul punto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che il giudice ha l'obbligo di motivare l'eventuale rigetto di tale richiesta. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo giudizio che valuti specificamente la particolare tenuità del fatto.
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Patrocinio a spese dello Stato: negato al detenuto senza documenti
Il Detenuto, ristretto in carcere, ha richiesto l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato. Il Tribunale ha respinto la domanda poiché l'istante non aveva allegato un documento d'identità valido, essendo stato identificato all'ingresso in carcere solo tramite rilievi dattiloscopici con attribuzione di un codice CUI. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che l'incertezza sulle esatte generalità anagrafiche del richiedente legittima il rifiuto del beneficio. Infatti, senza dati anagrafici certi, l'Amministrazione Finanziaria non può svolgere le verifiche necessarie sul reddito del richiedente. La certezza dell'identità fisica differisce da quella anagrafica richiesta per i controlli fiscali. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Rifiuto di fornire le generalità: il silenzio costa caro
Durante un controllo di polizia, un cittadino si è rifiutato sia di mostrare i documenti sia di dichiarare i propri dati anagrafici. Condannato in primo grado per il reato di rifiuto d'indicazioni sulla propria identità personale, l'uomo ha proposto ricorso sostenendo che non esibire i documenti non costituisse reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il reato si configura pienamente quando il soggetto oppone un netto rifiuto di fornire le generalità alle forze dell'ordine, non limitandosi alla sola mancata esibizione dei documenti d'identità. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rifiuto di fornire le proprie generalità: condanna annullata
Due cittadini venivano condannati per il reato di rifiuto di fornire le proprie generalità (art. 651 c.p.) perché non avevano esibito i documenti durante un controllo di polizia. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione, evidenziando che la legge punisce solo il rifiuto di dichiarare i propri dati verbali, non l'omessa esibizione dei documenti d'identità. Inoltre, uno di loro si era recato in caserma poco dopo per mostrare i documenti. La Corte di Cassazione ha ritenuto i ricorsi non manifestamente infondati. Di conseguenza, ha rilevato il decorso del tempo e ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna per intervenuta prescrizione del reato.
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Falsa dichiarazione sulla propria identità: bugia che condanna
Il caso riguarda un cittadino straniero condannato per il reato di falsa dichiarazione sulla propria identità a un pubblico ufficiale. Il ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello sostenendo che un documento temporaneo tedesco (denominato duldung) fosse stato erroneamente considerato un documento d'identità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, ai fini della condanna per falsa dichiarazione sulla propria identità, non rileva la natura del documento esibito, bensì la falsità delle dichiarazioni verbali rese dal soggetto sulle proprie generalità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire sulla data
L'Automobilista, sorpreso alla guida di un veicolo senza patente, ha fornito agli agenti di polizia una data di nascita errata. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale, stabilendo che la data di nascita rappresenta un elemento essenziale delle generalità di un individuo. Inoltre, i controlli stradali devono confluire in una relazione di servizio, che costituisce atto pubblico. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rifiuto di fornire le generalità: condannato il passante curioso
Un cittadino si è intromesso in un controllo della polizia locale su un'auto parcheggiata senza permesso, dichiarando che il veicolo apparteneva alla fidanzata. Alla richiesta dei vigili di identificarsi, l'uomo ha opposto un netto rifiuto di fornire le generalità, consegnando i documenti solo dopo l'arrivo dei Carabinieri. Condannato in primo grado, ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo la propria buona fede e l'estraneità ai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di identificazione scatta per chiunque si intrometta in un controllo pubblico, a prescindere dalla commissione di illeciti. Inoltre, fornire i dati in un secondo momento ai Carabinieri non cancella il reato ormai consumato.
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