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Fumus Commissi Delicti — Anno 2026

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360 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Fumus Commissi Delicti

Provvedimenti

Sequestro probatorio: no alla restituzione di armi e pc
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagata contro il provvedimento del Tribunale di Cosenza, che confermava il sequestro probatorio di armi, munizioni e dispositivi informatici. L'Indagata era accusata di omessa custodia di armi, falso e ricettazione. La difesa lamentava la mancanza di presupposti per il sequestro e l'errata applicazione delle norme sulla confisca delle armi. La Suprema Corte ha chiarito che il sequestro probatorio richiede solo la configurabilità astratta del reato e che le armi sequestrate sono soggette a confisca obbligatoria, escludendone la restituzione immediata. Inoltre, il ricorso è stato giudicato generico e caotico. Di conseguenza, L'Indagata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Contanti nascosti e sequestro probatorio di smartphone: è legale
Un dipendente pubblico viene fermato con 360.000 euro in contanti nascosti in auto, in parte sotto un sedile con un vano a comando elettrico. La Procura dispone il sequestro probatorio di smartphone in suo possesso per esaminare i contatti e ricostruire l'origine del denaro, ipotizzando il reato di ricettazione. L'indagato contesta la misura, ritenendola una ricerca indiscriminata di prove. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la legittimità del sequestro. I giudici stabiliscono che l'enorme quantità di denaro, l'incompatibilità con il reddito e le modalità di occultamento costituiscono indizi solidi di provenienza illecita. Di conseguenza, l'analisi dei telefoni è uno strumento investigativo mirato e proporzionato per individuare i complici e tracciare i flussi finanziari, escludendo l'ipotesi di una ricerca casuale.
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Sequestro preventivo di denaro: contante nascosto e reddito zero
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di denaro per un importo di cinquantamila euro rinvenuto nel bagaglio di un commerciante alla stazione ferroviaria. L'indagato viaggiava con connazionali che trasportavano anch'essi ingenti somme. Il denaro era suddiviso in mazzette e nascosto sotto gli indumenti intimi. Nonostante la difesa contestasse l'assenza di prove sul reato originario, i giudici hanno ritenuto legittimo il vincolo. La sproporzione tra il denaro contante e i redditi dichiarati, risultati nulli o irrisori negli ultimi anni, unita alle modalità insolite di occultamento, rende astrattamente configurabile un reato fiscale presupposto. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare.
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Sequestro preventivo di denaro: il solo possesso non basta
Il Tribunale di Foggia aveva confermato il sequestro preventivo di denaro per oltre 338.000 euro, rinvenuti nascosti in un'auto. Gli indagati erano accusati del reato di riciclaggio, ma non riuscivano a giustificare la provenienza della somma. La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento, accogliendo il ricorso della difesa. I giudici hanno chiarito che il semplice possesso di un'ingente somma di denaro non giustificato, anche se nascosto, non basta a disporre il sequestro preventivo di denaro. Per contestare il riciclaggio è indispensabile individuare, almeno nella sua tipologia, il reato presupposto da cui derivano i fondi illeciti e dimostrare un collegamento concreto con attività criminali, non potendosi basare su semplici congetture o sul mero trasporto del contante.
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Sequestro di denaro per riciclaggio: il possesso non basta
La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro preventivo di oltre 338.000 euro nei confronti di due indagati per riciclaggio. Il denaro era stato trovato nascosto sotto il sedile di un'auto. I giudici di merito avevano giustificato la misura basandosi solo sull'ingente somma, sulla sua suddivisione in pacchetti e sull'assenza di spiegazioni plausibili. La Cassazione ha stabilito che il semplice possesso di contanti non basta a dimostrare il reato. Per legittimare il sequestro di denaro per riciclaggio, i giudici devono individuare almeno la tipologia del reato presupposto da cui provengono le somme e dimostrare una condotta concreta volta a ostacolarne la provenienza illecita, non bastando il mero trasporto del denaro.
