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Factoring

68 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un contratto con cui un'impresa cede i propri crediti commerciali a una società specializzata (il factor), la quale fornisce liquidità immediata e si occupa della gestione e riscossione dei crediti.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Contratto di factoring e usura: la finanziaria perde la causa
Una società finanziaria ha riaddebitato oltre 330.000 euro sul conto corrente di una cliente poi fallita, sostenendo il mancato incasso dei crediti legati a un contratto di factoring e applicando interessi ritenuti usurari. La Curatela Fallimentare ha agito in giudizio per ottenere la restituzione delle somme. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna della finanziaria a restituire oltre 126.000 euro al fallimento. I giudici hanno chiarito che, per legittimare il riaddebito, la finanziaria deve provare l'effettivo inadempimento dei debitori ceduti. Senza tale prova, il riaddebito è illegittimo. Inoltre, la Corte ha confermato il superamento del tasso soglia usura attraverso la separata comparazione tra il tasso effettivo globale e la commissione di massimo scoperto.
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Revocatoria fallimentare: illegittimi i pagamenti col factoring
Un'azienda in grave crisi finanziaria, poi fallita, aveva incaricato una società di factoring di saldare un proprio fornitore, chiedendo di anticipare le somme sulle fatture future. Dopo la dichiarazione di dissesto, il curatore ha promosso l'azione di revocatoria fallimentare per recuperare oltre centomila euro. Il fornitore ha contestato la pretesa, sostenendo che il pagamento fosse stato eseguito con denaro proprio del terzo e tramite modalità ordinarie. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fornitore, qualificando la delegazione di pagamento mediante factoring come un mezzo anomalo di adempimento. Poiché la società di factoring si era rivalsa sulle fatture dell'impresa prima del fallimento, il patrimonio aziendale aveva subito un reale depauperamento a danno della collettività dei creditori. Il fornitore è stato quindi condannato a restituire le somme ricevute alla procedura fallimentare.
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Recesso arbitrario della banca: risarcimento e calcolo danni
Una società commerciale stipula un contratto di factoring con un istituto bancario. La banca interrompe improvvisamente l'erogazione delle anticipazioni e revoca i pagamenti senza rispettare il preavviso, provocando il dissesto dell'impresa. A seguito del fallimento, la curatela agisce in giudizio per risarcimento. La Corte d'Appello condanna l'istituto di credito, stabilendo che il recesso arbitrario della banca ha violato la buona fede e causato l'insolvenza. La banca propone ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità confermano l'illegittimità della condotta bancaria, ma accolgono il ricorso limitatamente al calcolo dei danni. La Corte d'Appello aveva infatti liquidato il danno in via equitativa senza valutare l'impatto delle difficoltà finanziarie dell'impresa preesistenti al recesso. La causa viene quindi rinviata per ricalcolare l'ammontare del risarcimento.
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Revocatoria fallimentare nel factoring tra liquidità e debito
Una società cooperativa in amministrazione straordinaria ha richiesto la revoca di tre cessioni di crediti eseguite a favore di una società di intermediazione finanziaria. La procedura fallimentare considerava tali atti come pagamenti anomali volti a estinguere debiti pregressi dell'impresa insolvente. La società cessionaria ha dimostrato che le operazioni rientravano in un ordinario contratto finanziario con erogazione contestuale di liquidità. I giudici di merito hanno respinto la domanda e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso della procedura. I magistrati hanno chiarito che l'acquisto dei crediti a titolo oneroso con contestuale pagamento del corrispettivo esclude la revocatoria fallimentare nel factoring per difetto di finalità solutoria.
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Scioglimento Contratto in Concordato: Limiti all’Impugnabilità
Un'Azienda in concordato preventivo ha chiesto lo scioglimento di un contratto di factoring. La Società di Factoring ha contestato, sostenendo che i crediti erano già stati trasferiti prima del concordato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Società di Factoring. Ha stabilito che i provvedimenti di autorizzazione allo scioglimento dei contratti in concordato preventivo non sono impugnabili tramite ricorso straordinario per Cassazione. Questi atti sono considerati di direzione della procedura concorsuale e non risolvono controversie sui diritti in modo definitivo. Per contestare gli effetti sui diritti, è necessario avviare un giudizio ordinario. Questo chiarisce l'ambito dell'Impugnabilità provvedimenti concordato.