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Sequestro preventivo dello smartphone: legittimo anche in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo dello smartphone e della scheda SIM di un indagato per favoreggiamento personale aggravato, accusato di aver agevolato la latitanza di un esponente di spicco della criminalità organizzata. In precedenza, un sequestro probatorio dello stesso telefono era stato annullato in relazione a un diverso reato di porto d'armi. I giudici hanno chiarito che il nuovo provvedimento è legittimo perché persegue una finalità impeditiva differente: evitare che l'indagato utilizzi il cellulare per mantenere contatti con ambienti criminali. La temporanea custodia in carcere dell'indagato non esclude il pericolo di reiterazione, data la natura provvisoria della detenzione. L'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Sequestro probatorio: errore di forma non cancella le indagini
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del nuovo decreto di sequestro probatorio emesso dal Pubblico Ministero dopo che un precedente provvedimento era stato annullato per vizi formali (mancanza di motivazione). Gli indagati, accusati di incendio e truffa assicurativa per il rogo del loro bar, contestavano la violazione del divieto di un secondo giudizio sullo stesso fatto. I giudici hanno chiarito che l'annullamento per soli vizi di forma non fa scattare il giudicato cautelare. Di conseguenza, l'accusa può emettere un nuovo provvedimento identico, purché motivato, senza dover presentare nuove prove. I ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici: privacy o indagini
Un ex sindaco, indagato per corruzione in relazione ad appalti pubblici, ha subito il sequestro di un computer, uno smartphone e denaro contante. L'indagato ha contestato la misura, ritenendo che l'acquisizione dell'intero contenuto dei dispositivi elettronici fosse generica ed esplorativa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il sequestro probatorio di dispositivi informatici non può essere indiscriminato. Il provvedimento deve indicare criteri di selezione chiari, limiti temporali e il nesso di pertinenza con il reato ipotizzato, per evitare una compressione sproporzionata della riservatezza. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza di sequestro, rinviando al Tribunale per un nuovo esame.
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Società di fatto ed evasione: la Cassazione frena le accuse
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza cautelare nei confronti di un imprenditore accusato di associazione a delinquere, autoriciclaggio e reati tributari. L'accusa ipotizzava l'esistenza di una società di fatto occulta che gestiva quindici società formali usate come schermi fittizi per evadere il fisco. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della difesa, rilevando che i giudici del riesame non hanno adeguatamente motivato né l'effettiva esistenza della società di fatto (mancando la prova di un accordo sulla spartizione di utili e perdite), né il carattere puramente fittizio delle singole aziende. Di conseguenza, cade la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per tutti i reati contestati. Il Tribunale di Catanzaro dovrà ora riesaminare il caso applicando i corretti principi di diritto.
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Sequestro preventivo: il deposito virtuale incastra la ditta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il provvedimento di sequestro preventivo emesso nei confronti della co-gestrice di fatto di un'impresa individuale. L'indagata era accusata di contrabbando, evasione dell'IVA all'importazione e falso ideologico. Il meccanismo fraudolento consisteva nell'importare merci extra-UE simulando il loro transito fisico in un deposito IVA (cosiddetto deposito virtuale) per evitare il pagamento dell'imposta di confine. La difesa sosteneva l'estraneità della donna e la regolarità fiscale dell'operazione. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, ribadendo che per il sequestro preventivo basta il fumus del reato e che la merce deve transitare materialmente nel deposito fiscale per godere della sospensione d'imposta. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e la ricorrente condannata alle spese.
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Sequestro preventivo per autoriciclaggio: sigilli alla nuova srl
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per autoriciclaggio e bancarotta del complesso aziendale e dei conti correnti di una nuova società. Questa nuova impresa, gestita da familiari della titolare della ditta fallita, operava negli stessi locali, con la stessa insegna e pubblicità continua sui social network. I giudici hanno ritenuto la nuova società un semplice schermo per distrarre il patrimonio aziendale e ostacolare l'identificazione della provenienza illecita dei beni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della nuova amministratrice, ribadendo che per disporre il sequestro preventivo per autoriciclaggio non servono prove schiaccianti di colpevolezza, ma basta la semplice e astratta configurabilità del reato (fumus commissi delicti). La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Competenza territoriale: no al sequestro se il giudice non decide
Una donna, indagata per ricettazione, è stata fermata con oltre 197.000 euro in contanti suddivisi in mazzette all'interno della propria auto. Il Tribunale di Brescia ha confermato il sequestro preventivo della somma. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione eccependo, tra i vari motivi, l'omessa pronuncia del giudice del riesame sull'eccezione di competenza territoriale, sostenendo che il reato fosse stato consumato a Vicenza, luogo di residenza dell'indagata. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il Tribunale del Riesame ha l'obbligo di pronunciarsi sulla competenza territoriale se ritualmente eccepita. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza e ha rinviato gli atti al Tribunale di Brescia per un nuovo esame.