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Cessione del credito e interessi di mora: pretesi o incassati?
Un Ente Sanitario Privato cede i propri crediti verso una struttura pubblica a una Società di Factoring. Successivamente, la società accorda con l'amministrazione la rinuncia ad alcuni accessori del credito nell'ambito di una transazione generale. L'ente privato cita in giudizio la società e la banca sostenendo che la cessione del credito e interessi di mora prevedesse l'obbligo di recuperare tutti gli interessi maturati e non solo quelli incassati. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: in mancanza di un patto contrario esplicito, la cessione del credito trasferisce anche i diritti accessori. Di conseguenza, la società di factoring era tenuta a versare all'ente privato unicamente gli interessi effettivamente recuperati dal debitore e non l'intero ammontare teorico.
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Contraddittorio endoprocedimentale: quando l’atto del Fisco cade
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento IVA a una Società di Factoring per il mancato assoggettamento ad imposta di alcune commissioni. La società ha impugnato l'atto denunciando il mancato rispetto del contraddittorio endoprocedimentale, affermando di essere stata privata della possibilità di illustrare elementi decisivi a propria difesa prima dell'emissione del provvedimento. La Commissione Tributaria Regionale ha respinto la doglianza, ritenendo sufficiente che le difese fossero state svolte durante il processo. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che i giudici di merito devono verificare tramite la prova di resistenza se le argomentazioni della società avrebbero potuto cambiare l'esito del controllo prima della causa. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per valutare concretamente la rilevanza delle difese omesse.
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Danno erariale e transazioni della sanità: la Cassazione
Un'Azienda Sanitaria Provinciale ha stipulato un accordo transattivo con una Struttura Sanitaria Convenzionata per saldare presunti debiti pregressi. Gli approfondimenti hanno accertato che parte dei crediti era già stata incassata direttamente o ceduta a società di factoring. Questa condotta ha generato un'ingente duplicazione dei pagamenti. La Corte dei Conti ha quindi condannato i dirigenti pubblici e la società privata a risarcire il danno erariale. Gli interessati hanno proposto ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione lamentando un presunto difetto di giurisdizione. Le Sezioni Unite hanno respinto i ricorsi. I giudici hanno confermato la piena legittimità della giurisdizione contabile nel valutare le condotte dolose che provocano un danno erariale alle casse pubbliche.
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Sconto tariffario e rimborsi sanitari: la Cassazione decide
Una struttura sanitaria accreditata ha contestato la richiesta dell'azienda sanitaria pubblica di restituire somme corrisposte in eccesso. La pretesa derivava dall'applicazione retroattiva dello sconto tariffario previsto dalla legge per il triennio 2007-2009, temporaneamente sospeso e poi ripristinato a seguito della conclusione favorevole dei contenziosi amministrativi. La Corte di Cassazione ha confermato che lo sconto tariffario si inserisce automaticamente nei contratti tra sanità pubblica e strutture private ai sensi dell'articolo 1339 del codice civile. Questa integrazione rende legittimo il recupero degli importi erogati in eccedenza per il triennio 2007-2009. La Corte ha inoltre escluso la necessità di coinvolgere nel processo la società di factoring a cui erano stati ceduti i crediti. Il ricorso della struttura sanitaria privata è stato integralmente rigettato.
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Cessione dei crediti sanitari: condanna e rinvio in udienza
Una società finanziaria regionale ha impugnato la decisione di merito che la condannava a pagare oltre 180.000 euro a una società di factoring, oltre agli interessi moratori per debiti commerciali del settore sanitario. La controversia riguarda l'adempimento e la titolarità delle obbligazioni derivanti da una cessione dei crediti vantati verso un'azienda sanitaria locale. L'ente sanitario aveva eccepito la propria estraneità al pagamento. I giudici della Corte di Cassazione, rilevata la particolare complessità delle questioni giuridiche e le eccezioni sollevate dalle parti, hanno disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo per la trattazione in pubblica udienza, sospendendo la decisione definitiva in attesa del dibattimento collegiale.
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Revocatoria del factoring: la Cassazione tutela il fallimento
Una società finanziaria ha impugnato la decisione di merito che ha dichiarato inefficaci le cessioni di credito eseguite da un'azienda prima del suo fallimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'orientamento della giurisprudenza in materia. I giudici hanno chiarito che la disciplina della Revocatoria del factoring rende inopponibili i pagamenti ricevuti dal cessionario nell'anno antecedente alla procedura concorsuale. Questa norma si applica indipendentemente dallo scopo pratico del contratto, sia esso di finanziamento o di vendita del credito. La Suprema Corte ha altresì ribadito che il periodo sospetto decorre dall'ammissione alla prima procedura concorsuale e che la conoscenza dello stato di crisi da parte del factor comporta la perdita delle somme incassate, le quali ritornano a disposizione dell'intera massa dei creditori della società fallita.
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Compensazione impropria: la finanza vince sulla revocatoria
Un gruppo industriale in amministrazione straordinaria ha chiesto la revocatoria fallimentare dei rimborsi derivanti da un accordo di factoring con una società finanziaria. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che i flussi finanziari non fossero pagamenti autonomi ma semplici variazioni contabili di un unico rapporto contrattuale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso principale. I giudici hanno stabilito che si applica la compensazione impropria quando i debiti e i crediti reciproci derivano da un solo contratto. Di conseguenza, il calcolo del saldo finale non costituisce un pagamento revocabile, ma una mera operazione di conguaglio contabile rilevabile d'ufficio dal giudice. Vince la società finanziaria, che non deve restituire le somme.
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Cessione dei crediti futuri: quando il tempo annulla il factoring
La Società Acquirente ha chiesto la restituzione di somme indebitamente pagate per accise sull'energia elettrica alla Società Fornitrice. Quest'ultima ha eccepito il proprio difetto di legittimazione, sostenendo di aver ceduto il credito a una società finanziaria tramite un contratto di factoring. La Corte d'Appello ha accolto la tesi della fornitrice, ritenendo valida la cessione. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della Società Acquirente. La Corte ha chiarito che la cessione dei crediti futuri in massa è valida solo per crediti derivanti da contratti stipulati entro ventiquattro mesi dall'accordo di factoring. Poiché il contratto di fornitura era stato firmato oltre sei anni dopo il factoring, la cessione di quel credito era nulla per indeterminatezza dell'oggetto. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Accreditamento strutture sanitarie: negato rimborso alla clinica
Una Società di Factoring ha richiesto il pagamento di oltre 420.000 euro all'Azienda Sanitaria Locale per prestazioni di degenza erogate da una Clinica Privata. Il credito era stato ceduto alla finanziaria, ma l'ente pubblico si è opposto contestando l'assenza di un contratto valido. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della finanziaria. I giudici hanno chiarito che, per pretendere il pagamento di prestazioni sanitarie da enti pubblici, è indispensabile il preventivo accreditamento strutture sanitarie e la stipula di un formale contratto scritto. Il rinnovo tacito dei contratti con la Pubblica Amministrazione è vietato dalla legge. Di conseguenza, la Società di Factoring perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Opposizione allo stato passivo: il contratto batte la negligenza
Una Società Finanziaria ha proposto opposizione allo stato passivo per ottenere l'ammissione di un credito derivante da un conto corrente e da operazioni di factoring. Il Tribunale aveva rigettato la domanda contestando la mancanza degli estratti conto integrali e applicando la perdita della garanzia per negligenza del creditore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società Finanziaria. I giudici hanno stabilito che il timbro della cancelleria sul fascicolo fa presumere il regolare deposito dei documenti integrali. Inoltre, nel contratto di factoring, le parti avevano espressamente escluso l'applicazione della norma sulla perdita della garanzia per negligenza del cessionario. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Cessione dei crediti: la fotocopia perde contro il colosso
Una società finanziaria, ottenuto un decreto ingiuntivo contro un'azienda energetica per riscuotere somme derivanti da un contratto di factoring e dalla relativa cessione dei crediti, si è vista revocare il provvedimento dalla Corte di Appello. Quest'ultima ha ritenuto non provato il credito a causa del disconoscimento della fotocopia di un documento contabile relativo allo stato di avanzamento dei lavori. La società finanziaria ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando errori di valutazione delle prove e l'omesso esame di altre fatture. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Gli ermellini hanno chiarito che le contestazioni sull'interpretazione dei fatti e sulla valutazione delle prove fotografiche o fotostatiche spettano esclusivamente al giudice di merito e non possono essere ridiscusse in sede di legittimità, confermando così la revoca del decreto ingiuntivo e condannando la ricorrente alle spese.