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Sequestro preventivo crediti d’imposta: stop ai bonus inesistenti
L'Amministratore di due società ha impugnato il sequestro preventivo delle aziende e dei crediti d'imposta (pari a oltre 3 milioni di euro) derivanti da agevolazioni come il Superbonus 110%, ipotizzando una truffa aggravata. La difesa sosteneva l'insussistenza del pericolo, poiché le nuove leggi vietavano la cessione dei crediti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del sequestro preventivo crediti d'imposta. I giudici hanno chiarito che il blocco dei crediti e delle società è necessario per impedire ulteriori attività fraudolente, indipendentemente dalle riforme legislative, e che la misura impeditiva è pienamente compatibile con la responsabilità degli enti. L'Amministratore è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Abusivismo edilizio in zona vincolata: il permesso non basta
L'Impresa Immobiliare ha impugnato il sequestro preventivo di tre edifici residenziali e di una strada di collegamento al mare, realizzati entro i trecento metri dalla costa. Tali opere violavano il vincolo paesaggistico di inedificabilità assoluta, nonostante il Comune avesse rilasciato un permesso di costruire basato su mappe cartografiche errate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando il sequestro per abusivismo edilizio in zona vincolata. I giudici hanno chiarito che il giudice penale ha il dovere di verificare la legittimità dei titoli edilizi. Inoltre, l'impresa non può invocare la buona fede o l'affidamento incolpevole: chi opera professionalmente nel settore delle costruzioni ha l'obbligo rigoroso di informarsi e verificare la reale conformità delle opere alle leggi nazionali e regionali di tutela ambientale.
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Sequestro preventivo: la Cassazione frena i giudici del riesame
Il Pubblico Ministero ha impugnato la revoca del sequestro preventivo di oltre 4,8 milioni di euro, disposto nei confronti di due amministratori accusati di aver utilizzato fatture per operazioni inesistenti. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il blocco dei beni ritenendo non provata la consapevolezza della frode da parte degli indagati, valorizzando i loro controlli interni sui fornitori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che in sede di riesame del sequestro preventivo il giudice non deve compiere un processo nel processo sulla colpevolezza. La mancanza dell'elemento soggettivo può giustificare la revoca del sequestro solo se emerge immediatamente, a colpo d'occhio. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sequestro Preventivo: Cassazione Annulla per Mancata Valutazione Prove
Una società ha contestato il sequestro preventivo dei suoi beni e di quelli dell'amministratore, disposto per presunti reati fiscali e illeciti amministrativi. Il Tribunale del riesame aveva confermato il sequestro. La società ha sostenuto che il Tribunale non aveva valutato la documentazione difensiva che provava l'effettiva operatività della società emittente le fatture contestate. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale. Ha rinviato il caso per un nuovo esame. Il Tribunale dovrà valutare attentamente tutte le prove presentate dalla difesa. Questo è cruciale per determinare l'effettiva entità del profitto illecito e la legittimità del sequestro preventivo.
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Truffa Aggravata: Sequestro Preventivo Confermato, Ricorso Inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro il sequestro preventivo di denaro e un immobile. L'indagato, accusato di truffa aggravata per un finanziamento pubblico, contestava la motivazione del sequestro, la qualificazione del reato come "truffa a consumazione prolungata" e i criteri di confisca. La Suprema Corte ha confermato la validità del sequestro, ribadendo che la motivazione era sufficiente e che la truffa, se derivante da un unico progetto fraudolento, si considera prolungata. Ha inoltre chiarito i principi sulla confisca diretta e per equivalente, condannando il ricorrente alle spese processuali.
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Sequestro annullato: il periculum in mora non si presume
Un imprenditore, ritenuto amministratore di fatto di un'azienda, subisce un sequestro per reati tributari. La Corte di Cassazione ha parzialmente annullato il provvedimento, stabilendo un principio fondamentale sul **periculum in mora nel sequestro preventivo**. Secondo i giudici, il rischio che i beni vengano dispersi non può essere semplicemente presunto dal ruolo 'occulto' dell'indagato o da generiche supposizioni. Deve essere, invece, dimostrato con elementi concreti e specifici che attestino un pericolo reale e attuale. La questione è stata quindi rinviata al tribunale per una nuova valutazione basata su prove effettive e non su mere congetture.
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Sequestro preventivo abuso edilizio: confermato anche all’inquilino
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo per abuso edilizio a carico di un'azienda e del suo amministratore. L'azienda, pur essendo solo l'affittuaria del terreno, aveva costruito diversi capannoni senza alcun permesso in un'area soggetta a vincoli paesaggistici e sismici. La difesa sosteneva la buona fede e la natura precaria delle strutture. La Corte ha respinto il ricorso, ritenendo sufficiente la presenza di indizi di reato (fumus commissi delicti) e il pericolo concreto di un danno ambientale (periculum in mora). La mancata menzione dei capannoni nel contratto di locazione è stata considerata un indizio chiave contro l'azienda. L'esito finale è la conferma del sequestro.
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Marchio CE non conforme: Sequestro legittimo anche senza prove
Un commerciante subisce il sequestro di 843 articoli per feste a causa di un marchio CE graficamente non conforme, con l'ipotesi di reato di frode in commercio. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento, stabilendo che per un sequestro probatorio marchio CE è sufficiente l'irregolarità formale del logo per creare un sospetto di reato (fumus commissi delicti). La necessità di svolgere accertamenti tecnici sulla merce giustifica il mantenimento del vincolo su tutti i prodotti, senza possibilità di restituzione parziale. L'appello del commerciante è stato quindi respinto.
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