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Scioglimento del contratto di factoring: sì al giudice ordinario
Una società in concordato preventivo ottiene dal Tribunale l'autorizzazione allo scioglimento del contratto di factoring stipulato con un istituto finanziario. Di conseguenza, chiede ai propri debitori di pagare direttamente a lei e non al factor. La società di factoring avvia una causa civile ordinaria per rivendicare i crediti, ma i giudici di merito dichiarano la domanda inammissibile, ritenendo che il provvedimento di scioglimento andasse impugnato con reclamo fallimentare. La Cassazione ribalta la decisione: lo scioglimento del contratto di factoring può essere contestato davanti al giudice ordinario. L'atto del tribunale fallimentare ha natura amministrativa e non impedisce una causa civile autonoma per accertare i diritti sui crediti. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Scioglimento del contratto di factoring: riserva per il creditore
Una società finanziaria ha anticipato somme a un'azienda di abbigliamento in base a un contratto di factoring. Successivamente, l'azienda è entrata in concordato preventivo e ha ottenuto l'autorizzazione allo scioglimento del contratto di factoring. Dopo il fallimento dell'azienda, la finanziaria ha chiesto di essere ammessa al passivo per recuperare le anticipazioni. Il Tribunale ha rifiutato l'ammissione a titolo contrattuale, ritenendo applicabile solo un indennizzo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della finanziaria: poiché pende un'altra causa sull'efficacia dello scioglimento, il credito deve essere ammesso con riserva. La finanziaria ottiene così la possibilità di far valere le proprie ragioni contrattuali in attesa della decisione definitiva.
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Interessi di mora appalti pubblici: la Cassazione rinvia il caso
Una società di factoring ha agito contro un'azienda sanitaria pubblica per ottenere il pagamento dei crediti acquistati da un fornitore, maggiorati degli interessi previsti per i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali. Il cuore della disputa è stabilire se la disciplina speciale sugli interessi di mora (D.Lgs. 231/2002) prevalga sulle norme di contabilità pubblica. La Corte di Cassazione, riconoscendo la particolare rilevanza della questione, non ha emesso una sentenza definitiva. Ha invece rinviato il caso a una pubblica udienza per definire un principio di diritto chiaro sugli **interessi di mora appalti pubblici**, lasciando la decisione finale in sospeso.
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Credito conteso: chi perde paga, anche se il debitore avvia la causa
Un debitore, incerto su chi pagare tra due creditori che rivendicavano lo stesso credito, avvia una procedura di sequestro liberatorio. Nel successivo giudizio, il tribunale dà ragione a una Banca Cessionaria. Il creditore perdente ricorre in Cassazione, sostenendo di non dover pagare le spese legali perché la causa era nata da un'incertezza oggettiva del debitore. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, stabilendo che il **principio di soccombenza** si applica sempre: chi perde la disputa sulla titolarità del credito deve pagare le spese, a prescindere da chi abbia iniziato il giudizio.
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